Omelia per la Messa in suffragio dei caduti delle stragi di Bologna e Ustica

Presente alla Messa il Presidente della Repubblica
30-07-2020

Fare memoria è doloroso. Sentiamo l’assenza, atroce anche a distanza di anni, delle vittime e ci siamo confrontati con la inquietante capacità dell’uomo di compiere il male e con la sua vulnerabilità nel subirlo.

Meditiamo come l’uomo può distruggere la vita e anche se stesso, Caino che come Giuda è sempre nostro fratello. Davanti alle tragiche conseguenze di ogni strage, che distruggono la fragilissima meraviglia che è sempre ogni persona, la domanda è: dove sei uomo, cosa hai fatto della tua umanità? Com’è possibile?

Chi ascolta la voce di Dio trova se stesso e suo fratello. Fare memoria ci riporta, anche a distanza di anni, a sentire le urla, il silenzio, l’angoscia, la speranza e lo sgomento della brutalità della morte. Pensando al dolore proviamo fastidio per il chiacchiericcio insulso, per le perdite di tempo e scegliamo di mettere da parte quello che ci divide per cercare quello che unisce.

Le lacrime chiedono di stare tutti dalla stessa parte, quella di chi piange. Riviviamo oggi lo strappo inaccettabile della morte, la durezza della scomparsa che non si smette di misurare anche a distanza di anni. La memoria ci fa provare, anche, l’acuta e insopportabile ingiustizia della mancanza di verità, amara, perché memoria anche di delusioni, di ritardi, di opacità spesso senza volto e senza nome, di promesse non mantenute, di mandanti – che ci sono – protetti dall’ombra di quelle che sono vere e proprie complicità.

Disse il Cardinale Caffarra: “L’uomo è sconfitto quando il crimine resta impunito e il criminale può continuare ad attendere indisturbato ai suoi sciagurati pensieri e forse a preparare altri eccidi. L’uomo è sconfitto quando gli onesti e pacifici cittadini hanno l’impressione di essere senza difesa di fronte all’estendersi della prepotenza e della follia omicida”.

La nostra oggi è una memoria affollata dei ricordi, sempre parziali in realtà, di quelle persone i cui nomi portiamo nel cuore e abbiamo deposto sull’altare. Essi sono scritti da Dio, autore e amante della vita, nei cieli.

Desidero ricordare i nomi, le persone, dei più piccoli e dei più anziani: Angela Fresu di tre anni e Luca Mauri di sei. Francesco Di Natale di un anno e Giuseppe Diodato, sempre di un anno. Antonio Montanari di 86 e Maria Idria Avati di 80. Paolo Licata di 73 e Marianna Siracusa di 61.

Come ebbe a dire il Cardinale Poma “guardiamo a loro come a membri della nostra stessa famiglia”. I nostri ricordi sono più fisici per la strage della Stazione di Bologna, le cui immagini – come gli occhi spalancati e pieni di orrore della donna portata via sulla barella – sono impresse nella memoria dei sopravvissuti e di tutti.

Tutta Bologna, “che sa stare in piedi per quanto colpita”, si sentì coinvolta e in fondo fu l’intera città a salire sull’Autobus 37 per fare tutto il possibile (diremmo l’impossibile!) per aiutare, per soccorrere i feriti, per comporre con pietà i poveri corpi, per consolare e aiutare i parenti increduli e smarriti di fronte a tanta cattiveria, per piangere con loro.

Immaginiamo ancora oggi le parole che hanno accompagnato le vittime nei loro ultimi istanti, i sentimenti che riempivano il loro cuore, quelli che ispirano il suggestivo e emozionante Museo della strage di Ustica. Il loro ricordo si perde nella immensità del cielo e sprofonda nell’abisso del mare. Nel Museo vi sono 81 luci, che ricordano ognuna delle 81 vittime.

Esse sono come delle stelle, che penetrano il buio del cielo. Si spengono e si riaccendono, come nella nostra anima, ma si riaccendono sempre perché il male non può vincere la fragilissima vita degli uomini. Questa è l’intuizione del cuore ed è la certezza della fede che Cristo è venuto ad accendere nei nostri cuori. La vita non è tolta ma trasformata. Il dolore ci rende consapevoli e attenti a quanti sperimentano oggi e ovunque la cattiveria di un mondo che invece che amico e fratello si rivela Caino e nemico.

Tanto dolore può dividere e isolare, generando così nel cuore degli uomini anche l’ultimo frutto del male che è l’amarezza della solitudine e la sensazione di impotenza, di smarrimento, di insignificanza che può prendere davanti all’oblio inesorabile del tempo e ad una giustizia non raggiunta. Ma il dolore può unire, liberare energie di solidarietà, di ricerca di giustizia e di fraternità.

Infatti è di tanta consolazione essere insieme oggi, uniti ai tanti che sono spiritualmente con noi. La presenza così autorevole, per il ruolo e per la persona, del Signor Presidente della Repubblica dona a questo ricordo un significato tutto particolare, una solennità emozionante e profonda. Era atteso. Credo di esprimere a nome di tutti i parenti e di tutti noi un ringraziamento commosso a Lei, Signor Presidente, per questo gesto che completa le tante e importanti parole con cui in questi anni Lei ha sempre accompagnato la memoria di queste come di ogni strage.

Grazie, Signor Presidente. E con lei ringrazio i rappresentanti tutti delle istituzioni, che sono come le pareti portanti di questa nostra casa comune, per la quale vale la pena sacrificare la vita, difendendola con l’onestà e il lavoro anche perché “ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta (quindi in piena libertà personale) una attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società” (Cost. It. Art. 4).

Oggi sentiamo tutti la consolazione di essere insieme davanti e dentro al mistero di amore che è Dio, colui che rivela se stesso nella compassione per la nostra fragilità e caducità, che illumina le tenebre della nostra vita. La sua onnipotenza è la croce, perché Dio vuole che per Abele la morte non sia l’ultima parola e che pure per Caino vi sia una possibilità di salvezza mediante il perdono.

Anche per questo la nostra memoria non è un elastico, come diceva il parente di una vittima, che tristemente ci riporta continuamente indietro, condannandoci per sempre a quel dolore subito. Dio non usa il male, ma lo vince amando e trasformandolo in luce.

Come nel muro alla stazione di Bologna: attraverso quella tragica ferita penetra la luce. Quella di Cristo è luce di amore che illumina il sepolcro della morte. Il nostro è un Dio che diventa Lui vittima (Dio!) perché ascolta il grido che sale dalla terra, dal sangue di tutte le vittime, qualunque nome, storia e caratteristica abbiano, solo perché vittime. Non è sordo al dolore, non fa finta, non si gira dall’altra parte, non parla sopra, non ha da fare, non si lamenta Lui.

Gesù piange con noi e sceglie di amare fino alla fine per insegnarci a non avere paura di amare e perché la vita non abbia fine. L’amore non ha fine. Con Dio non ci potremo mai abituare a questo grido che sale da ogni strage, da ogni pandemia e violenza e ci ricorda che siamo fratelli di chi è colpito.

La Chiesa come una madre non vuole essere consolata finché non sia donata giustizia, finché il grano non sia liberato dalla zizzania. E’ una sentinella attenta perché il nemico non approfitti del sonno dell’indifferenza per seminare la zizzania.

Non accettiamo come innocui i semi dell’odio e del pregiudizio, le ideologie che annullano la persona, l’uso di parole che diventano armi, la superficialità di cercare a tutti i costi la convenienza senza difendere la verità e il bene comune.

Chiediamo ancora che chi sa qualcosa trovi i modi per comunicare tutto ciò che può aiutare la verità, perché anche se scappiamo dal giudizio degli uomini non scappiamo dalla nostra coscienza e soprattutto dal giudizio di Dio.

Da questa memoria, di due tra le ferite più profonde della storia recente del nostro Paese, vorrei sorgesse un impegno rinnovato, personale e comunitario, per l’Italia e per l’Europa tutta, in un momento così grave per tutti che richiede ad ognuno rigore e serietà.

Preghiamo perché cresca il contrario degli interessi individuali e dei poteri occulti che è il bene comune.

Preghiamo perché siano sconfitte le mafie di ogni genere e provenienza, con i loro interessi spaventosi e la terribile capacità corruttiva e distruttiva, e cresca la comunità di destino che ci unisce.

Preghiamo perché il grido di dolore che sale dal sangue delle vittime e che è ascoltato da Dio lo sia anche dagli uomini e diventi pratica di giustizia e umile impegno di onestà.

Preghiamo perché sappiamo essere fratelli per il nostro fratello come Cristo ci ha insegnato. In Lui i nostri cari vivono e sono nella luce.

Anche per loro scegliamo la via dell’amore.

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