S. Messa di suffragio per le vittime nel 1° anniversario del disastro ferroviario di Crevalcore

Crevalcore, Chiesa parrocchiale di S. Silvestro
07-01-2006

Ieri la Chiesa ha celebrato la Solennità dell’Epifania del Signore, nella quale abbiamo contemplato «il mistero della grazia di Dio … manifestato agli uomini … in Gesù Cristo» (Cfr Ef 3,2-6), come benedizione per tutti gli uomini della terra.

Oggi, siamo qui convocati, nel nome della Trinità di Dio, per elevare la nostra preghiera al Signore, in suffragio delle 17 vittime del tragico incidente ferroviario della Bolognina, nella consapevolezza che la benedizione divina non solo abbraccia tutti i popoli, ma avvolge ogni uomo in tutto l’arco della sua vita, fino a varcare le soglie della morte.

Il Profeta Isaia ci ha posto nel contesto biblico delle due città: la città del mondo e la città di Dio (Cfr Is 24,1-27,13), dove la prospettiva di fondo è quella “escatologica”, cioè della fine dei tempi.

La “città del mondo”, che il Profeta chiama «città del caos» (Is 24,10), nella prospettiva della Babele biblica, e che oggi non va identificata sul piano storico, va considerata nel suo valore simbolico: è il sistema di vita, costruito sulle sole risorse umane, dove Dio è il grande assente.

Questa “città” si configura come l’”anti – Gerusalemme”, la città informe che essendo senza Dio, è priva di un disegno creativo, di uno scopo, di un senso. È in questo tipo di “città” che attecchisce l’orgoglio, la violenza, la trama eversiva, lo spreco, l’accaparramento, lo scempio del creato, la distorsione del potere, a danno dei più deboli e indifesi.
Ma il Signore «asciugherà le lacrime su ogni volto, farà scomparire da tutto il paese la condizione disonorevole del suo popolo» (Is 25,8). Lo dice Isaia che annuncia la distruzione di questa società malata a causa del peccato (Cfr Is 24,10) e prevede l’accostarsi dell’umanità «al monte Sion, alla città del Dio vivente, alla Gerusalemme celeste» (Eb 12,22-24), dove il dolore e la morte saranno definitivamente sconfitti (Cfr Is 25,8).

Col rito della Messa, si entra nell’area del mistero, dove il Sacrificio di Cristo viene offerto in suffragio delle vittime e a sostegno di quanti, rimasti in vita, portano il peso di questa sciagura. Celebrando l’Eucaristia, la Chiesa ubbidisce al comando di Gesù, che ha scelto di restare con noi in ogni momento, specialmente nelle ore più tragiche.

È l’energia contenuta nel “pane di vita” di questo banchetto, preparato per tutti i popoli, che strapperà il «velo» dalla faccia di ogni essere umano (Cfr Is 25,6-7), cioè l’enigma dell’esistenza e il dramma del dolore e della morte. È la Pasqua di Cristo, l’inesauribile sorgente di grazia che ci libera da ogni condizione di sofferenza e di angustia.

«Volgendo lo sguardo a colui che hanno trafitto» sulla Croce (Cfr Gv 19,37), ogni essere umano risale alle proprie origini e alla genesi della sua vocazione battesimale, che lo rende protagonista nell’edificazione del Regno di Dio, dove i segni emergenti sono quelli dei frutti dello Spirito: amore, gioia, pace, fedeltà, dominio di sé, in alternativa ai frutti della carne, prodotti dal libero sfogo delle passioni umane e sorgente di disgregazione sociale e non di libertà civili, le quali hanno bisogno di verità e di amore per edificare opere di giustizia.

In tale prospettiva, la memoria del dramma della Bolognina, nel contesto ecclesiale, significa guardare in faccia la realtà per neutralizzare le «potenze e lo spirito del male» (Ef 6,12), attraverso la «buona battaglia della fede» (1 Tm 6,12).

Per questa ragione, a un anno da quel tragico evento, la Chiesa ha riproposto il Vangelo di Giovanni, che riporta le parole di Gesù: «Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me … Io vado a prepararvi un posto … e vi porterò con me … perché siate anche voi dove sono io » (Cfr Gv 14, 2-4).

Alla luce di queste parole, la nostra preghiera per le vittime si apre alla speranza di una salvezza piena e definitiva, dove la gioia è senza fine. Ma c’è di più: Gesù si è autorivelato come «via, verità e vita» (Gv 14,6), per indicare nella sua misteriosa presenza una sorgente di grazia e un orientamento di vita per tutti.

Anzitutto per i familiari delle vittime, perché trovino nella fede in Cristo la consolazione di cui hanno bisogno per superare il vuoto lasciato nei loro affetti dall’assurdità di questa tragedia. Ma anche perché, rimanga in loro il coraggio di stimolare, in chi ne ha facoltà, la ricerca della verità sulle cause del disastro.

Il Vangelo di oggi parla anche al popolo italiano, perché non si lasci ingannare dalle illusioni prodotte dall’ideologia del progresso e del cambiamento fine a se stesso. «Sotto tutti i mutamenti ci sono molte cose che non cambiano; esse trovano il loro ultimo fondamento in Cristo,  che è sempre lo stesso: ieri, oggi e nei secoli».

Si tratta, allora di compiere una profonda revisione di vita, per riscoprire quell’unità nella diversità che solo Cristo può dare, attraverso una nuova sintesi tra l’uso retto della ragione e le risorse della fede. Solo così potremo accumulare le energie necessarie per affrontare le sfide del XXI secolo e produrre frutti di giustizia seminati nella pace (Cfr Gc 3,18).

 

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