Omelia della messa per gli operatori del diritto

Cattedrale di Bologna
29-03-2021

Quanta speranza e quanta consolazione dona a noi tutti questo servo del Signore di cui ci ha parlato il profeta Isaia! Non spezza la canna incrinata e non spegne lo stoppino dalla fiamma smorta, il lucignolo fumigante. Che differenza da una generazione come la nostra che valuta con rapidità la propria utilità e poco si interroga su cosa è davvero utile e a chi lo è, che non vuole perdere energie e tempo con chi sembra perduto e giudica in base al tornaconto rapido! È lo stesso Signore per il quale i passi del nostro vagare sono contati e che raccoglie nel suo otre le nostre lacrime, perché per lui sono importanti mentre non interessano affatto agli uomini. Il nostro è un Dio che ama, che non sciupa nulla, che non si accanisce tanto da non amare l’onnipotenza degli uomini che si fanno dio. Il nostro è un Dio che ama e che conta perfino quanti sono i capelli del nostro capo. Per lui ognuno di noi vale tutto, anche se siamo limitati e peccatori, perché è Dio di amore infinito. Ricorda bene – mentre l’uomo lo dimentica! – che i giorni sono come l’erba e che ogni persona è sempre un delicatissimo fiore di campo, che fiorisce ma poi facilmente viene il vento, il vento freddo della morte, e così non è più, né più riconosce il suo posto. Insomma non si trova più lui e gli altri non sanno più dove è finito.

Questo lo capiamo forse in maniera più personale e interiore in questo tempo di pandemia, che ci aiuta anche a considerare in maniera diversa tutte le altre pandemie che causano tutte tanta povertà e sbattono in faccia agli uomini la loro fragilità. Ci siamo confrontati con la vera grande pandemia che è la morte stessa, che cerca in tutti i modi di spegnere la debole luce degli uomini. Ci aiuta a ricomprendere anche il nostro servizio, civilmente lavoro, ma per viverlo bene dobbiamo ricordarci che è sempre servizio. Non si tratta solo di molte abitudini che sono cambiate. Non so per quanto tempo gli uffici della città giudiziaria sono stati chiusi. Quante novità si sono affermate, come ad esempio il lavoro a casa o le modalità diverse di confronto tra noi con conseguente indigestione di piattaforme! Che interrogativi aprono? In questi mesi noi tutti abbiamo maturato una percezione più articolata di quello che siamo e che siamo chiamati ad essere e fare. Capiamo meglio la nostra casa comune e come è messa alla prova! Vi sono tante fragilità e non funzionamenti ed ha quindi bisogno di tutti, che ognuno cambi e tiri fuori il meglio di sé perché la pandemia non passi invano e ci spinga a cambiare il tanto che non va bene. È necessario farlo, non solo per affrontare l’emergenza ma anche per costruire qualcosa che duri a lungo termine. Questo lo richiede la vita vera. È necessario cercare qualcosa di stabile, che vada oltre noi, in un “tempo opportuno”, rigenerando quello che abbiamo capito essere caduco, obsoleto, inutile, addirittura frenante e controproducente. E sappiamo come la giustizia è indispensabile per la ricostruzione, essendo uno degli elementi portanti delle nostre istituzioni, anzi quello che ne garantisce il corretto funzionamento. Anche perché se ci sono finanziamenti c’è anche, purtroppo inevitabilmente, la corruzione! Non possiamo accontentarci di ritagliare solo spazi individuali, indispensabili perché la persona fa la differenza, ma dobbiamo cercare meccanismi stabili, curare quelli malati e avere uno spirito diverso per sceglierli e applicarli. Quanti problemi segnano il mondo del diritto, l’esercizio della giustizia! I ritardi, i tempi eccessivi, la personalizzazione invece di un corretto funzionamento istituzionale, il rapporto a volte inquietante tra giustizia e informazione, una mediatizzazione che poco ha che vedere con il rigore dell’inchiesta.

Lo ha indicato Papa Francesco nella sua enciclica Fratelli tutti, grammatica indirizzata a tutti e piena di importanti indicazioni perché la pandemia sia un’opportunità e i cristiani in modo particolare colgano questo segno dei tempi. Certo, lo sappiamo, c’è molta disillusione. «Nel mondo attuale i sentimenti di appartenenza a una medesima umanità si indeboliscono, mentre il sogno di costruire insieme la giustizia e la pace sembra un’utopia di altri tempi» (FT 30). Lasciamoci aiutare da un operatore di giustizia, prossimo beato, il “giudice ragazzino”, Rosario Livatino, ucciso a soli 38 anni, che diceva a proposito dell’immagine del magistrato (ma lo attribuirei a proposito di qualunque servizio anche ricordando l’indicazione della Costituzione per cui “i cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore”) che «la sua indipendenza non è solo nella propria coscienza, nella sua capacità di sacrificio, nella sua conoscenza tecnica, nella sua esperienza, nella chiarezza e linearità delle sue decisioni, ma anche nella sua moralità, nella trasparenza della sua condotta anche fuori delle mura del suo ufficio, nella normalità delle sue relazioni, nella rinunzia ad ogni desiderio di incarichi e prebende, specie in settori che, per loro natura o per le implicazioni che comportano, possono produrre il germe della contaminazione ed il pericolo della interferenza; l’indipendenza del giudice è infine nella sua credibilità, che riesce a conquistare nel travaglio delle sue decisioni ed in ogni momento della sua attività».

Tutte le procedure hanno sempre al centro la persona e debbono garantire il rispetto fondamentale dei diritti e dei doveri. Non è un problema di summum ius, perché è una tentazione che poi prepara una summa iniuria. È indispensabile il discernimento che accompagna sempre l’applicazione di qualsiasi regola. Legato intimamente a questo è anche il superamento dell’idea del carcere come unica effettiva risposta al reato. La “certezza della pena”, ha detto qualcuno, non è la “certezza del carcere” che deve essere sempre in vista della redenzione e non può mai essere solo punitivo. Le chiavi non le dobbiamo buttare dopo avere chiuso! Le dobbiamo piuttosto tenere in mano e saper usare con intelligenza e lungimiranza. Infine anche alcune esperienze di giustizia riparativa rappresentano un’indicazione importante per un miglioramento generale dell’espiazione della pena, che guardi al futuro, oltre che al passato.

Dentro ogni pratica ci sono una e tante persone. Non sono mai un numero, una statistica e richiedono una corretta valutazione tecnica, e perché questa sia completa serve molta empatia. Tutti, compresi quelli che qualcuno ha definito l’hardware della giurisdizione cioè i funzionari, i cancellieri, i segretari, gli assistenti, gli operatori e gli ufficiali giudiziari, sono coinvolti. Non dimentichiamo che poi ci sono loro, le vittime e gli imputati! Essi ci richiedono competenza, umanità, correttezza.

Ecco il vostro vasetto di nardo puro. Ognuno di noi può aprirlo. È il suo. Non è uno spreco, ma ci permette di trasformare tutta la casa e di riconoscere la presenza di Gesù.

«Il linguaggio della pittura e della scultura spesso rappresenta la Giustizia intenta, con una mano, a soppesare con la bilancia interessi o situazioni contrapposti, e pronta, con l’altra mano, a difendere il diritto con la spada. L’iconografia cristiana poi aggiunge alla tradizione artistica precedente un particolare non di poco conto: gli occhi della Giustizia non sono bendati, bensì rivolti verso l’alto, e guardano il Cielo, perché solo nel Cielo esiste la vera giustizia».

Guardiamo in cielo per camminare sulla terra! Che il Signore ci aiuti a cambiare per essere all’altezza della prova e perché il profumo dell’amore doni consolazione e speranza a tutti.

+ Matteo Zuppi

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