Omelia per l’Epifania del Signore

Chiesa di San Michele in Bosco
06-01-2021

Ringrazio il Signore di potere celebrare con voi questa Santa Liturgia, che negli ultimi cinque anni per me è stata, insieme alla festa delle genti che si terrà questa sera in cattedrale.

Epifania. Quanto abbiamo bisogno di luce! Forse questo anno lo capiamo tutti di più, cercatori come siamo di speranza, di fiducia, per non smarrirci nelle tenebre o abituarci a queste. I fatti possiamo valutarli o interpretarli con profondità, ma quando siamo coinvolti direttamente, senza sicurezze e protezioni, immersi nella vita vera, li capiamo in modo molto diretto e personale. In questo tempo di pandemia capiamo l’Epifania della luce di Dio nella nostra storia.

Dio non resta un’entità neutrale e alla fine cangiante, una filosofia che fornisce risposte, rassicurazioni, anche moniti, ma sempre scelta dall’io, in fondo senza amore perché amore significa incontro con un tu e con una carne, con il Verbo che interloquisce, che chiede di amarlo, che s entra cioè nella nostra vita reale, non immaginaria, idealizzata.

Chi pensavamo di essere? Qual è la nostra forza e grandezza? L’Epifania ci rivela la forza di Dio e ci aiuta a capire anche la nostra. Dio entra nel mondo proprio perché conosce la nostra sofferenza, quella che gli uomini vogliono ignorare. Dio diventa uomo per dirci in maniera inequivocabile che non resta un discorso, una parola, un Verbo. Diventa persona, fatto, storia e ci chiede di non restare distanti, accontentandoci delle nostre enunciazioni ma senza sporcarci con la nostra umiltà.

L’Epifania di Gesù manifesta la luce che contrasta il buio di tutte le pandemie. Siamo figli amati, amati non per il nostro valore o per quello che abbiamo prodotto. Non siamo delle marionette create per giocare un po’ e poi buttate via come avviene nelle tante esperienze che quando non soddisfano o non convengono più scartano i vecchi ma in realtà chiunque quando finisce la passione di possedere. Siamo figli e figli lo restiamo sempre. E’ amore gratuito perché un figlio è tuo, ti appartiene solo per amore.

Da qui vorrei ricordare tutti gli ospedali e i luoghi di cura dove la debolezza della nostra carne viene protetta, aiutata, guarita ma sempre e soprattutto curata. Ricordo i medici, gli infermieri, il personale, i volontari, i cappellani e il personale che si sono prodigati in questi mesi e continuano a farlo con tanta fatica per alleviare le sofferenze o salvare la vita.

Non c’è tanto lavoro e rischio solo nell’emergenza, anzi forse l’emergenza rivela il tanto e necessario lavoro quotidiano. Siete sempre emergenza e questa si aggiunge a quella ordinaria! Cura significa attenzione, pazienza, insistenza, intelligenza, insomma amore. E’ sempre una sfida, come quella battaglia a scacchi contro la morte che era la trama del Settimo Sigillo.

Occorre discernimento e conoscenza per valutare le opportunità e applicare i protocolli ma non come una regola astratta ma sempre considerando le diverse situazioni. Dobbiamo chiederci quello che è necessario alla persona. Non accontentarci di fare quello che possiamo, ma fare quello che serve. Questo richiede un sistema tra le diverse parti e anche il senso di responsabilità gli uni verso gli altri.

Qui come in tutti gli ospedali si combatte una battaglia di vita vera per curare la vita vera. Per questo è da qui che si capisce il mondo, non viceversa. Noi tutti, sia personalmente sia come comunità, scappiamo di fronte al male, pensiamo di isolarlo, di contenerlo in alcuni luoghi, come se il resto ne diventasse protetto perché il dolore non si vede.

Poi scopriamo, come nella pandemia, che il male in realtà avvolge tutti e che quello che vediamo negli ospedali o nelle case di cura cresce e si sviluppa anche dentro la nostra vita quotidiana. E’ proprio come quella nebbia che copre la faccia della terra, che nasconde la vita, che ci fa camminare a tentoni, che ci fa perdere la direzione. Erode condiziona tutti.

E’ la persuasiva logica del “si salvi chi può” che poi significa il più forte e che rende violenti verso gli altri che diventano concorrenti. Erode vuole irretire i magi. Erode ha paura di Gesù, lo percepisce come una minaccia e vuole soffocare quel re perché il potere del mondo è da soli. Erode usa l’ignoranza di tanti, fa illudere di valorizzare e poi blandisce con l’irresponsabilità, come se i nostri comportamenti non avessero conseguenze.

Erode significa anche corruzione, quella bianca che sciupa le risorse per inettitudine e quella sporca per cui il bene comune diventa privato. Capiamo in questi mesi come la nostra forza è farci piccoli come Gesù e piccoli come i magi che si mettono in cammino.

Dobbiamo ricordarci che dobbiamo, come parti di un unico nel corpo, fare ognuno la propria parte e nel modo migliore perché funzioni bene l’insieme non per la parte, perché solo così si riesce a combattere un nemico che approfitta di ogni debolezza e poi presenta, impietosamente e in maniera subdola, il conto, spesso quando non c’è più niente da fare.

L’epifania è luce. Qui tra i letti dell’ospedale ce n’è tanta. C’è luce quando si vince l’isolamento con la comunicazione. Sono le video chiamate che sappiamo quanta consolazione e sicurezza hanno trasmesso a chi era separato non per scelta dia propri cari. E’ la stanza degli abbracci o dell’incontro, è l’attenzione a quei particolari che fanno la differenza ed anche la convinzione che gli scambi, incontri, visite e contatti non sono accessori anche nella cura stessa.

In una generazione di soli, di anziani isolati e di adulti e giovani iperconnessi eppure poverissimi di relazioni vere, crescono le patologie, tanto che la “povertà” sociale diventa un potente fattore di rischio. Siamo diventati consapevoli di una pandemia nella pandemia, e della necessità di riscoprirci parte di una comunità e di tessere un ordito che permetta a tutti di farne parte. Il vostro servizio non è solo sanitario, ma di una cura più complessiva. La vera guarigione per ognuno di noi è la sua vicinanza, il suo amore. Sono i sorrisi strappati alla paura, le rassicurazioni offerte che accendono speranza, le lacrime asciugate, le mani strette, il rispetto per la persona in qualsiasi condizione essa sia.

Cristo è la luce. Il dolore più insopportabile per i parenti e per voi che non vedono più una stella, ella nebbia si è avvolti e si perde la direzione. I magi recuperano futuro, camminano, pieni di luce. E’ augurio di questo luogo, anche da tanti che arrivano da terre lontane. Poi la malattia rende sempre stranieri.

Gesù, sei Tu il Figlio che ci rendi figli e quindi fratelli. Tu ci ami come siamo, non come ci sogniamo di essere! Abbracciando Te, Bambino della mangiatoia, riabbracciamo la vita. Accogliendo Te, Pane di vita, capiamo quanto vogliamo donare la nostra vita. Tu che doni, liberaci dalla paura di perdere. Tu che ci salvi, insegnaci a servire. Tu che non ci lasci soli, aiutaci a consolare i tuoi fratelli, perché nessuno sia lasciato solo e nella tua luce scopriamo che tutte le genti, diverse, sono tutti miei fratelli.

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