Messa della III Domenica di Pasqua

Bologna. Cattedrale
26-04-2020

Siamo noi quei due discepoli che parlano di Gesù ma non sanno riconoscerlo nel loro presente. Lo hanno sulla bocca, lo cercano con amarezza e cuore ferito, ma non lo vedono. E’ in fondo la nostra condizione. E’ importante, ma del passato. Sono segnati dal male, come tutti noi in queste settimane, sconcertati per la vulnerabilità della nostra vita rivelata con la croce. Il male spegne la speranza e gli uomini senza speranza vagano come sonnambuli, si perdono nelle loro paure, si consegnano alla rassegnazione, per cui ci si arrende, si sentono finiti appena cadono, dicono facilmente “non si può fare nulla”, “è troppo impegnativo”, “non vale la pena” e soprattutto “non conviene”.

I due discepoli camminano verso Emmaus ma in realtà tornano al passato, ad una vita senza speranza e quindi costretta a riempirsi di presente, come sempre avviene quando non si aspetta più nulla e tutto finisce con sé. In realtà ogni uomo cerca qualcosa di vero, ha dentro di se il “desiderio”, quello che Sant’Agostino chiama la nostalgia di Dio, per cui non siamo in pace se non quando lo troviamo.

Le parole di speranza delle donne le hanno sentite, ne sono addirittura sconvolti, ma non vogliono illusioni, come chi è ferito dal male e lo vede dappertutto. Hanno paura e l’isolamento appare loro come l’unica soluzione per difendersi da un mondo troppo complicato, che hanno sperimentato difficile, crudele, drammaticamente più forte della speranza di quell’umile e mite re che il mondo sperava di cambiarlo, che aveva parole di amore verso tutti, che addirittura perdonava coloro che lo uccidevano. La croce è definitiva, fallimento della speranza e monito a non provarci più.

Gesù aveva detto di volere salvare tutti e non era riuscito a salvare se stesso. Insomma sono proprio loro a cercare l’isolamento. Ed è questo l’isolamento che dobbiamo temere. L’egoismo è l’isolamento che ci fa solo sopravvivere e non più vivere, forse fare tante cose, riempirci di nuovo le agende di appuntamenti ma con il cuore vuoto di speranza perché viviamo solo per noi stessi. Scriveva il Cardinale Biffi: “Molti contemporanei sembrano convinti come i due discepoli di Emmaus che ormai è iniziata l’epoca post cristiana. Non capiscono che sono pre-cristiani: l’assimilazione all’evento pasquale era ancora avanti a loro e essi dovevano percepirlo per lasciarsi trasformare”.

Sì, come i due discepoli sentiamo il nostro cuore ferito e non sappiamo dove trovare futuro, ci sentiamo post e abbiamo bisogno di qualcuno che ci faccia scoprire il futuro. In fondo cercano qualcuno che li ascolti, che sappia parlare loro con amore di Gesù e che sia per strada non dall’alto di un pulpito. La tempesta vissuta sconsiglia di navigare e il dolore spegne la passione di camminare. Il limite della morte si è affacciato così prepotentemente nella nostra vita come in quella dei due discepoli, incontro che pensavamo allontanare o circoscrivere e che si è manifestato così presente, come è, nella vita ordinaria, minaccia sempre incombente e imprevedibile.

I due hanno un enorme bisogno di luce che illumini la tristezza, di speranza che accenda il cuore. Ma non basta saperlo, averne informazione: c’è bisogno di un incontro nella storia per cambiare sul serio il loro cammino. Avevano sete di futuro ma non trovavano l’acqua. Erano nel buio ma non riconoscevano la luce. E nessuno vive bene nell’oscurità.

Gesù si avvicina. Non smette proprio di camminare con noi. Sembra non possa fare a meno di cercarci, di indicarci il cammino, di consolarci per davvero, di accendere il nostro cuore perché sia luminoso come il volto di chi è amato. Continua ad avere sete di noi e della nostra sete di vita. Per prima cosa ci ascolta, ci fa parlare, perché il suo Vangelo incontri finalmente quello che abbiamo nel cuore. Non può vederci tristi perché vuole per noi la gioia. Ci rimprovera: stolti e lenti di cuore. Lo può fare perché sta per strada con loro, perché parla con amore, perché è vicino, cammina al nostro fianco.

Gesù non fornisce distaccate indicazioni, perché il suo è un dialogo, parla al cuore perché non sia più lento e ritrovi il motivo per cui lo abbiamo: amare. “Non bisognava che il Cristo sopportasse queste cose?”. Il male non vince e Gesù ne svela l’inganno: l’amore non finisce con la croce, ma inizia! Quante volte ci ha parlato della sofferenza, quante volte ci ha chiesto di prendere sul serio l’incontro con i suoi fratelli più piccoli, quante volte ci ha fatto toccare il male invece di passare dall’altra parte, ci ha fatto ascoltare il grido di sofferenza invece di azzittirlo e quante volte con il suo amore ha vinto il male!

Gesù cura la nostra tristezza non dispensando interpretazioni più o meno intelligenti ma che ci lasciano soli, ma camminando in una direzione che non era la sua, seguendoci perché noi possiamo seguirlo e cambiare, noi, la strada.

Arrivano nel villaggio, nel piccolo mondo dove ci chiudiamo e pensiamo di potere essere sani in un mondo di malati, dove curare all’infinito le nostre ferite che non guariscono proprio perché al centro c’è solo il nostro io e perché la paura la portiamo dentro di noi. I due non obbligati, per loro iniziativa domandano “resta con noi perché si fa sera”. Si preoccupano di Lui e lo vogliono con sé. Diciamolo anche noi: “Resta con noi”, cioè “Signore, ti apro il cuore, ho bisogno di te, ti sento finalmente vicino e ho capito che non sei sconfitto, del passato ma cammini accanto e dentro di me”.

Hanno ascoltato la Parola e la vogliono prendere con sé, gli aprono il cuore. E Gesù entra solo se gli apriamo, altrimenti resta fuori e in tanti modi bussa. I due capiscono la concretezza del Vangelo nella storia, nei problemi veri e personali, risposta ai dubbi e alle incertezze. Gesù non è senza spazio e senza tempo, ma entra nel nostro oggi, raccoglie le nostre domande più vere e profonde e ci apre all’amore amandoci e alla speranza indicando il futuro. Prima dell’Eucarestia spezzano la Parola e si prendono cura del prossimo.

Ecco Emmaus: Parola, Pane, Poveri. Ascoltano il Verbum Domini, si preoccupano del pellegrino e ricevono il pane spezzato da Colui che offre se stesso, vero pane che nutre il nostro cuore affamato di amore. Vogliono che resti: si prendono cura di lui, lo vogliono a casa, come possiamo fare con il povero viandante che resta solo, che non può camminare di notte, che non ce la fa e che ha bisogno di qualcuno che gli dica “resta con me, mi fa piacere stare con te e io resterò con te”.

Non pensano più alla loro piccola tranquillità come se era questa che poteva proteggerli dal male e dalla morte. Si preoccupano che non resti senza mangiare e invece di parlare solo delle loro ferite, pensano a Lui. La carità genera carità, la Parola apre gli occhi del cuore e quel Signore spezza se stesso e ci mostra come solo donando la vita la troviamo. Forse sono proprio i frutti di queste settimane: ascoltare la sua parola, fare restare con noi chi è più solo e deve affrontare questa lunga, difficile, dura sera che spegne le speranze, ricevere, speriamo presto il pane del Signore.

Gesù non lo vedono più ma è con loro, perché si sono aperti gli occhi interiori, quelli spirituali, è ospite del nostro cuore e vediamo il mondo in modo nuovo. Mane nobiscum, Domine! Resta con noi, perché non vinca la notte della paura. Insegnaci a riconoscerti nell’amore che ci comunica la tua Parola, nell’aprire il nostro cuore a Te e a chi ha bisogno di accoglienza.

Grazie, Signore, tu non vai più via e ogni notte è illuminata dalla tua presenza. Tu sei restato con quanti hanno sperimentato la malattia e la morte. Resta, Signore, perché possiamo camminare nella tua via ed essere noi il pellegrino che spezza amore per chi è solo, triste, povero. Grazie Signore perché resti con noi per sempre e la sera della vita diventa l’alba del tuo giorno che non finisce.

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