S. Messa in suffragio del prof. Achille Ardigò nel trigesimo della scomparsa

Bologna
10-10-2008

(Is 25,6.7-9, Sal 22: Gv 14,1-6)

Il 10 settembre scorso si è conclusa la lunga vita terrena del prof. Achille Ardigò. Il Signore lo ha chiamato a sé nel giorno in cui la Chiesa di Bologna celebra la memoria di “Santa Maria della Vita”, Patrona degli ospedali e icona della “pietas” del popolo bolognese verso Dio e verso il prossimo, ispiratrice delle prime forme del volontariato e dell’assistenza sociale, in terra petroniana.

Ringrazio la Direzione Generale dell’Istituto Ortopedico Rizzoli e la Presidenza del CUP 2000 per avermi invitato a presiedere questa liturgia, in occasione del trigesimo di un evento esequiale, che ha profondamente colpito la famiglia Ardigò, la Comunità ecclesiale bolognese e italiana, il Dipartimento di Sociologia nella Facoltà di Scienze Politiche dell’Università, il mondo politico e la città tutta, specialmente le sue componenti più deboli e bisognose di attenzione.

Con questa celebrazione eucaristica, segno sacramentale del Sacrificio di Cristo, noi eleviamo al Padre la preghiera di suffragio per il nostro fratello Achille e siamo introdotti nel mistero della Pasqua del Signore, che ci pone in comunione con la realtà totale di Cristo Redentore e ci svela il senso pieno della vita e della morte.

È, infatti, la contemplazione e l’esperienza mistica della morte e risurrezione di Cristo che permette di “strappare… il velo che copre la faccia di tutti i popoli” (Is 25,7) e di smascherare la causa vera della disgregazione sociale, del dolore e della morte: quel peccato di ribellione contro Dio che, fin dalle origini, ha generato la “città del caos” (Cf. Is 20,10-12), “l’aggregato del nulla”, oggi dominante e che gioca al ribasso nella dinamica dei rapporti umani.

Ma gli uomini che nella fede hanno accolto la Parola di Dio, come il Prof. Ardigò, sanno che il dono dell’Eucaristia “eliminerà la morte per sempre” (Is 25,8), perché nella sua identità reale con Gesù Cristo, costituisce la caparra della nostra futura risurrezione. Per questo i cattolici ben formati non rimangono inoperosi e, nella fedeltà a Cristo e alla Sua Chiesa, danno il loro contributo perché il preteso conflitto tra fede, ragione e impegno sociale sia superato nelle scelte concrete della vita, a servizio del bene comune, come ha recentemente auspicato il Cardinale Arcivescovo Carlo Caffarra nell’Omelia di S. Petronio.

Durante il suo lungo pellegrinaggio terreno, “il padre della sociologia bolognese e fondatore dell’Associazione Italiana di Sociologia” ha dimostrato che l’essere credente non è un ostacolo allo sviluppo delle scienze, anche quelle più innovative. Di fatto, la fede sprona ad allargare gli spazi della razionalità e la orienta verso una reale solidarietà sociale. Cristo, infatti, è la Parola ragionevole, il Logos di Dio fatto carne, la Verità che ci fa liberi (Cf. Gv 8,32) e, quindi, capaci di esprimere un autentico amore, fino a dare la vita per gli altri.

Per questo il giovane Ardigò partecipò con entusiasmo alla messa a punto della riforma agraria e collaborò, in modo determinante, con Giuseppe Dossetti alla stesura del “Libro Bianco su Bologna”, che segnò l’avvio di un modello nuovo di decentramento amministrativo, basato su solidi fondamenti. Tra questi emergeva il tentativo di prevenire l’insorgere, nelle periferie cittadine, delle “condizioni umilianti per il popolo” (Cf. Is 25,8) come l’emarginazione, l’anonimato, il degrado, la precarietà connesse con l’esplosione migratoria e la rapida espansione urbanistica.

Si trattava di evitare lo sviluppo caotico del capoluogo, attraverso un decentramento rispettoso del “volto spirituale della città”, mediante l’incremento dei “valori autentici di cultura, di arte, di umanità, di consuetudini di vita associata, che hanno segnato il carattere dei bolognesi” (Cf. Libro Bianco, p. 18), sempre propensi ad allargare le braccia della Divina Provvidenza, “per asciugare le lacrime su ogni volto” (Is 25,8).
In sostanza, il candidato Sindaco Giuseppe Dossetti e il suo perspicace e infaticabile “esperto” Achille Ardigò presentarono alla città un progetto originale, concreto e fattibile, ispirato anche dalla sapiente regia del Cardinale Giacomo Lercaro. L’Arcivescovo, infatti, aveva coinvolto la Chiesa di Bologna nell’intento di dare un’anima ai nuovi quartieri di periferia, promuovendo, attraverso le nuove parrocchie, un habitat urbano a misura d’uomo, dove le relazioni tra i soggetti sociali e il loro solidale scambio di risorse umane e spirituali portasse ad una reale socializzazione, capace di produrre frutti buoni, secondo l’ottica del Profeta Isaia: “Sarà infuso uno spirito dall’alto; allora il deserto diventerà un giardino. In esso prenderà dimora il diritto e la giustizia, in abitazioni tranquille, in luoghi sicuri, dove prospera la pace” (Cf. Is 32,15-18).

Con l’erezione di una parrocchia, infatti, l’Eucaristia viene posta in mezzo alle case degli uomini, per edificare la Chiesa come “sacramento universale di salvezza”, a sostegno integrale delle persone. Per questo, la Chiesa vive e opera profondamente inserita nella società umana, facendosi ogni giorno solidale con le sue aspirazioni e i suoi drammi (Cf. Christifideles Laici, n. 27).

In tale contesto, il Cardinale Lercaro, la domenica 26 giugno 1955, piantò la Croce su undici aree periferiche appena acquisite e diede così inizio alla fase esecutiva del grande progetto delle nuove chiese di periferia, destinato a portare nei nuovi quartieri consistenti potenzialità di crescita spirituale, culturale e sociale, ponendo le premesse per fare di Bologna una città policentrica e vivibile.

Il Prof. Ardigò era un cattolico convinto e praticante, un terziario francescano, che aveva fatto suo l’invito di Gesù espresso nel Vangelo di Giovanni in una prospettiva trascendente: “Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me… io vado a prepararvi un posto… e vi prenderò con me” (Cf. Gv 14,2-3).

Nel pensare alla migliore configurazione amministrativa di Bologna, dunque, il “cattolico” – e quindi vero laico – Ardigò, nel profondo del suo spirito, manteneva ben viva la visione trascendente della “città santa, la nuova Gerusalemme” (Ap 21,2), già presente nella concezione petroniana del nostro agglomerato urbano. Questa contemplazione mistica, il Professore, non l’ha mai abbandonata, anzi ha cercato di farne sentire il riverbero nella sua ricerca sociologica, mediante il contatto con la riflessione fenomenologica di Edith Stein, che ha rielaborato il concetto di “empatia” di Husserl, ricco di potenzialità per la costruzione di rapporti umani interpersonali e solidali.

Con la presentazione della traduzione italiana della tesi di laurea di Edith Stein, una delle figure più affascinanti, complesse e poliedriche della cultura del XX secolo, il Prof. Ardigò ha voluto esprimere le ragioni del necessario approccio dei sociologi e degli scienziati computazionali con l’“empatia”, intesa come capacità del soggetto di immedesimarsi nella realtà dell’altro fino a considerare l’interlocutore una persona “accettabile”.

Il sociologo Ardigò, dunque, ha indicato il concetto fenomenologico di “empatia” come il ponte tra le due rive del fiume della vita, personale e collettiva, offrendo non solo una antidoto contro l’autoreferenzialità dilagante nel sistema sociale attuale, ma soprattutto come via d’accesso al regno dello spirito.

Secondo una recente confidenza del suo caro amico Mons. Catti, il Professor Achille, seguendo l’itinerario di Edith Stein (oggi Santa Teresa Benedetta della Croce, Compatrona d’Europa), ha preso le distanze dagli idealismi e, mentre seguiva l’evolversi delle intelligenze artificiali, non ha mai cessato di alimentare il suo spirito contemplando le alte vie mistiche indicate da S. Teresa d’Avila, da S. Giovanni della Croce e da S. Teresa di Lisieux.

Tutto il resto è nelle mani di Dio e della sua infinita misericordia, che ci ha confermati nella speranza con le parole sublimi del Salmo 22: “Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla; su pascoli erbosi mi fa riposare… felicità e grazia mi saranno compagne tutti i giorni della mia vita”.

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