Messa crismale 2020

Bologna, Cattedrale
28-05-2020

L’antifona d’ingresso ci offre la nota per accordarci nell’ascolto della Parola e nello spezzare il suo corpo: “Gesù Cristo ha fatto di noi un regno e ci ha costituiti sacerdoti per il suo Dio e Padre; a lui gloria e potenza nei secoli dei secoli. Amen” (Ap 1,6).

Cantiamo la sua gloria e la sua potenza in comunione tra noi e con le nostre comunità, tutte importanti, in questa inedita celebrazione, obbligata dalla pandemia nelle modalità e nel calendario. Tutte le tribolazioni vagliano la nostra fede e sono motivo per dare testimonianza, perché in esse possiamo sperimentare la forza del Signore, bonaccia nella tempesta.

La vittoria non è non avere più tempeste, ma riconoscere la forza della fede che le vince e che ci affranca dalla paura. Oggi riviviamo interiormente la pasqua, ne comprendiamo il suo intimo legame con la Pentecoste che la completa e la rende sempre presente.

E’ stata una Pasqua intensa, drammatica, luce davvero necessaria in tenebre così evidenti e profonde, che ci hanno disorientato, isolato, turbato. La Quaresima è stata un vero deserto, faticoso, incontro con Dio e con noi stessi, confronto drammatico, senza sconto, con la nostra debolezza.

Abbiamo perduto tanti programmi ma siamo aiutati a ritrovare il programma, quello che conta nella vita. Ritroviamo l’anima delle nostre attività e non l’ansia delle cose, liberi da Marta per essere Maria, per ascoltare Gesù e non farci prendere dagli affanni nel suo nome perdendo la parte migliore.

Capiamo con più chiarezza il senso e la decisività della nostra vocazione, sia al servizio presbiterale e diaconale – e quanto nonostante la nostra inadeguatezza e peccato, le difficoltà, i cambiamenti che destabilizzano noi e ancora di più le nostre comunità, ringraziamo il Signore di questo dono – tutti i consacrati e i ministeri, istituiti o no, ma che ognuno di noi vive e rappresenta. Il grande ministero che li motiva tutti è quello del servizio vicendevole al sacramento del fratello.

La nostra è un’assemblea santa, unta dal Signore, dove nessuno ha l’esclusiva della santità perché tutti chiamati ad esserlo. Non c’è santità senza comunità, quella trama di relazioni umane concrete, fisiche, di nomi, di relazioni umane e spirituali, non simboliche e digitali.

“Oggi, quando le reti e gli strumenti della comunicazione umana hanno raggiunto sviluppi inauditi, sentiamo la sfida di scoprire e trasmettere la “mistica” di vivere insieme, di mescolarci, di incontrarci, di prenderci in braccio, di appoggiarci, di partecipare a questa marea un po’ caotica che può trasformarsi in una vera esperienza di fraternità, in una carovana solidale, in un santo pellegrinaggio” (EG 87).

E’ la comunità che incarna lo Spirito e lo contiene. In questa celebrazione che vede riuniti insieme rappresentanti del presbiterio e del consiglio pastorale e di altri parti dell’unico corpo, possiamo contemplare tutta la ricchezza e la bellezza della Chiesa e della nostra Chiesa di Bologna, la sua e nostra storia, con i nostri limiti e inadeguatezze, con i ritardi e le fughe in avanti ma che è la nostra. Contempliamo i segni sorprendenti dell’amore di Dio tanto più largo del nostro cuore, dei nostri giudizi. Il nostro popolo sacerdotale non è un’etnia come a Nazareth, incredula perché pensa di conoscere senza ascoltare. Siamo il corpo unto dal Signore e per il quale siamo unti, nel quale siamo chiamati e dove non c‘è più né giudeo né greco, né schiavo né libero né uomo né donna. 

Il Signore ci permette di scrivere i nostri Atti degli Apostoli, compiendo i miracoli possibili se non siamo increduli e se parliamo non nel nostro ma nel suo nome. E’ un corpo che vive senza difese perché è difeso da Dio e, non dimentichiamolo, dalla nostra preghiera e santità, e non smette di cercare nella città degli uomini quel “popolo numeroso” che era già a Corinto di cui parlò il Signore a Paolo e che ci aspetta.

In questo tempo di isolamento e di individualismo che vuole dimostrare inutile prendersi cura di un estraneo, troppo difficile o sconsigliabile superare i propri limiti o dare la vita per qualcuno, sacrificarsi, legarsi per sempre, essere liberi perché servi, che si nutre di diritti privati tanto da fare credere padroni della vita e di fare di questa un fatto privato, ecco, in un mondo così siamo santi insieme, popolo suo, famiglia di persone che amano gratuitamente fino alla fine e tutti, non solo i miei o quelli che mi convengono.

La Chiesa è sempre e soprattutto una famiglia, altrimenti si immiserisce, si chiude, diventa un élite più o meno intelligente o un’istituzione autoreferenziale. Siamo unti perché nel mondo, senza paura perché unti, ma senza diventare del mondo. La nostra conversione oggi, in questa pandemia che può isolarci ancora di più o farci diventare testimoni dell’amore di Dio per tutti, è affidarci allo Spirito.

Forse ci potremo sentire trascinati via dal sicuro perché il vento non sappiamo da dove viene e dove va, ma sapremo trarre dal kairos della pandemia esperienze e motivi per cambiare. Questo nostro corpo, in realtà così vulnerabile e esposto, non lo cambiamo in un momento ma dobbiamo amarlo sempre, anche quando non lo capiamo o non è come lo vorremmo. Si rispetta comunque, perché è tutto santo, unto come quando si consacra l’altare.

Non guardiamolo e trattiamolo come giudici o estranei, come una controparte che rivendica, ma diventando costruttori, generativi, aiutandolo come possiamo, sempre ad iniziare dalla preghiera e sempre con tanto senso di comunione e della santità di questo. L’olio non produce arroganza, supponenza o paternalismo, del quale non ce ne accorgiamo, ma attraente umiltà. Ricordava Papa Francesco, citando Sant’Agostino, che Gesù riteneva più importante” insegnare l’umiltà agli amici, piuttosto che rinfacciare la verità ai nemici” (Discorso 284, 6).

L’olio non appesantisce inutilmente, ma rende forte la debolezza, leggera la fatica e ci aiuta a togliere le radici di amarezza e di paura che spesso ci complicano inutilmente, contristano lo Spirito e spengono la speranza.  E’ lo stesso olio per tutti ma produce tanti doni diversi, ognuno necessario, senza gelosia, preferenza perché tutti preferiti, chiamati tutti a costruire. Stiamo attenti a non distruggerci a vicenda, a non difendere le nostre ragioni o il banale orgoglio o carattere, mantenendo il timore per la santità che c’è affidata.

Questo olio che ci ha unto tutti e ci ricorda che siamo responsabili gli uni degli altri, che tutti sono i miei, che famiglia è il mio prossimo e questa famiglia che è la Chiesa è affidata a noi e che cerchiamo essere una cosa sola e un’anima sola.

E’ olio efficace che spinge ad entrare nella storia e a donare tanto lavoro, senza “nominalismi dichiarazionisti” che ci possono farci guadagnare qualche considerazione interna o esterna, credere di avere risolto il problema solo per averlo capito e di avere raggiunto la soluzione solo perché abbiamo pensato un distillato di funzionalità o di definizione.

La scelta è costruire relazioni evangeliche, legami fraterni e fedeli. Recentemente Papa Francesco pensando alla tentazione ricorrente e falsamente rassicurante di elaborare piani auto-centrati, ha invitato a guardare fuori e a non guardarsi allo specchio, per rendere flessibili strutture e procedure e non appesantirle.

Credo che la pandemia ci ha spinto in maniera concreta a farlo, amando Cristo e la sua famiglia con semplicità e leggerezza, senza imporre noi stessi e riconoscendo i tanti segni di santità che già ci sono. 

L’olio di guarigione e consolazione sia di sollievo per quelle tante ferite visibili e ancor più invisibili, che abbiamo visto piegare la vita di tanti, angosciare, indebolire, chiedere aiuto in questa sofferenza co/sì diffusa.

L’Olio dei catecumeni o della forza ci aiuti a nella riscoperta in noi e in tanti di una grazia della quale non smettiamo di stupirci e della quale siamo sempre all’inizio e possa essere inizio di cammino per tanti.

Il crisma ci confermi nell’essere popolo regale, di sacerdoti, di profeti, di uomini che guardano le messi che biondeggiano, che fanno del poco il tanto, che rendono ricchi anche se non hanno niente, che vedono oggi il fiore e l’‘albero che sarà domani. 

Il Signore ci custodisca nel suo amore e conduca tutti noi, pastori e gregge, alla vita eterna.

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