Messa del primo giorno della Tre Giorni del Clero

Bologna, Cattedrale
14-09-2020

La storia, e il nostro cammino così breve in questa, non è mai una casuale concatenazione di eventi. Davanti alla croce sentiamo tutta la drammatica sfida del senso di vuoto, dell’abisso della fine, della sconfitta che sembra definitiva. Siamo sospesi tra l’evidenza del male e la promessa della resurrezione.

Il Cardinale Biffi spiegava la casualità come il modo anonimo di Dio di raggiungerci e commentava che il Signore faceva così per “non abbagliarci con la sua onnipotenza e col suo splendore e per permetterci di fermarci alla contemplazione stupita dell’incredibile e arcana benevolenza del Padre della luce, dal quale discende ogni buon regalo e ogni dono perfetto”.

La pandemia ha rivelato tanta sofferenza, ha accentuato e generato fragilità, ha seminato tanta morte e paura nel cuore degli uomini e anche nel nostro. Sento oggi la provvidenza di ritrovarci tutti – e con noi sono le comunità che presidiamo nella comunione e tutti le relazioni che ognuno di noi rappresenta e porta con sé – davanti alla croce e intorno all’altare del suo sacrificio.

Ricomprendiamo qual è il centro della nostra vita, a grazia di un amore che è luce nelle tenebre e che ci ricorda anche come ognuno di noi, malgrado il suo peccato, è un pezzo di questa grazia. Anche per questo non trascuriamoci mai, non sciupiamo il dono che abbiamo ricevuto e che siamo, non accontentiamoci di una misura mediocre o di una banale riproposizione di noi stessi, ma lasciamoci prendere dalla contemplazione per un amore così grande per trovare e ritrovare la forza dello Spirito.

Celebriamo oggi con i giubilei sacerdotali di alcuni nostri fratelli varie stagioni delle nostra vita, che una lettura troppo interpretativa forse non metterebbe insieme. Invece ci permette di vedere come la grazia si trasforma con noi nel tempo, resta sempre la stessa anche se cambia nei suoi tratti esteriori.

Ogni nostra età è davvero utile se si pensa come servizio e se vive pienamente la sua. Se i vecchi sognano i giovani avranno visioni. E poi non dimentichiamo quanto la nostra testimonianza è sempre di conforto per i fratelli. Sotto la croce ascoltiamo come sempre nuove le parole di Gesù: “Questa è tua madre”. La Chiesa ha generato noi e di Lei siamo figli. E’ madre e non si accontenterà mai di essere matrigna e quindi noi degli estranei.

E’ una madre, non l’amministratore di un condominio o una controparte da trattare con sottili o evidenti rivendicazioni, con l’ordinaria autosufficienza o con imporle i nostri dati di fatto che la umiliano e la feriscono. E’ nostra madre. Non giudichiamo mai la Chiesa come fossimo estranei, detentori di una verità che spesso è la nostra.

Non è una badante: è una madre. Non è un’amante: è una sposa. Non è una serva: è tua e tu sei suo. Non è una organizzazione o meglio lo è molto più perché è la famiglia. Guardiamo piuttosto la Chiesa che cerca come può di restare accanto a Gesù sempre e sotto le tante croci della sofferenza degli uomini.

Guardiamola come fa lo Spirito, non come fa il mondo. “Il mondo ci vede di destra e di sinistra, con questa ideologia, con quell’altra; lo Spirito ci vede del Padre e di Gesù. Il mondo vede conservatori e progressisti; lo Spirito vede figli di Dio. Lo sguardo mondano vede strutture da rendere più efficienti; lo sguardo spirituale vede fratelli e sorelle mendicanti di misericordia.

Lo Spirito ci ama e conosce il posto di ognuno nel tutto: per Lui non siamo coriandoli portati dal vento, ma tessere insostituibili del suo mosaico”. Vedere composto oggi questo mosaico mi e ci consola e ci fa comprendere anche il dono che è sempre ognuno di noi, il suo valore, la sua bellezza proprio perché raccolti intorno all’amore che ci ha generati, follia per il mondo, sapienza e onnipotenza di Dio e nostra.

Viviamo un tempo oggettivamente difficile, ma sotto la croce sentiamo la vera protezione dalle ossessioni apocalittiche che spesso lasciano spazio ad agitazioni pelagiane o gnostiche. Alziamo lo sguardo, ripartiamo dalla croce, dal seme che caduto in terra fa germinare la vita che non finisce, centro di ogni nostra parola e essenza del nostro annuncio.

Don Camillo, agitato e pessimista, si lamentava con Gesù che il mondo corresse verso la sua rapida autodistruzione e perdesse il suo patrimonio. E’ angosciato e non confida nella forza misteriosa della croce. Cristo sorride. “Bisogna salvare il seme. Se il contadino avrà salvato il seme, potrà gettarlo sulla terra resa ancor più fertile dal limo del fiume, e il seme fruttificherà, e le spighe turgide e dorate daranno agli uomini pane, vita e speranza. Bisogna salvare il seme: la fede”.

E il seme si salva con la speranza forte del credente, spendendola, parlando da innamorati di Gesù. Il pessimismo è una tentazione, perché sembra farci entrare nella realtà liberandoci dalla deformazione della speranza mentre non ci fa accorgere dei segni di amore presenti in essa e svilisce la nostra vera forza.

Possiamo avere gli occhi pieni di zelo per la religione ma se non sappiamo valutare i fatti con sufficiente obiettività e prudente giudizio si finisce per  vedere solo rovine e guai, lamentandoci che “i nostri tempi, se si confrontano con i secoli passati, risultano del tutto peggiori”, tanto che ci comportiamo come se non abbiamo nulla da imparare dalla storia e come se in tempi precedenti  tutto procedesse felicemente quanto alla dottrina cristiana, alla morale, alla giusta libertà della Chiesa.

Dobbiamo vedere il mondo con la simpatia immensa per riconoscere “i misteriosi piani della Divina Provvidenza, che si realizzano in tempi successivi attraverso l’opera degli uomini, e spesso al di là delle loro aspettative, e con sapienza dispongono tutto, anche le avverse vicende umane, per il bene della Chiesa”.

Ecco l’atteggiamento con cui attraverso la croce cerchiamo di porci di fronte alla pandemia, momento opportuno per comprendere con più cuore e più mente la sofferenza delle persone, la domanda di vita, di amore, di senso e rispondere a queste non con una lezione ma con un amore donato fino alla fine. Sappiamo quanto nel mondo c’è poco spazio per la croce: viene cancellata come viene rimossa la sofferenza e la morte, per poi trovarsi fragili e pieni di paure.

L‘uomo oggi vive in uno stato di squilibrio: cerca di stare bene ad ogni costo, di raggiungere quella pornografia della vita che è il benessere, l’esibizione sfrontata dei suoi modelli di felicità senza misura e senza storia, finti e che proprio per questo appaiono possibili tanto da diventare un diritto e poi si scopre fragile, vulnerabile, naufrago.

Lo scandalo della croce ci richiama a cosa siamo e a cercare l’unica forza capace di sconfiggere il male. Questa è la rivoluzione copernicana del cristianesimo: il grande si fa piccolo, l’impotenza è potenza, il servizio è comando.

Chiunque veda in noi lo stesso amore fino alla fine per essere attratto da un amore che non respinge, dalla misericordia senza limiti che illumina la sofferenza spesso vissuta in solitudine di un mondo morso dal serpente dell’onnipotenza e dell’individualismo. E come per San Francesco avverrà anche per noi: contemplare Gesù crocifisso e abbracciare il lebbroso, corpo di quel crocifisso.

Tanti ci interrogano su dove sta Dio. Aiutiamo a vedere Dio con il nostro amore donato, anche se a volte ci sembra vano: non è mai perduto ed è sempre seme di vita. Parliamo del suo amore fino alla fine. E aiutiamo l’uomo a capire dove sta l’uomo, dove ha messo il suo cuore e a ritrovarlo facendo sentire che è amato e insegnando a non avere paura di amare.

“Rapisca, ti prego, o Signore, l’ardente e dolce forza del tuo amore la mente mia da tutte le cose che sono sotto il cielo, perché io muoia per amore dell’amor tuo, come tu ti sei degnato morire per amore dell’amor mio”.

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