"Cristianesimo extra–large. La fede come spettacolo di massa" e "Teologia per tempi incerti"

Intervengono Enzo Pace e Brunetto Salvarani, autori dei due libri.
Chi sono, chi possono essere i credenti di oggi, di domani? Per molti il discorso religioso è incomprensibile o indifferente. L’ultima generazione che ha conosciuto e praticato un cristianesimo fondato su tradizione e appartenenza ha oggi i capelli bianchi. Gli altri sono stretti tra un senso di precarietà esistenziale e la tentazione di risposte forti, che offrano un riparo e un’identità. Una polarizzazione di cui la politica (o almeno una parte di essa) spregiudicatamente approfitta per erigere barriere. Mercoledì 13 febbraio alle 18 ne parleranno in un incontro pubblico Enzo Pace (sociologo, Università di Padova, Università Cattolica di Milano) e Brunetto Salvarani (teologo, Facoltà teologica dell’Emilia–Romagna) nella sede della Fter (piazzale Bacchelli 4). A coordinare il dialogo sarà Stefano Martelli (Università di Bologna). Nel suo «Cristianesimo extra–large. La fede come spettacolo di massa» (Edb, 2018), Enzo Pace indaga su un cristianesimo «di nuova generazione» e prossimo a crescere in Europa, che mette al centro l’esperienza immediata della potenza dello Spirito. La sua forma è la mega chiesa: una «multisala di preghiera» capace di contenere un minimo di 2.000 fedeli, ma anche più di 16.000. Qui il pastore–leader guida liturgie trasformate in veri e propri show. La comunità diventa massa, la pastorale sposa il marketing, la predicazione promette guarigione, intesa anche come prosperità («credi fortemente e diventerai ricco!»). Sebbene Pace abbia il raro merito di essere godibile, non è il caso di arricciare i nostri nasi europei e pensare: «Tanto da noi, mai». L’analisi di Pace inquieta perché la cultura che sottende è già anche nostra: la religione come un tratto di uno stile di vita, mobile, intermittente, secondo la sensibilità del momento e la soddisfazione ottenuta. La fede semplificata a bandiera, con comunità che finiscono per condividere non solo (non tanto?) valori, ma persino modi di vestire. Il desiderio dei giovani di una partecipazione che sia «di–vertente»: capace cioè di staccarli dalla quotidianità garantendo loro forti emozioni. Al centro dell’indagine di Pace c’è il cristianesimo che si affida più ai mezzi che al messaggio. Non è infatti l’ignoranza del messaggio, quello biblico, la ragione della nostra incapacità di capire chi siamo e dove stiamo andando? Brunetto Salvarani lo sostiene in «Teologia per tempi incerti» (Laterza, 2018). La Bibbia, che Umberto Eco già trent’anni fa avrebbe voluto diffusa accanto alla mitologia classica nelle scuole, è sconosciuta anche ai credenti. Salvarani esorta i «principianti innamorabili della Bibbia», credenti e non credenti, a conoscere l’ostinazione di Giona, la fragilità della famiglia di Giacobbe, la precarietà degli affetti di Giobbe, la volubilità di Qohelet, l’umanità di Gesù, nella convinzione che quanti non conoscono queste (e altre) storie possano trovarci qualcosa di inatteso: domande per guardare dentro se stessi. Con il viaggio nella Bibbia di coloro che non l’hanno mai presa in considerazione, Salvarani sembra scommettere sul fatto che la guarigione non verrà da uno squarcio nelle nubi capace di strapparci al quotidiano. Dice piuttosto che la guarigione risiede nella nostra consapevolezza della fragilità come stato universale dell’esistenza, con l’aiuto della «scuola di umanità» del testo biblico.