23° Congresso Nazionale di Gioventù Aclista “Ri-partire dal dialogo” – giovani sentinelle e artigiani per il bene comune del cambiamento

Bologna
12-12-2008

Sono particolarmente lieto di portare il saluto della Chiesa di Bologna ai partecipanti al 23° Congresso Nazionale dei giovani aderenti alle ACLI. Il Cardinale Arcivescovo di Bologna, Carlo Caffarra, accompagna i vostri lavori con la sua preghiera e con la più ampia e cordiale benedizione.

Ringrazio la Provvidenza Divina per avermi offerto l’opportunità di incontrare i giovani aclisti, che ho sempre seguito con particolare interesse, per due motivi risalenti agli anni della mia giovinezza:

·      Il primo è connesso col barbaro assassinio di Giuseppe Fanin, avvenuto sessant’anni fa, il 4 novembre 1948. Era un giovane ventiquattrenne mio conterraneo, fondatore di ACLI-TERRA nel Comune di S. Giovanni in Persiceto. Io avevo 12 anni e abitavo a 3 km da casa sua. Quel delitto ha lasciato in me l’impronta di una figura emblematica, capace di coniugare fede e promozione sociale, secondo la logica cristiana dell’amore oblativo, in contrapposizione alla dialettica marxista leninista, intrisa di odio e di violenza, come metodo di riscatto sociale. Da lui e dai Sacerdoti che ci hanno educato ho ricevuto la spinta a spendermi per gli altri, nella Chiesa.

·      Il secondo motivo di simpatia verso i giovani aclisti nasce dalla mia esperienza di operaio presso il Petrolchimico di Ferrara, nella prima metà degli anni ’50. Un’esperienza dura, ma occasione di vero tirocinio alla vita concreta, priva a quei tempi di tante strutture di servizio e di garanzie sociali, ma ricca di certezze e di obiettivi promozionali, raggiunti nel contesto solido di famiglie numerose e laboriose, sostenute da una società solida, coesa e solidale, che ha portato tutti verso il “boom” economico registrato tra il ’45 e il ’75, rimasto in felice memoria.

I tempi indubbiamente sono cambiati: le ideologie sono tramontate, i rapporti umani si sono “globalizzati” e ha fatto capolino, tra le nostre consolidate tradizioni ecclesiali e civili, il relativismo culturale e morale, che ha prodotto quelle “zavorre antropologiche” di cui parla il 41° Rapporto Censis del 2007 (cf. p. 70), tra le quali spicca quel soggettivismo estremo e libertario, che ha introdotto nella società italiana la difesa degli interessi individuali a scapito di quelli comuni.

In tale contesto, per la gioventù aclista la proposta cristiana non è un optional, ma una necessità imprescindibile, se vuole evitare che, dopo la fine delle ideologie, sia costretta ad annaspare, come tanti fanno oggi, in un impegno sociale senz’anima. Ripartire dal dialogo, dunque, è necessario, nella consapevolezza che il rapporto con gli uomini, specialmente con i più poveri, prende consistenza dal rapporto e dal dialogo con Dio.

Il 42° Rapporto Censis del 2008, insiste nel registrare una “regressione antropologica” nella società italiana (cf. p. XIII), già messa in evidenza nel Rapporto dell’anno precedente come stato permanente di “disforia” collettiva, cioè il persistere di quell’incapacità di sopportazione, che porta ad un alto indice di litigiosità e di aggressività sociale, a tutti i livelli delle aggregazioni umane, fino ad avere un riscontro amplificato nell’agone politico. Perciò “dialogare” anziché “litigare”, diventa oggi una testimonianza urgente e primaria, di fronte alle nuove generazioni.

Infatti, gli attenti e acuti analisti della nostra società nell’ultimo biennio registrano anche la voglia di rispondere a queste sfide col mettere in campo tutte le potenzialità di mediazione possibile, a sostegno della persona e dei suoi bisogni di socialità e di appartenenza, per restituire senso alla vita personale e collettiva (cf. Rapporto 2007, p. 70).

Ciò costituisce il migliore antidoto alla “grande paura” prodotta dalla crisi finanziaria internazionale in atto che, al di là della sua vera natura, più o meno connessa con le strategie economico-finanziarie moderne (si veda l’emergere nel panorama economico-finanziario di un procedere per “bolle”, cioè per ondate speculative implose rapidamente in se stesse: new economy, finanza immobiliare, prezzo del petrolio, materie prime), questa crisi finanziaria, si diceva, rimane per noi, comunque, un punto di svolta che assume la forza dei “segni dei tempi”, in rapporto al modo di pensare il nostro sviluppo.

Sarebbe oggi un errore pensare che questa crisi possa risolversi con le dinamiche e le furbizie adattive del lungo periodo, vista la fragilità delle nostre strutture sociali e la precarietà della nostra cultura collettiva. È necessario, invece, una “seconda metamorfosi” (la prima fu quella del “boom” post-bellico), che si sganci dal semplice adattamento compromissorio, per innescare invece un processo vitale e incisivo, simile a una vera reazione chimica (cf. Rapporto 2008, pp. XIV-XXIII).

In tale prospettiva, i giovani aclisti sono portatori di opportunità collaudate e potenzialità inedite. Infatti le ACLI traggono ispirazione dal Vangelo di Gesù Cristo e dal mistero del suo Corpo che è la Chiesa, sbocciata dall’Eucaristia come “Sacramento universale di salvezza” (cf. Lumen Gentium, n. 48). Questa Chiesa, con la sua azione pastorale e missionaria, promuove nel mondo la verità e l’amore, per lo sviluppo integrale della persona e la crescita armonica e solidale della società civile, in vista di una salvezza più grande e definitiva.

Pertanto, l’associazionismo giovanile aclista è ben attrezzato per continuare, nel dialogo, la sua presenza costruttiva nell’agone politico e sociale attuale, ma deve conservare la sua “autonomia” di giudizio e la sua ispirazione “cattolica”, sempre messa alla prova dal pragmatismo dilagante e dall’interesse personale immediato.

Oggi, di fronte al cambiamento, il movimento aclista può esprimere al meglio la sua “cattolicità” (cioè la capacità di scrutare la società in evoluzione secondo l’ottica “del tutto”), facendo un passo in avanti rispetto al contesto che ha generato l’esperienza del “cattolicesimo democratico”, ricca di storia, di testimonianze emblematiche e di stupendi traguardi sociali.

Ma, dopo la fine dell’unità partitica dei cattolici, emerge con più evidenza lo spessore universale della cattolicità, che mal sopporta l’accostamento con aggettivi che ne limitano la portata. Accogliere oggi, in modo acritico, espressioni come “cattolici democratici” o “cattolici liberali” fa problema, perché le istanze della proposta cristiana sono globali.

La fine dell’unità partitica dei cattolici, infatti, non ha posto fine all’esigenza della loro unità politica sui temi così detti “non negoziabili”, messi spesso in discussione dalle miopie del bipolarismo artificiale nostrano.

Su questo nuovo orizzonte conduce anche il messaggio di Benedetto XVI pubblicato ieri, in vista della Giornata della pace del 1 gennaio 2009: “Combattere la povertà, costruire la pace”. Una delle strade maestre per costruire la pace – scrive il Papa – è una globalizzazione finalizzata agli interessi della grande famiglia umana, mediante una forte “solidarietà globale” e un “codice etico comune”, radicato nella legge naturale inscritta dal Creatore nella coscienza di ogni essere umano.

Quando l’uomo non viene considerato nell’integralità della sua vocazione e non si rispettano le esigenze di una vera «ecologia umana», si scatenano anche le dinamiche perverse della povertà.

La globalizzazione, pertanto, deve essere orientata verso il bene comune. I giovani aclisti, attraverso l’applicazione concreta della Dottrina sociale della Chiesa, possono collaborare a questo progetto proponendosi – in Italia – come “sentinelle e artigiani” capaci di gestire il cambiamento.

Ciò comporta, da parte del movimento aclista, la capacità di fare sintesi tra passato, presente e futuro, dentro un nuovo concetto di laicità, che superi l’anacronistica distinzione tra laici e cattolici, e dimostri con i fatti che l’essere cattolico significa costruire una laicità “più grande”, frutto della complementarietà tra fede e ragione, secondo gli orientamenti preziosi del Magistero di Benedetto XVI.

 

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