convegno “salute mentale, medicina e società” organizzato dall’AMCI dell’emilia romagna

Bologna,Sala della Traslazione- Convento San Domenico
01-06-2002

Sono lieto di porgere il mio saluto beneaugurante a questo Convegno promosso dall’Associazione Medici Cattolici Italiani dell’Emilia Romagna.
Che significa essere “medici cattolici”? Primariamente questa qualifica evoca il convincimento profondo e operoso che non c’è estraneità (e tanto meno incompatibilità) tra scienza e arte medica – pur considerata nella sua metodologia più rigorosa e nei suoi più prestigiosi successi – e il dono di luce trascendente che ci viene dalla Rivelazione divina e ci è proposto dalla Chiesa, Sposa indefettibile del Logos eterno fatto uomo, “colonna e fondamento della verità” (cfr. 1Tm 3,15). Più ancora, tale qualifica comporta la persuasione che la positiva intesa e addirittura la sinergia tra la conoscenza di fede, elargitaci dallo Spirito Santo, e l’impegno di tutte le risorse umane avvalori efficacemente ogni intrapresa diagnostica e curativa, a miglior vantaggio della persona concreta del malato.
Il tema specifico, poi, di questa giornata di studio e di confronto – Salute mentale, medicina e società – è tra quelli che più acutamente interpellano anche il pastore, tanto da invogliarlo a qualche breve e semplice riflessione; riflessione che non proviene, è ovvio, da nessuna particolare competenza, ed è offerta soltanto come segno e testimonianza della sollecitudine nei confronti dei fratelli che soffrono e della stima per quanti questa sofferenza professionalmente si dedicano a curare e ad alleviare.
L’uomo, considerato nella sua singolarità esistenziale, è sempre qualcosa di originale e di inedito, un “universo” che non si lascia mai del tutto esplorare, una realtà cui ci si deve accostare con il rispetto trepidante e la discrezione di chi sa che ogni indagine dall’esterno non riesce mai davvero adeguata.
Il che è tanto più vero per il malato di mente. Nonostante i molti studi e gli encomiabili progressi in questo campo, il suo mondo interiore sfugge per larga parte alle analisi più informate e più attente.
Credo che proprio nella psichiatria, fra tutte le diverse specializzazioni, naturalmente si impone un atteggiamento di ricerca senza presunzione; una ricerca che si interroga continuamente, e non si ritiene mai appagata. E il credente impegnato in questo lavoro sarà indotto, forse più degli altri cultori dell’arte medica, a esercitare la virtù cristiana dell’umiltà e a elevare lo spirito nella preghiera e nella richiesta di aiuto dall’alto.
Il malato, noi lo sappiamo, è sempre una “icona di Cristo”. Questo è uno degli insegnamenti evangelici più tipici e socialmente più importanti. Da quando il Figlio unigenito di Dio si è esplicitamente identificato con il sofferente e l’infermo (cfr. Mt 25,36: “Ero malato e mi avete visitato”) è stato immesso nella vicenda storica un principio superiore che a poco a poco nella “res pubblica christiana” ha rivoluzionato ogni compito assistenziale e terapeutico.
Tale identificazione diventa particolarmente significativa ed eloquente, se è considerata nei confronti del malato di mente, cioè di colui che è colpito in ciò che c’è di più propriamente e preziosamente umano; vale a dire, nelle potenze intellettive. Davanti a lui la società corre il pericolo di cadere nella stessa totale incomprensione che le profezie di Isaia avevano preannunciato come la sorte nella quale sarebbe incorso il Messia crocifisso: “Disprezzato e reietto dagli uomini?, percosso da Dio e umiliato” (cfr. Is 53,3.4).
Non deve pertanto mai venir meno in noi la consapevolezza che il fratello così penosamente colpito resta una vera immagine di Cristo; sia pure un’immagine che allo sguardo umano appare alterata e sfigurata. E anzi, nella luce della fede, è un’immagine tanto più cara e onorabile, appunto come avviene per le antiche icone che hanno subito le ingiurie degli uomini e del tempo.
E’ interessante rilevare che, di tutti i mali di una cattiva salute, il Signore Gesù ha accettato di condividere, davanti all’erroneo giudizio comune, proprio quello – e solo quello – dell’alienazione mentale: “Allora i suoi uscirono per andare a prenderlo, perché dicevano: ‘E’ fuori di sé’ (Mc 3,21).
L’auspicio – che è anche implorazione al “Padre della luce” e Datore di “ogni buon regalo e ogni dono perfetto” (cfr. Gc 17) – è che non venga mai meno negli operatori di questo settore un’umile e tenace volontà di comprensione a favore di chi appare di solito agli altri enigmatico e indecifrabile; che sia sempre vivo e mai rassegnato l’affetto fraterno, espresso nella determinazione di migliorare gli interventi curativi e di umanizzare sempre più le forme assistenziali; che il malato di mente sia amato e onorato come persona, nella concretezza della sua condizione, indipendentemente dalle sue attitudini a percepire e a reagire (che molte volte sono meno debilitate di quanto a prima vista possa sembrare).
Mi piace concludere con il ricordo di san Giovanni di Dio, un uomo che ha segnato sia la storia della santità cristiana sia quella dei nosocomi.
Ricoverato in manicomio per gli eccessi espressivi e comportamentali, seguiti all’esperienza sconvolgente della sua conversione, proprio dalla ravvicinata frequentazione dei malati di mente, soprattutto per lo spettacolo delle loro sofferenze e delle loro umiliazioni, egli matura la sua singolare vocazione e il suo decisivo progetto di riforma ospedaliera.
Allora alla sua intercessione presso a Dio – l’intercessione di un “esperto” – vogliamo affidare la buona riuscita di questo convegno, al quale auguro un lavoro sereno e fruttuoso.

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