Festa di San Giovanni Bosco

Bologna, Cattedrale
30-01-2021

“Gesù si mise ad insegnare”. Gesù continua ad insegnare con il Vangelo e anche con i suoi santi che lo comunicano con la loro vita, che ne parlano incarnandolo. Il Vangelo è il Verbo che si è fatto e continua a farsi carne, perché non resta etereo, vago, inafferrabile, un fantasma irraggiungibile che non si lascia raggiungere e non si espone diventando concreto.

Questa scelta non è scontata. Un capo comanda, impartisce ordini, impone i suoi consigli senza tante spiegazioni. Gesù non vuole avere dei servi, degli esecutori che non capiscono e non amano. Vuole degli amici e per questo insegna, dona tutto se stesso, perché il vero insegnamento è la sua vita: insegna quello che vive, perché solo così la Parola è davvero viva e genera vita.

Il suo insegnamento è far sentire il suo amore e insegnarci ad amare. E’ il vero seminatore. Ed ogni cristiano lo diventa. Come Don Bosco. E penso a come il cortile, luogo di accoglienza e di protezione, spazio aperto che rappresenta per la famiglia salesiana la porta di ingresso al mondo, a chiunque ha bisogno di riparo, insomma la messe cui siamo inviati.

Non usa un linguaggio particolare, da “iniziati”. Spesso chi vuole dire cose che pensa importanti non si fa capire, sceglie parole difficili, quasi come se complicazione sia uguale a profondità. Gli insegnamenti di Gesù restano oscuri, invece, proprio ai dotti e sapienti mentre i piccoli li comprendono.

Gesù stupisce quelli che lo ascoltano perché “parla come uno che ha autorità”. Gli scribi ed i farisei credevano di avere autorità per il loro ruolo. Gli scribi ed i farisei spiegano ogni cosa, sanno discutere, vogliono dire qualcosa su tutto; hanno paura di fare vedere che in realtà non sanno. Si impongono, ma non hanno autorità perché non amano. E senza amore la vita non cambia e la Parola resta sterile, detta per compiacersi, non per cambiare il mondo.

I farisei, invece, interpretano ma non hanno alcun interesse per gli altri; conoscono la legge ma non capiscono lo spirito; ripetono o costruiscono parole senza cuore e senza amore. Si nascondono dietro la legge. Senza amore la vita resta sempre la stessa, perché solo l’amore la cambia. Non credono alle parole, perché sono diffidenti; confidano solo nei loro giudizi e ne restano prigionieri. Dentro ognuno di noi c’è uno scriba ed un fariseo. 

Gesù parla per noi! La sua autorità è l’amore. Parla con autorità perché la sua parola è efficace, cambia il cuore, lo libera dai tanti pesi che lo sfiniscono. Ha compassione e parla agli uomini come sono per illuminarli, per fare capire loro quanto sono amati e perché non cerchino amore dove non c’è o non lo rubino agli altri possedendo. 

E’ un’autorità che ci rende noi stessi. Non si impone al nostro io: lo realizza! Ci libera perché ci fa capire chi siamo e ha fiducia che anche noi amiamo. Ascoltiamo lui, per essere liberi dall’amore per noi stessi e per scoprire con lui il prossimo e che noi siamo prossimo per gli altri. Per essere e non per avere.

Gesù scaccia gli spiriti immondi, i pensieri di solitudine, d’inimicizia, di diffidenza, che s’impadroniscono della nostra vita, che ci fanno litigare tra noi e ci rendono distanti anche quando viviamo assieme, che ci fanno conservare il rancore, che ci legano con la paura per cui pensiamo di non potere mai fare nulla per gli altri. Loro sì, finiscono per comandarci! “Che vuoi da me?”, grida. Sono quei pensieri che arrivano non sappiamo da dove, entrano nel cuore e ci confondono. Gesù li manda via. Ecco l’autorità di don Giovanni Bosco che non si accontenta di accompagnare i problemi, ma li vuole cambiare, tanto da renderli occasione di amore. 

In questo momento di crisi Gesù non ci fa scappare in un luogo separato, protetto. Non ci rende invulnerabili. Ci insegna ad amare e ad affrontare la crisi da persone forti solo perché amano. E solo questa è la sua forza. E cambia il mondo! Don Giovanni Bosco visse in un momento difficile. Qual è un momento che non lo sia? Non è forse sempre vero che la creazione geme e soffre le doglie di un parto?

Che illusione quella del benessere che non ci fa accorgere di questa crisi! Nel suo tempo la pandemia della povertà e quella delle malattie. Torino nel 1854 fu devastata dal colera, che colpiva tutti, ma come sempre avviene i più poveri ne sono facilmente vittime. Borgo Dora era un quartiere di poveri, tra i più colpiti dalla pandemia ed era proprio vicino a Valdocco dove viveva Bosco, che allora aveva 40 anni. Solo 8 anni prima aveva inaugurato l’oratorio festivo, la prima “cellula” della realtà educativa salesiana, con le sue scuole serali, quelle di musica e canto, e poi i laboratori creati per dare una professione ai giovani ragazzi.

E il vero mestiere che donava era quello di persona, oltre il mestiere per vivere e per esprimere le proprie capacità. Proprio in quell’anno del colera diede inizio alla Società Salesiana, con la quale assicurò la stabilità delle sue opere. Si reagisce alla crisi guardando avanti, smettendo di essere vittimisti, costruendo per chi è vittima. Mentre tutti scappavano Lui curava e coinvolse i suoi giovani a farlo. Vicinanza e preghiera.

Don Giovanni Battista Lemoyne testimonia che «don Bosco prostrato davanti all’altare fece questa preghiera al Signore: “Mio Dio, percuotete il pastore, ma risparmiate il tenero gregge”. Don Bosco decise di chiedere ai suoi giovani se qualcuno si offriva volontariamente per assistere gli infermi. Alla sua richiesta dapprima risposero quattordici ragazzi, poi altri trenta. Nessuno di loro fu colpito dall’epidemia. Non dobbiamo anche noi come lui parlare ai giovani non da lontano ma in mezzo a loro e coinvolgerli nella preoccupazione per curare il mondo, per combattere gli effetti della pandemia, cioè la solitudine, la fragilità, lo smarrimento di chi è più debole?

“Mi interesso di te” è il modo apparentemente semplice con cui Don Bosco entrava in relazione con i suoi ragazzi, il primo passo per prepararli alla vita. E tu interessati degli altri, ne è la pienezza. Così coinvolgeva nella preoccupazione per chi nella pandemia era più solo e bisognoso. “Mi interesso di te” e “tu ti interessi di lui!”. Insegnare è il primo modo per dirlo. Insegnare è educare, sapere trarre fuori, seminare credendo che c’è sempre una terra buona nei giovani che possa dare frutto.

Educare è seminare e Don Bosco lo faceva con paternità e non con paternalismo, è credere all’efficacia di quella Parola che non delude. Lasciamoci anche noi come dei ragazzi, anche se non lo siamo più, coinvolgere in questa passione. E diventiamo anche noi dei Don Bosco che amava e coinvolge tanti. Ogni pandemia si combatte consapevoli che se siamo sulla stessa barca la tua malattia è la mia, non con il si salvi chi può, cioè io, ma con il “mi interesso di te”, quello che libera dal “io prima di te” e che diventa “mi interesso di lui”.

Insegnare è educare, cioè tirare fuori da ognuno, ad essere degli onesti cittadini e dei buoni cristiani perché la loro priorità sia quella lasciare ai loro figli un mondo migliore. Un mondo malato, con tante dipendenze, che sono schiavitù e segnano la vita. I giovani – ma solo loro? – moltiplicano esperienze e passano da una dipendenza ad un’altra. Non ci possiamo accontentare di sostituire una dipendenza con un’altra un po’ meno pericolosa! Preghiera e carità. In quelle settimane poiché serviva di tutto, soprattutto della biancheria, diede il permesso di utilizzare anche una tovaglia della mensa dell’altare, un amitto e un camice, nella consapevolezza che «le membra di Gesù sono i poverelli». 

Grazie don Bosco, uomo che vedi il futuro nelle difficoltà del presente, la bellezza dove tutto sembra brutto e insignificante e con amore e coraggio la cerchi. Grazie per avere indicato questa strada fatta di ragione, religione e amorevolezza e grazie ai salesiani che la tengono viva portando avanti la tua missione di Padre, Maestro e Amico della gioventù. Grazie “Genio del cuore”, come ti ha chiamato San Giovanni Paolo II. Donaci cuore, insegnaci a seguire il tuo invito a interessarci di chi è più povero, perché anche noi possiamo, in questo tempo di crisi, riflettere con la nostra santità la bellezza e la forza dell’amore eterno di Dio. Amen

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