rito funebre per s.e. mons. Agostino Baroni

Bologna, Cattedrale
13-11-2001

L’arcivescovo emerito di Khartoum, Monsignor Agostino Baroni, è ritornato in questa cattedrale dove ha ricevuto l’ordinazione episcopale dalle mani del cardinal Giacomo Lercaro, nel lontano 21 settembre 1953. E’ ritornato a raccogliere i nostri suffragi e a ricevere l’affettuoso nostro saluto.

Il nostro animo orante è in questo momento pervaso, oltre che da un dolore sincero, da un vivissimo sentimento di ammirazione per questa eccezionale figura di apostolo e di pastore.

Degno figlio e discepolo del beato Daniele Comboni, egli ha onorato la sua famiglia religiosa e l’intera schiera degli annunciatori del Vangelo. Ma anche la nostra Chiesa lo sente come una sua gloria: figlio di questa terra, alunno del seminario diocesano, egli ha speso per noi i suoi ultimi anni in un ministero umile e generoso.

In un’esistenza sacerdotalmente esemplare, quest’uomo tanto spiritualmente ricco quanto modesto ha saputo unire alla concreta multiforme operosità il gusto della contemplazione e della preghiera. Adesso ci ha lasciati “vecchio e sazio di giorni” (cfr. Gen 25,8), come uno degli antichi patriarchi, rasserenato da una piena fiducia in colui che lo aveva voluto al suo servizio e consolato dalla consapevolezza del buon lavoro compiuto nella vigna del Signore.

Il campo delle sue fatiche è stato per la maggior parte dei suoi anni il Sudan, dove nei primi decenni si è rivelato soprattutto come un grande educatore della gioventù. In tale attività è riuscito a coniugare un’identità cattolica senza incertezze e senza ambiguità con il coraggio dell’apertura e del dialogo. Fu per esempio il primo ad accogliere anche i ragazzi musulmani nel Comboni College da lui diretto.

E’ stato poi un vescovo instancabile e attivo in tutti i settori, e particolarmente nell’impegno di formare cristiani adulti, consapevoli, coerenti, e nelle iniziative di carità.

E alla fine, al compimento del settantacinquesimo anno di età, fu davvero felice – come per il conseguimento del più ambìto dei traguardi – di poter affidare il governo della sua diocesi a un sacerdote sudanese.

Tornato in patria nel 1985, ha offerto la sua preziosa collaborazione non solo nell’amministrazione delle cresime, ma anche nell’azione parrocchiale ordinaria, con la discrezione di un semplice officiante, presso la comunità cittadina dei Santi Gregorio e Siro, che gli deve perciò grandissima riconoscenza.

Anch’io gli sono personalmente grato per molte ragioni; tra l’altro, anche per la premura con cui egli ha voluto scrivermi la sua piena consonanza e il suo incoraggiamento a proposito di un problema, nel quale lui sì poteva dirsi competente in virtù di una lunga e diretta esperienza.

Davanti alle spoglie mortali di un uomo che con tanto vigore ha proclamato nel mondo la verità salvifica portata all’umanità dal Verbo eterno del Padre ed è stato un convinto testimone davanti a tutti del destino di gioia e di luce che ci è stato promesso, è spontaneo e naturale che quest’ora di rimpianto e di naturale mestizia diventi per noi essenzialmente un’ora di fede riconfermata e di ravvivata speranza. Ed è l’ultimo regalo con cui il vescovo Agostino si congeda da noi.

Gran mistero è la morte e gran mistero è la vita. Ma il Signore Gesù ci ha svelato il senso dell’una e dell’altra. Ce lo ha svelato, più ancora che con le sue parole luminose e certe, con la realtà stessa del suo vivere e del suo morire.

Della morte egli ci ha assicurato che non è affatto una fine: è solo una “Pasqua”, cioè un “passaggio” da questo mondo al Padre.

Che cosa è stata la morte di Cristo, alla vista di coloro che quel venerdì si erano radunati sul Golgota? L’abbiamo udito poco fa dalla lettura del Vangelo: è stata un improvviso buio a mezzogiorno; è stata un angoscioso sentimento di solitudine; è stata la vana attesa dell’intervento di Dio, che staccasse dalla croce il suo unico Figlio e non lo lasciasse morire.

Dio non venne, e agli occhi umani parve che la tragedia si consumasse senza rimedio. Si capisce come gli apostoli ne restassero sbigottiti e disanimati.

E invece era solo perché le sue vie non sono le nostre vie e le nostre ore non sono le sue. Quando sembrava che tutto fosse disperatamente finito, si manifestò la potenza del Padre, ed esplose la risurrezione e la signorìa del Crocifisso.

Non diversamente avviene per coloro che credono in Gesù risorto e Signore. Ai nostri poveri occhi sembrano sì morire per sempre, ma essi entrano invece in una vita senza tramonto e in una stagione di nuova e ineguagliabile giovinezza.

Se questo è il senso della morte secondo Cristo, quale senso egli ha dato alla vita?

Ci ha detto che il valore della vita non sta nel possesso, nel dominio, nella rinomanza mondana, ma nel rendersi utile ai fratelli e all’intera umanità. Chi vive unicamente per sé, in verità non vive; chi invece vive per gli altri, ingrandisce la propria vita a ogni povertà che soccorre; e la moltiplica a ogni uomo che egli evangelizza, conforta ed eleva.

E’ appunto ciò che ci colpisce e ci edifica nella vicenda di questo impareggiabile missionario. Sicché pensiamo fondatamente che possano convenire anche a lui, nel momento in cui si presenta davanti al nostro unico e misericordioso Salvatore, le parole di san Paolo che abbiamo ascoltato: “Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede. Ora mi resta solo la corona di giustizia che il Signore giusto giudice mi consegnerà in quel giorno; e non solo a me, ma anche a tutti coloro che attendono con amore la sua manifestazione” (2 Tm 4,7-8).

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