Festa di San Bernardino a Carpi

Carpi, Cattedrale
20-05-2020

Ringrazio il Signore di questa celebrazione, che coincide anche con il ritrovarsi fisico della nostra Comunità. Ed è bello sia intorno al suo patrono, che è di tutti e di ognuno. Ne abbiamo bisogno. Abbiamo cura di osservare le attenzioni necessarie e sentiamo la responsabilità verso se stessi e verso gli altri, proteggendoci a vicenda e difendendoci assieme (non ci si difende dagli altri, ma con gli altri dall’unico nemico che non è l’altro ma è il virus, mai la persona!), proviamo l’intima gioia di appartenere a questa Comunità che ha, deve avere, nomi, tratti concreti e umani, non anonimi e tutti uguali.

L’amore è sempre spirituale (non può non esserlo perché sia amore vero!) ma è anche umano per dare senso e profondità allo Spirito. L’amore non potrà diventare digitale, un algoritmo (anche se qualche volta rischiamo diventare schiavi di quella intelligenza artificiale che già regola tanto del nostro presente).

Nessun apparecchio potrà mai sostituire l’abbraccio, la comunicazione che usa e anima i sensi del nostro corpo, che insieme compongono il vero sesto senso che li riassume tutti e li accende tutti, nascosto nella nostra anima, che è l’amore. Ci ritroviamo come comunità, tutta, intorno al Patrono che indica proprio un riferimento che unisce, un padre che difende e fa trovare quello che unisce.

La pandemia ci ha reso uguali a tutti, ha umiliato tante nostre sicurezze, considerazioni, presunzioni e ci ha omologato, forse restituendoci alla storia, alla vita vera e non a quella caricatura di vita che è quella virtuale, deformata dal benessere che promette e non mantiene. Abbiamo sentito tanto nella paura e nell’incertezza l’interrogativo su qual è la nostra difesa e come Dio ci difende.

Ringraziamo di cuore perché ci ritroviamo come comunità, in una relazione tra di noi, antica e nuova, che aiuta a ritrovare il proprio io e che non ci fa sentire perduti in un noi troppo grande per essere raggiunto. San Bernardino ci aiuta a ritrovarci comunità e ci indica chi davvero ci difende, regalando anche a noi il Nome dei nomi, Gesù. Ascoltarlo ci libera da ciò che divide perché ci aiuta a riconoscere il frutto del maligno, del divisore.

San Bernardino, figlio di San Francesco, come il suo maestro è stato umile, ma affatto rinunciatario, povero ma in realtà ricco. Dobbiamo trasformare l’umiliazione subita in umiltà, cioè scelta di servizio, di generosità, di servizio per servire a qualcosa. 

Questo nostro tempo è difficile, duro, vero, nel quale portiamo tante ferite profonde ad iniziare dai tanti che il virus ci ha strappato, con l’amarezza di un saluto non dato e di una compagnia desiderata e non realizzata, di un funerale mancato. Mi sono tornate in mente le parole che ci disse Papa Francesco in occasione della sua visita qui a Carpi – e ne approfittò per ricordare con riconoscenza Mons. Cavina e con lui anche Mons. Tinti, mio vicino di tavola alla casa del clero, al quale ogni volta che parliamo di Carpi gli occhi diventano umidi per la commozione di tanto amore ricevuto e dato –davanti alla bellezza della cattedrale dopo la ricostruzione.

In fondo questa pandemia è stato un terremoto che ha scosso in maniera invisibile eppure profondissima. Ce ne accorgiamo nei frutti evidenti, dopo che silenziosamente il virus aveva compiuto la sua opera distruttiva e di morte. Papa Francesco parlò di grande delusione per la precarietà della nostra vita mortale che, attraversata dall’angoscia per la morte, sperimenta la disfatta, un’oscurità interiore che pare insormontabile.

Sono proprio le nostre agitazioni di oggi. Egli ricordò, anche come “dall’altra parte c’è la speranza che vince la morte e il male e che ha un nome: la speranza si chiama Gesù. Egli non porta un po’ di benessere o qualche rimedio per allungare la vita, ma proclama: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà» “.  

Sì, come ricordava sempre San Bernardino il Signore non è una definizione, un’idea, un fantasma, un verità algida e distante che addirittura rende antipatica la festa per il ritorno a casa di un figlio e di un fratello, ma è un uomo, il nome che dona speranza e vita a tutti i nomi, colui che cambia per sempre l’articolo perché con Gesù è sempre determinativo e ci fa uscire dall’anonimato e dal poco amore che rende tutto indistinto non perché lo siamo ma perché nessuno unisce il suo nome al nostro. Non è scontato appropriarci del suo nome!

Se qualcuno dicesse che fa qualcosa nel nostro nome noi subito diremmo di no, prenderemmo le distanze, rivendicheremmo, cercheremmo il vantaggio personale e economico. Gesù ci affida il suo nome, lo dona a noi perché ci ama e ci vuole con sé, ci viene a cercare, ci conosce uno per uno, non ci dimentica o ci confonde in una relazione massificata. Si affida agli uomini tanto che a Giovanni che voleva vietare ad un tale di scacciare i demoni nel nome di Gesù “perché non ti segue con noi”, Gesù disse chi non è contro di voi è per voi” (Lc 9,49). 

Gesù non scarta mai nessuno. Il mondo cancella le persone, i loro diritti, la loro storia. Non lasciamoci chiudere nelle evidenti macerie della vita, che qualche volta sconsigliano la speranza e gettano nella depressione e con l’aiuto di Dio e di San Bernardino ricostruiamo con paziente lavoro, come è avvenuto per tanti edifici che adesso sono più belli e più sicuri di prima.

E’ nel suo nome – e davvero non è poco, quasi dovremmo avere timore di sentirsi accusati di abuso di titolo o di millantato credito – che possiamo ringraziare, sentirci non orfani, pendere con noi sua madre e sentirci suoi. Il suo è il nome che contiene la sua presenza, la sua forza, quella che fa alzare gli storpi o ridare la vita come nei tanti prodigi della prima generazione. E’ la nostra forza se ci liberiamo della orgogliosa limitatezza del nostro, che non dobbiamo bestemmiare usandolo per giustificare quello che non ha niente a che vedere con la sua santità, con la bontà e il mistero di Dio che contiene e che si fa conoscere e possedere da noi.

Quando pronunciamo il suo nome troviamo anche il nostro, come per i discepoli “piccoli” che tornano da Gesù e raccontano come il male era sconfitto perché parlavano nel suo nome e di Lui. Il suo è il primo nome nel libro della vita. San Berardino, divulgatore del suo Nome, tanto che ne ha raffigurato come il logo, ci ricorda che siamo cristiani nel suo nome e ci insegna ad esserlo nella vita perché non è un titolo che si esibisce o si usa contro gli altri, ma è una chiamata, un regalo che si regala, un amore che si trasmette, un nome che è riconosciuto dai gesti.

La carismatica eloquenza di Bernardino sapeva trasmettere alle folle il lato positivo del Vangelo: la riscoperta della persona di Gesù e la forza rigeneratrice del suo Santo Nome. Bernardino inventò il suo “poster” che fece raffigurare dappertutto: sugli ingressi delle case, sui frontoni dei palazzi, sugli altari delle chiese, sulle porte delle città ovunque dove passava proponeva con acceso ardore la sua tavoletta che recava dipinto un sole da cui partivano dodici raggi o fiamme rutilanti; al centro del sole spiccavano le lettere abbreviate del Nome di Gesù: J H S.

I raggi di quel sole che sorge a rischiarare coloro che sono nel buio e nell’ombra di morte, come canta Zaccaria, sono la luce della resurrezione che illuminano le nostre tenebre e orientano nell’oscurità. I raggi sono molto concreti, come la difesa che San Bernardino esercitava verso i più deboli, specie quanti erano indifesi di fronte le ingiustizie, ad esempio chi diventava prigioniero dell’usura o del gioco d’azzardo.

E viene da pensare adesso, a quanto sarebbe necessario un rinnovato impegno per liberare dalla schiavitù delle dipendenze da gioco. Proprio un giornale oggi titola denunciando i rischi dell’usura in questa drammatica fase economica, che espone tanti a cadere nelle maglie delle mafie che approfittano con rapidità di questa crisi per fare affari. I ritardi degli aiuti sono davvero pericolosi! Per Bernardino la carità significa finanziare i Monti di pieta. Dobbiamo ancora imparare tanto da San Bernardino. Alcuni al suo tempo parlavano dell’attesa della fine, cioè sapevano solo in maniera apocalittica descrivere i problemi e la fine incombente e un Dio giudice nel quale non si riconosceva la misericordia. San Bernardino faceva esattamente il contrario, come gli uomini della speranza e non i profeti di sventura che sanno solo rovinare il presente indicando il passato come il futuro, cercando una sicurezza di qualcosa che c’era anche se sappiamo non ci sarà più. San Bernardino crede talmente alla Parola di Gesù e alla forza del suo nome, efficace, che arriva a al punto di affermare che assistere alla predica è più importante che partecipare alla messa. 

Anche noi siamo chiamati ad essere santi, non perché pieni di noi, ma pieni di Lui. Alziamo lo sguardo. Per un cristiano non è possibile pensare alla propria missione sulla terra senza concepirla come un cammino di santità, perché «questa infatti è volontà di Dio, la vostra santificazione» (1 Ts 4,3).

Ogni santo è una missione; è un progetto del Padre per riflettere e incarnare, in un momento determinato della storia, un aspetto del Vangelo. “Voglia il Cielo che tu possa riconoscere qual è quella parola, quel messaggio di Gesù che Dio desidera dire al mondo con la tua vita. Arriverai ad essere quello che il Padre ha pensato quando ti ha creato e sarai fedele al tuo stesso essere” GE26). Con la libertà dei figli, legati al vincolo dell’amore, anche noi crediamo che egli dimora presso di voi e sarà in voi!”. Che Dio ci aiuti ad essere suoi, pieni del suo nome perché attraverso la nostra vita significhi fare sentire tanti amati e protetti. 

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