celebrazione per i trent’anni dall’ordinazione episcopale

Bologna, Cattedrale
15-01-2006

Sono riconoscente al nostro carissimo arcivescovo che con amabile attenzione, ispirata dall’affetto fraterno, ci ha convocati in questa cattedrale (che è sempre stata la gioia dei miei occhi e il mio vanto) per celebrare i trent’anni del mio episcopato.
E sono riconoscente a tutti voi, che siete accorsi al suo invito, e insieme con lui vi unite a me nel rendere grazie al Signore, per la grande misericordia e la lunga pazienza che in questi tre decenni mi ha riservato. La vista dei vostri volti amici e dei vostri sguardi benevoli m’incoraggia a proseguire serenamente nell’ultimo tratto del mio pellegrinaggio terreno.

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Nella pagina evangelica di questa domenica si fa memoria di alcune chiamate iniziali al ministero apostolico. “Venite e vedrete” (cf Gv 1,39), dice Gesù ad Andrea e Giovanni. A Filippo rivolge una sola parola: “Seguimi” (cf Gv 1,43). Non dà spiegazioni, non rivela quali sono i suoi progetti su di loro: propone che fiduciosamente si giochino in una scelta, partendo subito da un’esperienza. Anche Natanaele (cioè, verosimilmente, Bartolomeo) si sente dire soltanto: “Vieni e vedi” (cf Gv 1,46), due parole che gli cambierano la vita.
Si è un po’ colpiti da questo modo sbrigativo con cui  gli interpellati vengono sollecitati a una decisione immediata e a una verifica diretta, invece d’indugiare in chiarimenti e dibattiti: “Vieni e vedi”.
La narrazione evangelica sembra dirci che, quando si tratta di sequela personale del “Cristo che chiama”, non serve molto perder tempo a informarsi sulle ultime dottrine teologiche, sulle analisi degli psicologi, sulle più recenti indagini demoscopiche. Ciò che è necessario e realmente fruttuoso è scoprire Cristo, il suo mistero, la sua unicità; ciò che è necessario e realmente fruttuoso è darsi e affidarsi a lui, al suo cuore d’uomo divinamente personalizzato, alla sua parola vera (non filtrata ideologicamente), alla sua attitudine a sfidare gli idoli mondani; soprattutto è contemplare e condividere la sua pronta ed esemplare dedizione alla missione assegnatagli dal Padre.
Chi si accosta così a colui che lo chiama e ne sperimenta la concreta ricchezza umano-divina, a un certo momento ha la percezione di essersi finalmente imbattutto nella chiave dell’enigma esistenziale e nel fatto risolutivo dell’aggrovigliata problematica umana. Capisce di aver trovato la “perla rara”, anzi la “perla unica”, di cui parla la parabola: “Il Regno dei cieli – ha detto Gesù – è simile a un mercante che va in cerca di perle preziose; trovata una perla di grande valore, va, vende tutti i suoi averi e la compra” (Mt 13,45-46).

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Alla luce di queste riflessioni, suggeritemi dal racconto di Giovanni che abbiamo ascoltato, ho ripensato in questi giorni alla mia vicenda personale, e quindi alle mie “chiamate”.
Trent’anni fa, il Signore Gesù – per bocca del Successore di Pietro – mi ha detto: ‘Diventa vescovo. Tu in concreto non sai che cosa questo vuol dire, ma non importa: vieni e vedi’. E ho detto “sì”; un “sì” pronunciato, per la verità, un po’ spensieratamente; ma in fondo la decisione non si presentava allora troppo difficile.  Si trattava in effetti di diventare vescovo ausiliare nella mia diocesi; e press’a poco sapevo quello che mi sarebbe capitato. A Milano avevo davanti ai miei occhi una mezza dozzina di vescovi ausiliari, e nessuno mi pareva in pericolo di morire dalla fatica. Sicché si poteva sperare che non sarei morto nemmeno io.
Tutt’un altro affare invece è stato quando nel 1984 Gesù è venuto a snidarmi con una seconda chiamata. ‘Vieni con me a Bologna’, mi ha detto. Questa era davvero un’altra faccenda: era un andare incontro all’ignoto, era un mutare le mie abitudini di vita. C’era persino il rischio di dover cominciare a darmi da fare.
Ero pieno di dubbi e di titubanze. Sarei stato all’altezza di questa imprevedibile missione? O meglio: questa imprevedibile missione sarebbe stata all’altezza della mia elevatissima allergia a impegnarmi, a dirigere, a richiamare, a immaginare e proporre dei nuovi o almeno dei plausibili traguardi pastorali, a provvedere alle parrocchie e al collocamento dei sacerdoti?  Ed ero restio.
Ma il mio Signore non ha voluto sentir ragioni; e mi ha ripetuto, con la voce di Giovanni Paolo II: ‘Vieni con me a Bologna, perché quella città è mia, anche se qualche volta se ne dimentica. Vieni e vedrai’.
Sono venuto e ho visto. Ho visto subito che il mio Signore mi aveva fatto un regalo. Ho percepito fin dai primi giorni la vitalità della Chiesa di Bologna, la sua multiforme ricchezza pastorale, la sua capacità di accogliere nella fede un nuovo e diverso successore di san Petronio: nella fede, e dunque senza “se” e senza “ma” (come usano dire i politici di questi tempi). E all’istante mi sono trovato a mio agio.
Non c’era bisogno che inventassi niente: questa era una Chiesa che (con l’autorevolezza del patrimonio spirituale ricevuto dai Padri) avrebbe dettato lei il mio cammino e la linea del mio governo.

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Una fortuna che ho apprezzato immediatamente e ho cercato di assimilare è stata l’eredità dei miei predecessori: e cioè il magistero di verità e di saggezza, l’esempio edificante, l’operosità del cardinal Nasalli Rocca, del cardinal Giacomo Lercaro, del cardinal Antonio Poma, dell’arcivescovo Manfredini (del quale avevo già avuto modo di ammirare a Milano la passione apostolica e l’energia  dell’ instancabile attività).
Ho trovato poi tutta una serie di “tesori” propri e originali di questa Chiesa, che mi hanno efficacemente mosso e orientato. Metto al primo posto la singolare genialità dell’amore bolognese all’eucaristia, che si esprime nelle “Decennali” e segnatamente in quelle “Decennali diocesane” che sono i Congressi eucaristici. Non finisco di ringraziare il Signore per quello del 1987: l’intero mio ministero e l’itinerario ecclesiale del popolo di Dio per tutti gli anni a seguire ne sono stati provvidenzialmente segnati. La stessa memorabile riuscita del Congresso Eucaristico Nazionale del 1997 ha in quel nostro evento di dieci anni prima una delle sue ragioni e delle sue premesse.
Non c’è quasi necessità di ricordare, tra i nostri “tesori”, la Madonna di San Luca: la Signora di Bologna non solo con l’abituale presenza nel suo santuario e la sua discesa annuale, ma anche con il suo farsi pellegrina in ogni parrocchia, a partire dal 1994, ha dato decisivo impulso al nostro slancio di nuova evangelizzazione. Il terzo “tesoro” è la memoria e il culto del martirio cristiano: noi l’abbiamo fortemente richiamato nel 1993, centenario dell’esaltazione dei nostri gloriosi santi Vitale e Agricola che col loro sangue hanno consacrato a Cristo la nostra terra; e l’abbiamo proseguito a questa scuola per tutto il “biennio della fede”.
Di “tesori” bolognesi ce ne sono molti altri, che mi rammarico di non poter citare. Ma mi devo per forza fermare qui, anche per non metttere a repentaglio la mia fama di predicatore rapido e breve.

 

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