anno accademico 2001-2002 dell’università degli studi di Bologna

Bologna, basilica di San Petronio
13-11-2001

All’inizio di un altro anno di studi, di ricerche, di fatiche siete venuti, secondo una felice e saggia consuetudine, a sollecitare – su questo nuovo importante tratto del vostro cammino di uomini e di donne – l’aiuto del “Padre della luce”, dal quale (ci dice la parola di Dio) proviene “ogni buon regalo e ogni dono perfetto” (cfr. Gc 1,17).

E con fiducia filiale stasera voi presentate al Signore tutte le richieste che ciascuno custodisce nel suo cuore: certamente richieste di vigore intellettuale, di memoria vivace, di una saldezza interiore che vi preservi da ogni scoraggiamento e da ogni dissipazione; ma anche richieste di buona salute e (perché no?) di un po’ di fortuna nelle prove accademiche che vi aspettano, di comprensione da parte di tutti per le vostre difficoltà, di molta misericordia particolarmente da parte di chi dovrà verificare i vostri progressi culturali.

Non c’è da esitare o da esserne imbarazzati: nella religiosità cristiana (che non può essere quella dei superuomini) c’è posto anche per la preghiera di domanda, che si esprime con semplicità in suppliche concretamente interessate e motivate dalle nostre necessità più umili e, per così dire, feriali. Appunto perché siamo suoi figli, a Dio possiamo chiedere tutto ciò che vogliamo, purché al fondo della nostra preghiera ci sia sempre la disponibilità ad accogliere in definitiva la volontà di colui che solo conosce davvero quale sia il nostro bene.

Noi, del resto, ci ha detto san Paolo, il più delle volte “nemmeno sappiamo che cosa sia conveniente domandare” (cfr. Rm 8,26). Proprio per questo nel rito odierno invocheremo lo Spirito Santo che “venga in aiuto alla nostra debolezza”e interceda per noi con gemiti inesprimibili” (ib.): è ancora la parola suggestiva dell’Apostolo che abbiamo ascoltato; il quale poi così conclude: “colui che scruta i cuori sa quali sono i desideri dello Spirito, perché egli intercede per i credenti secondo i disegni di Dio” (Rm 8,27).

“Per i credenti”: perciò l’implorazione preliminare e ineludibile è quella di una fede viva e robusta. E’ ciò che si evince dalla pagina evangelica che è stata proclamata. “Gli apostoli dissero a Gesù: “Aumenta la nostra fede!” (Lc 17,5).

Un po’ di fede l’abbiamo tutti, noi che siamo qui convenuti; ma tutti avremmo bisogno di averne di più. Perciò facciamo nostra stasera l’invocazione dei Dodici: “Aumenta la nostra fede!”; e prima ancora tentiamo di approfondire che cosa significhi credere.

Che cosa è la fede?

La fede è un affidarsi a Dio, alla sua parola, alla sua parola, alla sua guida sulle strade oscure e impervie dell’esistenza.

La fede è sapere che all’origine di tutto c’è un Padre, che ci ha tratto dal nulla per amore. Non siamo venuti al mondo per sbaglio, senza che nessuno ci abbia né previsti né voluti. Noi non siamo perciò in balìa di un caso gelido e cieco: siamo nelle mani di uno che ci vuol bene e non ci abbandona mai, “il quale vuole che tutti gli uomini siano salvati e arrivino alla conoscenza della verità” (1 Tm 2,4).

La fede è apprendere ed essere certi che il Figlio di Dio è venuto a farsi uno di noi, perché in lui noi potessimo avere una vita più alta e splendente di quella delle creature terrestri che non hanno né consapevolezza né speranza. Credere quindi significa vedere le cose con gli occhi di Cristo, giudicare le idee e gli accadimenti alla luce del suo magistero, diventare capaci di un nuovo modo d’amare gli altri, che è lo steso modo limpido e disinteressato con cui lui li ama.

La fede è rendersi conto che lo Spirito Santo, mandatoci dal Signore risorto, agisce nei nostri cuori, ci aiuta a distinguere il bene dal male, ci sprona a camminare sulla strada diritta, ci induce a comportarci – in un mondo litigioso e duro – da uomini di misericordia e di pace.

La fede è la persuasione che c’è davanti a noi una “vita eterna” nella quale tutte le angosce, le incongruenze, le perplessità saranno dissolte e tutti i conti saranno pareggiati; è la persuasione che c’è una via sicura per arrivarvi attraverso la legge regale della carità e mediante tutti gli atti che ci santificano nei vari momenti del nostro pellegrinaggio terreno; è la persuasione che ci è data la gioia di appartenere alla Chiesa, Sposa e Corpo di Cristo, famiglia dei figli di Dio e luogo certo dell’incontro anticipato col Padre.

Come si vede, non c’è nulla – a saperla cogliere nella sua bellezza e nella sua verità – di più decisivo per l’uomo, di più gratificante e di più ragionevole della virtù soprannaturale della fede. E non c’è nulla di più prezioso da fare oggetto della nostra preghiera.

Ma Gesù ci ha insegnato un’altra cosa che non dobbiamo dimenticare, ed è la grande energia che è contenuta nell’atto del credere: “Se aveste fede quanto un granellino di senape, potreste dire a questo gelso: Sii sradicato e trapiantato in mare, ed esso vi ascolterebbe” (Lc 17,6). Nel testo di Marco e di Matteo si dice addirittura che un granello di senape rende capaci di trasportare persino le montagne (cfr. Mc 11,23; Mt 17,20).

Sono senza dubbio frasi paradossali e non vanno prese alla lettera. Ma esprimono una grande verità: non c’è al mondo una forza paragonabile alla fede.

Ce lo conferma anche la vicenda mutevole degli avvenimenti umani. Tutte le grandi potenze e le grandi prepotenze, che trionfano e sembrano eterne, o presto o tardi traballano e vanno in rovina, mentre il popolo dei credenti (sempre fragile, sempre contestato, sempre provvisoriamente sconfitto) non viene mai meno: è la sola aggregazione che è sempre presente a ogni epoca storica, sempre intenta a cantare le lodi del suo Signore e a mantenersi nell’attesa fiduciosa del Regno di Dio.

Vladimir Solovev, commemorando il suo amico Dostoevskij, ha pronunciato a questo proposito delle parole incisive che meritano da parte nostra un po’ di seria considerazione: “Non lasciarsi sedurre dalla visibile signorìa del male – egli ha detto – e non rinnegare per la sua attrattiva il bene invisibile: questo è l’atto eroico della fede. In esso sta tutta la forza dell’uomo. Chi non è capace di questo, non farà nulla e non avrà nulla da dire all’umanità. I così detti uomini pratici – quelli che guardano solo ai fatti, – vivono di una vita altrui; non sono essi a creare la vita. La vita la creano gli uomini di fede. Essi potranno essere giudicati visionari, utopisti, pazzi; invece sono profeti, sono gli uomini migliori, sono le guide dell’umanità” (Secondo discorso su Dostoevskij).

A questo punto, di fronte a una realtà così eccelsa e risolutiva, è facile restare un po’ perplessi e intimiditi, sicché ciascuno di noi è portato a chiedersi: ma io, nella verità del mio essere, credo o non credo?

Penso che, almeno sul piano psicologico, si possa avere spesso l’impressione che fede e incredulità si fronteggino entro il cuore di ogni uomo, e sia oscillante e alterna la prevalenza dell’una o dell’altra.

Propongo allora che, a conclusione di tutto, ciascuno faccia sua non solo la preghiera degli Apostoli (“Signore, aumenta la mia fede!”), ma anche quella del padre del ragazzo epilettico, come è riferita dal vangelo di Marco: “Credo, Signore, ma tu aiuta la mia incredulità” (Mc 9,24).

Parrebbe a prima vista un’espressione contradditoria: quest’uomo angosciato crede o non crede? E invece a una intelligenza più sostanziale e penetrante queste parole dimostrano di cogliere nella sua concretezza esistenziale il mistero del cuore umano, con i suoi turbamenti e i suoi insopprimibili anèliti all’assoluto.

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