Domenica della Parola a San Camillo de’ Lellis

Parrocchia di San Camillo de' Lellis, San Giovanni in Persiceto
24-01-2021

E’ la Domenica della parola. Ricordiamo che la prima venne celebrata il 1 ottobre 2017 da Papa Francesco proprio qui a Bologna. Da due anni ha indicato una domenica fissa, la terza del Tempo ordinario, oggi. Ci chiediamo: mi sono nutrito di questo Pane degli angeli? L’ho disprezzato lasciandolo cadere per strada o lasciandolo senza terra o me ne sono nutrito affamato di cibo  per la mia fame di senso e di futuro? Ho ascoltato per me la Parola oppure ho pensato fosse lontana, impersonale, destinata ad altri o rimandando come fosse fuori del tempo? Ne ho fatto un tranquillante per le mie ansie e mi sono infastidito quando mi chiedeva qualcosa che mi sembrava troppo impegnativo?

La Dei Verbum, invita, direi impone, a tutti i cristiani cattolici di venerare (DV 21) “le divine Scritture come ha fatto per il Corpo stesso di Cristo, non mancando mai, soprattutto nella sacra liturgia, di nutrirsi del pane di vita dalla mensa sia della parola di Dio che del Corpo di Cristo, e di porgerlo ai fedeli”.

La giustamente “sacra tradizione” (che pena vederla ridotta da taluni che pretendono difenderla e ne fanno una caricatura ad un museo del passato o campionario di ossessioni senza storia, a pretesto per le proprie paure e convinzioni funzionali a qualche interesse, certamente al divisore, che tradiscono e indeboliscono la madre Chiesa e ignorano la grazia che in essa opera!) “ha sempre considerato e considera le divine Scritture come la regola suprema della propria fede; esse infatti, ispirate come sono da Dio e redatte una volta per sempre, comunicano immutabilmente la parola di Dio stesso e fanno risuonare nelle parole dei profeti e degli apostoli la voce dello Spirito Santo”. C’è bisogno di un contatto continuo con le Scritture mediante una lettura spirituale assidua e uno studio accurato. Chi non l’ascolta dentro di sé diventa un vano predicatore all’esterno!

Papa Francesco desidera che questa domenica ci aiuti a rimetterla al centro perché non sia “una volta all’anno”, ma una volta per tutto l’anno. Ed é con gioia che abbiamo accolto la sua proposta di istituire lettore anche le donne. Sarà una opportunità perché possano sorgere tanti gruppi della parola che la mettano al centro, che la ascoltino e la rendano concreta con la vita e intorno ad essa si scoprano famiglia di Dio e vivano l’amore vicendevole che chiede e genera.

Se al centro delle nostre comunità non c’é l’Eucarestia, cioè il Corpus e il Verbum Domini, e se l’Eucarestia non diventa pane di amore per il prossimo, diventiamo una comunità psicologica, ma non spirituale, che é molto di più! L’ignoranza delle Scritture è ignoranza di Cristo: crediamo di conoscerlo, come gli abitanti di Nazareth, ma in realtà non sappiamo chi sia! E poi la parola la capiamo per davvero solo quando la mettiamo in pratica, cioè la viviamo perché il seminatore continua a gettarla perché vuole che la nostra terra dia frutto. Capiamo il seme vedendo i frutti e scoprendo che nascosto nel seme, ed é la fede, già c’é il frutto.

Senza la terra possiamo anche conservare il seme della parola, studiarlo, esibirlo, discuterne, ma resta sterile perché cerca la vita e genera vita, cioè amore, il nostro. Gesù non parla per sé, non si parla addosso oppure non urla ordini ma parla per noi, ascoltando e rispondendo alle nostre domande! La parola é eterna perché sua: non passa perché é il suo amore. Cresce con noi e noi con lei.

Gesù non chiama degli esperti, delle persone già buone, verificate, sicure e che non avrebbero dato delusione. Gesù chiama dei lavoratori, delle persone qualunque e si fida di loro. La prima cosa sorprendente é che Gesù parla a noi non perché degli iniziati, ma perché ci ama. E tutti possono ascoltare e mettere in pratica. La parola non é dei perfetti: é per i peccatori quali siamo, perché é parola di misericordia, non di condanna. E’ la parola che ci rende perfetti, perché é il suo amore che ci cambia, ci perdona, di genera a figli anche quando siamo lontani. Quando vogliamo essere perfetti senza Gesù diventiamo solo farisei, che curano le apparenze o che guidano gli altri ma non se stessi.

Cosa vuole Gesù? In realtà lui vuole molto più di noi la nostra gioia. Vuole aiutarci a non essere prigionieri del male e per questo risponde alle nostre domande anche quando noi stessi non sappiamo bene nemmeno cosa chiedere! Propone di aiutarlo a pescare persone, cioè a sottrarre dal grande mare della solitudine, come abbiamo visto nella pandemia. La parola ci aiuta a vedere il mondo da cambiare, da curare, da trasformare.

Gesù non lascia solo nessuno. E’ lasciato solo, ma resta sempre con noi. Gesù non si mette a discettare come amano i farisei di ogni tempo, che studiano i fenomeni e non amano mai, che guardano da lontano e non si sporcano le mani perché tanto il dolore è degli altri. Gesù ci chiama sempre  a stare con Lui. Il vangelo é questa bellissima notizia: si fida di te, cerca proprio te, vuole che tu stia con lui, ti chiede qualcosa perché pensa che puoi farlo.

Ti chiama per quello che sei e ti cambia, perché la sua parola sblocca il nostro cuore e lo apre all’amore, lo affranca dalla paura di perdersi e gli dona la libertà di dare frutti. La sua parola è  l’acqua che rende il nostro cuore una fonte di amore per il prossimo. E’ il pane che sazia perché ci libera dalla tentazione di diventare consumatori che debbono continuamente trasformare le pietre in pane. Se questa é il centro, anche noi stiamo al centro e non da soli, ma assieme. Come diceva Doroteo di Gaza, immagine ripresa in questa settimana di preghiera per l’Unità dei Cristiani: “Immaginate che il mondo sia un cerchio, che al centro sia Dio, e che i raggi siano le differenti maniere di vivere degli uomini. Quando coloro che, desiderando avvicinarsi a Dio, camminano verso il centro del cerchio, essi si avvicinano anche gli uni agli altri oltre che verso Dio. Più si avvicinano a Dio, più si avvicinano gli uni agli altri. E più si avvicinano gli uni agli altri, più si avvicinano a Dio» (Istruzioni VI).

Ascoltiamola come bambini che imparano a parlare sentendo parlare il Padre. Ci rende una cosa sola perché ci insegna ad amare sul serio e ci fa sentire amati, perdonati, aiutati, corretti, giudicati dal Padre. Ci aiuta ad essere umani, ci fa trovare il cuore e con lei capiamo il senso della nostra vita, a volte così difficile da decifrare, soprattutto quando si scontra con la fragilità, il limite, il buio della morte, la vanità di quello che abbiamo.

La parola ci aiuta a riconoscere nel povero il volto di Gesù e quello del nostro fratello. E’ sempre una parola d’amore, non una lezione, un divieto, una legge. Non difendiamoci da essa e non disprezziamola! La capiscono i bambini, i peccatori, chi cerca luce, mentre quando diventa una legge, una prescrizione e non un cuore e uno spirito, diventiamo esteriori come i farisei. E’ molto impegnativa ma perché é un amore vero e per questo non abbiamo paura di lasciare tutto: abbiamo trovato tutto! E’ un impegno dolcissimo se si ama!

Giudica la nostra vita? Sì, certo e ne abbiamo tanto bisogno perché ci aiuta a scoprire chi siamo, come la mano del padre che ci fa sentire figli, come la stella nel buio. Davvero “Beati piuttosto quelli che ascoltano la parola di Dio, e la custodiscono”. Con devozione rendiamo la parola familiare alla nostra vita, anzi la più familiare, perché rivolta a ciascuno e da Colui che ci ama e ci conosce più di chiunque, intima a noi stessi più di ogni interpretazione, che ci aiuta più di qualsiasi introspezione a rientrare in noi stessi, a diventare padroni della nostra vita proprio perché amati da Lui e liberati dalla paura di amare.

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