Omelia per la riapertura della chiesa di Sant’Agostino ferrarese

09-02-2020

Oggi viviamo una gioia grande. L’attesa di tutta S. Agostino trova compimento: torniamo a casa. Il cristiano è un uomo di speranza, perché sa che il suo desiderio trova risposta in Dio e l’amore è più forte del male. Il terremoto scosse tanti luoghi abituali e li chiuse. Abbiamo capito quanto ci vuole per riparare quello che viene rovinato in un attimo e per questo non dobbiamo avere nessuna complicità con il male. Per farlo è necessaria una virtù poco diffusa in una stagione di illusoria rapidità digitale: la perseveranza! L’amore ha questa capacità a cui crediamo poco, perché ci arrendiamo alle difficoltà, pensiamo che non valga la pena. Anche il corpo di Gesù restò segnato dalle ferite, ma è risorto dal sepolcro. Oggi è come la resurrezione di questa casa. L’amore ripara, restituisce alla vita e alla bellezza piena, che non cancella le ferite ma le trasfigura, tanto che diventano esse stesse segno di vittoria. Il terremoto ci ha rivelato la forza sconcertante del male – come fare finta che non ci sia? Come è possibile non fare di tutto per prevenirlo? – che irrompe nella vita degli uomini, rivelandone la sua debolezza. Siamo vulnerabili molto più di quanto ci fa credere il benessere e le illusioni di forza. Anche per questo dobbiamo sempre aiutare e farci aiutare, sorreggerci a vicenda in questa vita dove siamo tutti poveri pellegrini ed esposti a tanti pericoli, chiusi in “una scatola nera che nessuno aprirà, che nessuno mai ritroverà”, come cantava qualcuno. Questo ci mette paura, come per tanto tempo il solo ricordo di quei momenti ci rendeva fragili.

Nel terremoto abbiamo anche sperimentato la forza straordinaria, collettiva della solidarietà, che mise da parte tante divisioni, contrapposizioni, dualismi, ideologie, per combattere uniti contro la forza del male e per ricostruire. Perché solo se si è una comunità e ci si sente una comunità si ricostruisce e si vince. Tutti. Altrimenti si resta con le macerie e si perde. Tutti. Non possiamo vivere di paura e cerchiamo sicurezza. Le tante ferite si rimarginano, dice la prima lettura, se diamo da mangiare all’affamato e se introduciamo in casa il forestiero e se aiutiamo le ferite degli altri. Stai bene tu se fai stare bene gli altri; se invece di lamentarti, consoli; se prima di pensare a te pensi alle sofferenze degli altri e ne hai compassione. Quanti terremoti avvengono e scuotono la nostra vita! La malattia è una scossa che fa crollare un pezzo del nostro corpo e ci fa precipitare dallo stare bene alle macerie della sofferenza. E spesso, troppo spesso, purtroppo, si resta soli. Altre volte il terremoto è la perdita del lavoro, che fa sperimentare il sentirsi un peso oppure è un terremoto affettivo che scombina quello che appariva sicuro o è quello che fa cadere nella voragine nera della depressione, senza sapere bene il perché, sorpresi noi stessi di quello che è accaduto, ma anche senza riuscire a rialzarci come vorremmo.

L’importanza di questa casa non è solo la sua bellezza e la sua storia, anche, ma soprattutto perché questa è la casa di Dio tra gli uomini, di Dio che ci ama per primo e ci dona il sale e la luce del suo amore. Dio è amore e ricostruisce quello che il male rovina e divide. Noi abbiamo ricostruito la sua casa ma è Lui che ricostruisce ognuno di noi e la nostra comunità. E’ lui la vera sicurezza, la roccia che non teme avversità, la forza che permette di affrontare tutti i terremoti. Chi ci potrà separare da Lui? Chi può spegnere la luce e farci perdere il sale della vita? In realtà siamo solo noi che possiamo nascondere la luce e fare diventare senza sapore il sale perché non lo usiamo per rendere salata la vita del prossimo. Scopriamo di nuovo questa casa. E‘ la stessa ed è rinnovata, perché l’amore non solo conserva ma fa crescere sempre, si trasforma perché l’amore vero è sempre vivo. Diceva sempre S.Agostino che l’amore rende sempre nuove, e perciò sempre affascinanti, le cose abituali, le cose di ogni giorno.  Questa è la casa di Dio e quindi la casa della comunità, mia e nostra, dove io e noi si riconciliano. Qui troviamo il Padre che ci accoglie peccatori come siamo e che ci tratta sempre da figli, rendendoci pieni del suo sale e luce della sua luce. Qui impariamo ad amarci gli uni gli altri. Il suo amore ci insegna ad amare e spiega tutto il mistero della vita, è quello che muove le stelle e la nostra vita, che apre la scatola nera e la riempie di luce. Gesù ha sconfitto il terremoto più grande, quello della morte, quello che scosse tutta la terra quando morì sul Calvario. E per questo non ci arrendiamo più davanti ad ogni male. In questi anni di attesa abbiamo riscoperto quanto è importante e preziosa questa casa che a volte davamo per scontata! Succede così quando le cose ci vengono a mancare e ne capiamo, spesso tardi, l’importanza. Come accadde a Sant’Agostino che scrisse: “Tardi ti ho amato, Bellezza tanto antica e tanto nuova, tardi ti ho amato! Tu eri dentro di me ed io stavo fuori, e lì ti cercavo”. Adesso che lo abbiamo trovato, che abbiamo anche capito come la vita è un’attesa e che questa significa riparare quello che il male rompe, ricordiamoci di questa casa che è nostra per davvero, dove nessuno è ospite perché a tutti è chiesto di amarla, servirla, renderla bella, rinnovarla, goderne dell’amore che è per ognuno e regalare il dono che è ognuno. Sei tu, siamo noi le pietre vive. Tutte importanti, quelle più piccole e quelle grandi tutte hanno senso solo se insieme. Parlo di una casa perché la Chiesa è anzitutto una casa, dove ci chiamiamo fratelli e sorelle, siamo resi da Gesù la sua famiglia, impariamo l’arte di rendere l’estraneo, financo al nemico, il nostro prossimo. C’è bisogno di una casa di amore così nella città degli uomini dove spesso regna l’estraneità o l’indifferenza. La Chiesa sarà sempre e solo dalla parte della persona e difenderà la vita, tutta e per tutti. Il sapore è l’amore di Cristo, amore pieno di Dio. Se non sa di Cristo, cioè di amore gratuito e pieno, non serve più che ad essere gettato via. Costruiamo questa casa, dando amore e continuando a riparare quello che i tanti terremoti della divisione rovinano. Andiamo a chiedere perdono e a dare perdono. Non accettiamo mai nessuna divisione come se fosse normale, perché in greco colui che divide si chiama diavolo e in questa c’è sempre l’opera del maligno. In questa casa c’è una porta, la carità, che fa uscire ed entrare, che ci accoglie e ci accompagna, che chiama e manda. La carità, cioè l’amore, è sempre la porta dove si passa per incontrare Dio e da dove usciamo per incontrare sempre Dio ma nei fratelli e nei poveri. Lui ci apre la porta e noi apriamo la porta del nostro cuore. Entriamo per stare con Lui e usciamo per amare il prossimo, categoria non morale, ma che indica proprio le persone concrete e contraddittorie che incontriamo, verso i quali aprire il cuore, dividere il pane, donare un tetto, vestire e non puntare il dito. Allora brillerà fra le tenebre la tua luce, la tua tenebra sarà come il meriggio. Questa casa ha un centro: è Cristo, l’altare, punto di incontro tra terra e cielo, dove Egli si lascia spezzare nel Pane e nella Parola. E’ casa di preghiera, dove i fratelli si accordano per pregare insieme e dove imparano a ascoltare Dio. Poi c’è un campanile. Le campane che si sciolgono nel suono siano di gioia per tanti, perché la chiesa invia messaggi per tutti, come i nostri cuori che vogliono parlare con amore e benevolenza. Vuoi aiutare una casa così? Vuoi essere sale che rende saporita perché amata la vita? Vuoi donare luce a chi cerca amore? Diceva sempre Sant’Agostino che la ricerca degli uomini è la felicità” perché “Egli sarà il fine di tutti i nostri desideri, contemplato senza fine, amato senza fastidio, lodato senza stanchezza”. Sia così. E’ così. Alleluia.

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