Messa per l’Università

Bologna, Cattedrale
02-12-2020

Che gioia ritrovarsi assieme “in presenza”! Natale è Dio che si è rende presente, che diventa una “presenza” nella nostra vita concreta, nelle nostre scelte e nella nostra vita concreta, materiale. Da “remoto”, il più remoto, diventa prossimo.

Ecco, qualche volta siamo noi che lasciamo Gesù in remoto, lo pensiamo lontano quando al contrario si fa vicino, bussa alla porta del nostro cuore per entrare. Non sfonda la porta, non si impone, non si insinua. Bussa e solo se gli apri entra, per sedersi a tavola con noi, cioè per essere amico della tua vita, nella tua vita, così come sei.

Questa presenza di Dio che viene, il Natale del Verbo che si fa carne, ci spinge ad andare a cercare anche noi quei tanti remoti che lasciamo tali e a farci presenti sempre noi con il nostro amore. Dio si fa prossimo perché ci ama, perché impariamo ad amarci e amiamo il nostro prossimo. La presenza di Dio ci aiuta a guardare, a sapere capire il nostro presente perché guardiamo il nostro futuro. Il futuro è il problema della nostra vita, vulnerabile e incerta com’è, che cerca sempre altra vita.

E’ così tanto il problema che spesso cerchiamo di evitarlo, di rimandarlo, di fare decidere dagli avvenimenti! Se viviamo solo del presente viviamo male, diventando bulimici e consumando esperienze senza capirle e viverle appieno. Certo, se ci nascondiamo nel passato (lo facciamo in tanti modi) ne restiamo prigionieri, coltiviamo sogni che in realtà sono nostalgie, ricordi che portano tristezza o inquietudine.

“Alimentare ciò che è buono e mettersi al servizio del bene”, è stato il tema scelto per questa nostra celebrazione. Il futuro ci sarà se io oggi ci sono, se lo preparo, lo semino, lo cerco, lo desidero e sono pronto a pagarne il prezzo. Chi cerca il futuro non si butta via, si fa male per le inevitabili avversità, ma non si ferma; vive con gioia il suo presente, in maniera meno compulsiva, perché sa che “il futuro sarà migliore”, come diceva con speranza don Tarcisio, missionario del Signore e amico delle persone, tutte, che incontrava, ad iniziare dai più deboli.

Se tutto finisce oggi e con me, l’unico problema è afferrare tutto quello che posso, il più che posso, a qualsiasi prezzo e modo. Se credo che la vita non finisce qui aspetto l’avvento che deve venire e verso cui io vado, che inizia con la fine della nostra vita e che ne rivela il fine.

Se cerco questo avvento, cioè il sogno di Dio sul mondo e sulle persone, lo riconosco presente nella mia vita e sono attento a chi mi chiede di sognare che il mondo cambi. La pandemia è esattamente il contrario: cancella il futuro e rovina il presente; divide, sconsiglia di guardare avanti, riveste tutto del senso di inutilità per cui niente vale la pena. Se c’è un virus che viene sempre a rovinare tutto, c’è al contrario un seme di amore che rigenera la vita e la protegge, la rende piena.

“Alimentiamo ciò che è buono e mettiamoci al servizio del bene, ci ricorda che molto dipende da noi, e che non è mai privo di conseguenze quello che io faccio o non faccio! Il buono che c’è in noi va fatto crescere, deve essere nutrito e lo alimentiamo lasciandoci amare da colui che è buono nel senso vero del termine, cioè colui che ama. Quanto c’è bisogno di uomini buoni, che lo sono non perché hanno qualche buon sentimento (quelli ce li possiamo avere più o meno tutti noi) ma perché si fermano vedendo un uomo mezzo morto lungo la sua strada.

Il samaritano buono lo diventa -o rivela di esserlo – perché ha compassione di uno sconosciuto e lui diventa il suo prossimo e lui trasforma nel suo prossimo. L’uomo buono vuole bene a se stesso ma vuole bene anche agli altri e per questo vince la paura che fa chiudere il cuore. Bisogna alimentare ciò che è buono! Etty Hillesum avrebbe parlato di ritrovare quella sorgente che è nascosta in noi, molto profonda.

“In quella sorgente c’è Dio. A volte riesco a raggiungerla, più sovente essa è coperta di pietre e di sabbia: allora Dio è sepolto. Allora bisogna dissotterrarlo di nuovo”. Bisogna “rintracciare il minuscolo essere umano, sepolto sotto la barbarie dell’insensatezza e dell’odio”.

Per alimentare il buono dobbiamo metterci al servizio del bene. E questo non dipende né dall’età né dalle possibilità! Purtroppo spesso crediamo che l’amore per noi stessi significhi anche il bene per noi stessi. Stare bene sembra essere diventata per tanti l’idolatria, quella del proprio benessere, frutto e causa allo stesso tempo dell’individualismo.

Ma abbiamo capito davvero se ci fa bene quello che cerchiamo? Il bene senza gli altri, il mio bene contrapposto a quello di chi ho vicino o senza il prossimo, non mi fa bene, rende il prossimo nemico, competitore, addirittura nemico. Spesso c’è la convinzione: si salvi chi può, che poi significa favorire il più svelto e lasciare indietro il debole, perché questo resta certamente indietro. Dobbiamo capire il bene.

“L’ossessione del divertimento, che sembra l’unica via per evadere dai problemi e invece è solo un rimandare il problema. C’è il fissarsi sui propri diritti da reclamare, dimenticando il dovere di aiutare. E poi c’è la grande illusione sull’amore, che sembra qualcosa da vivere a colpi di emozioni, mentre amare è soprattutto dono, scelta e sacrificio.

Scegliere, soprattutto oggi, è non farsi addomesticare dall’omologazione, è non lasciarsi anestetizzare dai meccanismi dei consumi che disattivano l’originalità, è saper rinunciare alle apparenze e all’apparire. Scegliere la vita è lottare contro la mentalità dell’usa-e-getta e del tutto-e-subito, per pilotare l’esistenza verso il traguardo del Cielo, verso i sogni di Dio”.

Ecco questo lo abbiamo iniziato a capire nella pandemia, in maniera nuova, vera, dura e senza sconti certamente, che ci ha liberato da tanti inganni, immergendoci nella vita così com’è sempre, per davvero, senza le illusioni del nostro benessere.

Non pensiamoci sani in un mondo malato, perché ci salveremo solo se realizzeremo quel banchetto di grasse vivande di cui ha parlato il Profeta. Vuol dire che ce ne sarà per tutti e che cercare il futuro del Signore è trovare una vita bella, non grama. E’ un sogno che ci apre gli occhi, non li chiude! Ci aiuta a entrare nella realtà non ad evaderne o evitarla! Quanta sofferenza e quanta solitudine chiedono di non essere lasciate sole! Il sogno del profeta si realizza in Gesù.

Intorno a Lui c’è sempre molta folla. Chi sta con lui incontra sempre anche gli zoppi, storpi, ciechi, sordi e molti altri malati. E’ l’ospedale da campo! Gesù ci mette di fronte alle nostre piccolezze, che spesso usiamo per giustificare che non possiamo fare nulla. Pochi pani e pochi pesci. La nostra debolezza invece diventa forza. Ci chiede di donare il nostro poco! Ecco il Vangelo! Non dobbiamo cercare la forza del mondo, che poi spesso ci ingabbia, ma mettiamo fin da adesso a disposizione quello abbiamo e siamo. Grande è chi dona!

L’azione di Gesù non è un gioco di prestigio: far comparire cibo per tutti! Gesù condivide, dona e il dono moltiplica, ci chiede di non avere paura di donare il poco perché diventi tanto. Questo non solo non ci limita, ma anzi ci realizza, perché ci rende capaci di compiere lo cose grandi che solo la compassione e la condivisione realizzano.

“Il Signore della vita ci vuole pieni di vita e ci donà il segreto della vita: la si possiede solo donandola”, suggerisce papa Francesco. E’ la gioia vera del Natale, quello di un Dio che si dona. Alcune osservazioni di papa Francesco: “Lo Spirito Santo ci chiede non che cosa ti va? ma che cosa ti fa bene?”. E quindi anche cosa fa bene, “Cerca di passare dai perché al per chi, dal perché vivo al per chi vivo, dal perché mi capita questo al per chi posso fare del bene”.

Natale è il dono di Dio che viene. Natale è donare il poco che abbiamo: ogni volta sarà sempre un’epifania di Dio, mostrerà la sua presenza, così importante in questo tempo di pandemia. Solo insieme ne usciamo. Gesù lo sapeva ed è venuto per questo e ci invita a aiutarci.

Sentiamoci amati da Gesù, che diventando uomo accetta di essere vulnerabile. In questo natale, così segnato dalle nostre paure e dalla forza del male lo capiamo in modo molto concreto. Impariamo da lui a donare quello che riceviamo, ad alimentare quello che è buono in noi (tutti) e metterci al sevizio del bene. Vedremo e doneremo tanta luce. E sarà Natale. Il nostro e il suo.

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