primo anniversario della canonizzazione di s.Elia Facchini, s. Francesco Fogolla, S.Gregorio Grassi

Bologna, chiesa parrocchiale ss. Annunziata
10-11-2001

Agli albori del Novecento l’Europa – l’Europa della “belle epoque” – varcava la soglia del nuovo secolo con un atteggiamento di grande ottimismo. Era diffusa la persuasione che la terra – sotto l’ispirazione della nuova religione del “progresso” e laicamente illuminata da un umanesimo senza motivazioni trascendenti (senza Dio, senza Cristo, senza redenzione) – avrebbe conosciuto un’epoca splendida di pace e di fratellanza universale. L’aveva già profetizzato baldanzosamente Victor Hugo: “Il secolo XIX è stato grande, – aveva detto – il secolo ventesimo sarà felice”.

Mai illusione della storia fu più atrocemente smentita: il secolo ventesimo, con le sue guerre spaventose e i suoi genocidi, è stato il più insanguinato e disumano dei secoli. E tutto è cominciato nella lontana Cina, proprio nell’anno millenovecento con il massacro di decine di migliaia di cristiani.

Quei credenti barbaramente trucidati, con il loro martirio, hanno consacrato dagli inizi il secolo nuovo a Cristo Redentore e Signore; e hanno dimostrato una volta di più che la potenza misericordiosa di Dio è capace di infondere nei suoi figli deboli e inermi la capacità sovrumana di rendere testimonianza, fino al sacrificio della vita, all’unico Salvatore del mondo.

Noi oggi li vogliamo ricordare e onorare tutti. Ma tra essi con speciale affetto la famiglia francescana celebra la memoria di tre suoi eroi della fede, che sono cari anche a tutta la Chiesa bolognese. Due di loro – i vescovi san Gregorio Grassi e san Francesco Fogolla – proprio nella nostra città si sono preparati al sacerdozio; il terzo, il presbitero sant’Elia Facchini, è un figlio del nostro popolo.

Cento anni dopo la loro morte, avvenuta il 9 luglio 1900, il Successore di Pietro – il 1 ottobre 2000, nel contesto del Grande Giubileo – li ha solennemente iscritti tra i santi e li ha proposti alla venerazione della Chiesa universale. Col rito odierno noi ravviviamo la nostra gioia, cantando le lodi di Dio che persino dalla malvagità degli uomini sa trarre le sue meraviglie; ci affidiamo alla loro intercessione; e soprattutto vogliamo raccogliere per i nostri giorni una provvidenziale lezione di vita.

In primo luogo, ci è utile rilevare che quanti si sono sacrificati come vittime d’amore per Dio e per i fratelli, sono diventati grandi ai nostri occhi non tanto per quello che hanno detto o scritto, ma per la tremenda semplicità di un unico dato: la loro personale immolazione.

In certi momenti la comunità ecclesiale dà l’impressione di essere più loquace che concretamente fattiva. Il nostro cristianesimo dà talvolta l’impressione di essere più che altro “studiato sui libri” o “parlato”. Ma le nostre ricerche, le nostre analisi della situazione, i nostri dibattiti nei vari organismi di partecipazione, si giustificano se e a misura che dànno effettivamente origine a un’esistenza individuale e associata sempre più permeata di fede, di speranza, di carità.

I martiri, insomma, ci ricordano con la vivacità e l’urgenza dei loro esempi il detto severo di Gesù: “Non chi dice: Signore, Signore, entrerà nel Regno dei cieli, ma chi fa la volontà del Padre mio” (Mt 7,21).

Un secondo insegnamento. I martiri sono stati chiamati alla prova suprema e hanno sperimentato sulla loro pelle la fatale collisione che c’è sempre tra la fede e la mentalità mondana; ma non si sono rifugiati nel pacifico e vantaggioso espediente di mettere in evidenza più che altro ciò che attenuava la diversità e così li rendeva accetti alla cultura dominante. Essi hanno capito che nelle questioni essenziali bisogna guardare soltanto a ciò che è vero, giusto e salvifico, anche se ci divide e ci isola.

Sul loro esempio, anche noi non possiamo mai tacere per amore del dialogo e delle buone relazioni con tutti il nome di Cristo, Dio e uomo, crocifisso e risorto, oggi vivo e Signore.

Avendo sacrificato la vita per non rinunciare ai contenuti della fede, essi ci richiamano energicamente la corretta e inalienabile gerarchia dei valori. E ci ammoniscono che in questa gerarchia al primo posto c’è sempre la verità.

Badate, non la verità astratta; non le verità sulle questioni terrene, che in molti casi sono soltanto pareri opinabili; non le proprie verità “personali” (che spesso più che verità sono convincimenti ideologici) che siamo tentati di difendere caparbiamente anche a costo di compromettere relazioni fraterne e collaborazioni preziose. Ma la verità che ci è stata elargita dal cielo con l’epifanìa del Verbo che è l’Unigenito eterno del Padre; la verità che sola può farci liberi e può fondare in modo non equivoco la civiltà dell’amore; la verità che ha assunto volto e cuore d’uomo in colui che ha detto: “Io sono la via, la verità e la vita” (Gv 14,6). E dunque la verità della quale ci si può e ci si deve innamorare perché è una persona: la persona adorabile del Signore Gesù.

Per ultimo, questi eroi della fede ci avvertono che non c’è cristianesimo che potrebbe dirsi autentico se volesse ignorare la croce.

Una religione che cercasse di incantarci con una morale nuova e più facile; che disconoscesse il valore del sacrificio e della rinuncia; che negasse la necessità di rispettare i limiti invalicabili della creatura; che parlasse solo di diritti e non di doveri, sarebbe esplicitamente condannata dal sangue dei martiri come una grande menzogna: una menzogna che, col miraggio di realizzare l’uomo in modo più completo e più alto, fatalmente condurrebbe poi a esiti disumani e disperati.

In fondo, la vicenda tragica e gloriosa del martirio, che accompagna e arricchisce in ogni tempo il cammino del nuovo popolo di Dio, è la raffigurazione eloquente della frase di Cristo: “Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua” (Lc 9,23).

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