Ordinazione diaconi permanenti

Bologna, Cattedrale
07-02-2021

Quanta gioia nel trovarci assieme e nel vedere riuniti frutti diversi che l’unico seme del Vangelo genera. Contemplarli, come questa sera, ci aiuta a superare le nostre angustie, disintossica da amarezze e presunzioni, libera da prospettive particolari che spesso immiseriscono. Questa casa di comunione, che presiede nella comunione la nostra Chiesa di Bologna, con la sua storia e con il suo significato, allarga il nostro cuore e ci fa sentire parte di quel corpo complesso che sempre è la Chiesa.

La comunione libera da protagonismi spesso divisivi, relativizza al noi di questa famiglia – perché tale è e tale vogliamo che sia – e fa crescere nella responsabilità personale. L’individualismo fa dimenticare che la testimonianza dell’uno incoraggia l’altro e, purtroppo, anche il contrario, il peccato dell’uno contagia il prossimo, al di là delle personali intenzioni, perché il male, come l’amore, è contagioso. Non è mai indifferente come viviamo. Anche per questo gareggiamo nello stimarci a vicenda e ricordiamoci che la nostra santità aiuta, rafforza, incoraggia la Chiesa e il mondo.

Viviamo in un periodo difficile, davvero di crisi. Forse dovremmo anche ammettere: dove pensavamo di vivere? Come è possibile che pensavamo di guardare il mondo da lontano, come se non ci riguardasse, come se potessimo essere spettatori? Non dobbiamo, nella prova, testimoniare la nostra fede in Colui che la affronta per noi e con noi?

Il vento, le acque e le piogge rivelano la nostra fragilità ma anche la nostra forza. E sappiamo che la casa non crolla se fondata sulla roccia. È la roccia la forza! Nella prova capiamo quanto è pericoloso un benessere ingannevole, sonnambulo, pieno di dipendenze, rapace consumatore di sentimenti, violento e svogliato allo stesso tempo, rabbioso e amorfo. Nella crisi, cioè nella vita vera, capiamo come la Parola di Dio è tutt’altro che lontana, entra proprio in questo disordine per generare vita. La parola continua a mostrare la vita così com’è, fa scendere nella storia. Giobbe ci aiuta a capire ogni persona, perché Giobbe siamo noi, è il prossimo che incontro, vulnerabili ed esposti alla cattiveria del male che rovina i nostri programmi e sicurezze.

Quanti colpiti dal sole della vita sospirano un poco di ombra o quanti aspettano il loro salario, anzi spesso senza la certezza di riceverlo? Quanti anziani e quanti sofferenti nel corpo e nell’anima sperimentano l’angoscia di notti lunghissime che sembrano non finire mai? Non è forse vero per tutti che i giorni scorrono più veloci d’una spola, svaniscono rapidamente e a volte sembrano inutili? Sì, la nostra vita è un soffio, delicato che la sola indifferenza lo minaccia. Dio diventa Giobbe, si fa carico della nostra sofferenza perché le sue parole siano credibili e ci insegna, da uomo, a vincerla. Dio, autore del soffio della vita, vuole che il nostro soffio non si perda nell’insignificanza. Ci aiuta a non dissiparlo e rende prezioso il poco che siamo con il suo amore. Dio libera dalla paura che ci fa conservare, ci assicura la sua provvidenza per non essere fatalisti che si lasciano vivere.

Per questo Gesù ci chiama. Ci sembra strano, ma ogni cristiano è un chiamato che riceve cento volte tanto quello che lascia. La sua chiamata, la vostra chiamata, la sua fiducia in noi non è il riconoscimento di un merito ma amore gratuito di Dio e questo libera dalla ricerca di considerazione, di ricompensa, di calcolo. Solo per amore siete stati chiamati e solo per amore siete mandati nel vostro servizio di diaconi. Preghiamo il Signore perché tanti e tante si mettano al servizio del Signore e di questa sua madre che lo genera tra gli uomini. Ognuno ha il suo ministero, cioè il suo servizio, perché ognuno è un dono, ha ricevuto il suo e tutti, tutti sono importanti. Li capiamo, però, solo usandoli, mettendosi a servire, non in astratto o in terapie di laboratorio, ma donando.

Vivete il vostro ministero, vi prego, con semplicità, ad iniziare dal non farsi un’idea alta di sé. La semplicità libera dai calcoli, dai confronti, dalle supponenze. La semplicità attrae e rende accessibile e possibile quello che altrimenti sembra troppo difficile ed esigente. La semplicità del Vangelo è comunicare un amore vicino, capace di entrare nelle case degli uomini, che si lascia avvicinare e avvicina. Semplici come Gesù, non difficili come farisei.

Semplici, non superficiali, che è ben diverso! Semplici come chi ha chiaro cosa conta e cosa invece appesantisce inutilmente, come chi ha fretta perché vuole farsi tutto a tutti e non perdere nessuno. Carissimi, voi sarete intorno all’altare. Mettetevi sempre e da soli davanti alla presenza di Dio. Servite l’altare dell’Eucaristia della sua Parola e del suo Corpo. Questa presenza santa è anche familiare. Guai a banalizzarla come se questo la rendesse più vicina e umana. Guai anche a renderla distante, fredda, anonima.

Siate anche voi pane buono, interamente donati, vangelo di accoglienza, di speranza, testimoni di Cristo che si fa amore per tutti. La santità non è di un altro mondo ma è quella bellezza nascosta nei suoi segni e dentro ogni persona. Aiutate la Chiesa ad essere madre dei sofferenti e dei fratelli più piccoli affidatici da Gesù. E’ eucaristico l’amore per i poveri. Essi sono nostri! Non vale la giustificazione: “non era mio compito”, “pensavo se ne occupasse qualcun altro”. E’ chiesto conto a noi! E voi per servire l’altare dovete servire il corpo che sono i poveri. Il servizio non è attività filantropica, fosse pure generosa! Abbiate verso il povero la stessa venerazione che riservate al corpo e al sangue deposto sull’altare e per il Verbum Domini.

Cosa fare? Il programma ce lo indica con tanta chiarezza il Vangelo di oggi. Tre aspetti molto uniti tra loro. Il primo è l’amore al prossimo che deve essere personale, disponibile e gratuito. Gesù entra nelle case. Chi ama entra nelle case, cioè nei cuori e nella vita concreta delle persone. Non ha paura di contaminarsi o di essere giudicato. Se guardiamo da fuori non capiamo i problemi, non li vediamo o pensiamo che non esistano. Bisogna entrare nelle case, nella vita perché gli altri possano chiederci aiuto e noi capirli e tendere la mano verso di loro.

Da fuori o da lontano non ci rendiamo conto. Il secondo è ad esso legato: la preghiera. Il cristiano non ama o finisce di farlo se non prega. Gesù stesso si ferma, resta da solo, chiude la stanza del suo cuore per incontrare il Padre, per parlargli dei tanti che aveva incontrato, per intercedere per i malati. La preghiera significa chiedere tutto, proteggere, ricordare, stare vicino, intercedere, manifestare in questo modo il nostro amore.

Chi prega, poi, lavora di più, è più generoso, vince la paura, come Gesù, perché la preghiera ci aiuta a capire quello che è essenziale, che certo è invisibile, ma molto concreto! Il terzo aspetto è andare incontro agli altri e comunicare il Vangelo. Guai a noi se non comunichiamo il Vangelo e non ci facciamo tutto a tutti, (tutto, non una parte e a tutti, senza escludere, perché tutti sono salvati). Tutto, non una misura avara, calcolatrice, a convenienze, tiepida. Tutto, per salvare anche uno solo dalla condanna alla solitudine. Dobbiamo parlare a tutti con la nostra vita dell’amore di Cristo, della sua fiducia, che c’è sempre qualcosa di bello da scoprire nell’altro; che si vive meglio perdonando e che solo facendolo si rompe la catena del male; che l’unico modo per vivere bene è scegliere di non vivere per sé e soprattutto che Cristo ama la tua vita e centra nella casa del tuo cuore.

“Il Signore risana i cuori affranti e fascia le loro ferite: egli conta il numero delle stelle e chiama ciascuna per nome”.

Grazie Signore

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