Seminario «Chi è fuori è fuori ?» a cura del Centro di Ascolto Caritas  del Dipartimento di salute mentale AUSL e di 13 parrocchie dell’Arcidiocesi

Bologna, Facoltà di Scienze Politiche - Aula dei poeti
09-04-2007

Sono particolarmente lieto di portare il saluto della Chiesa bolognese e mio personale agli organizzatori e ai partecipanti a questo Seminario chiamato a riflettere su un progetto molto interessante, posto al servizio delle persone più deboli.

Porto anche la benedizione del Cardinale Arcivescovo Carlo Caffarra che, anche in qualità di Presidente della Caritas Diocesana, segue con molta attenzione tutta l’azione promozionale dell’Arcidiocesi di Bologna.

Il progetto «Chi è fuori è fuori?» mira a portare un po’ di luce nel vasto mondo del disagio mentale e di coloro che sono senza una dimora stabile.

Questa iniziativa costituisce una piccola ma significativa risposta al grido di allarme lanciato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, che denuncia l’aumento delle patologie mentali accanto all’aumento del già vasto popolo dei “senza fissa dimora”.

Sono grato all’Agenzia Lavoro del Dipartimento di Salute Mentale AUSL di Bologna, che in sinergia con il Centro di Ascolto italiani della Caritas Diocesana e tredici Parrocchie ha dato il supporto tecnico-sanitario a questo progetto.

Un grato riconoscimento va a tutta la squadra del Centro di Ascolto Caritas, guidato da Maura Fabbri che, nonostante la grave perdita dovuta alla scomparsa di Maurizio Galvani, si muove con autentico spirito di servizio, professionalità e capacità di adattamento.

Ma, in questo contesto, non posso lasciare in ombra un doveroso ringraziamento alla Conferenza Episcopale Italiana che, attraverso l’ 8 x mille dell’IRPEF, destinato dalla libera volontà del 90% dei cittadini italiani alla Chiesa, finanzia anche le borse lavoro di questo progetto e la sua concreta realizzazione, a Bologna e in tante altre città italiane (Su un costo di 175.000,00 €, 122.800,00 li ha stanziati la CEI, attraverso la Caritas Nazionale e 52.000,00 l’Arcidiocesi di Bologna, attraverso la Caritas Diocesana).

La CEI lo fa perché, come ha detto Benedetto XVI nell’Enciclica “Deus caritas est”, “praticare l’amore appartiene all’essenza della Chiesa, tanto quanto il servizio dei sacramenti e l’annuncio del Vangelo” (n. 22).

Tutto questo perché “Dio è amore” e per amore dell’umanità, ha inviato nel mondo suo Figlio, che ha dato la vita per noi con la sua morte in Croce e che dopo la sua risurrezione vive nella sua Chiesa come “verità” testimoniata nella “carità” (Cf. Ef 4, 15).

Per questo, il Cardinale Arcivescovo Carlo Caffarra, in un recente Convegno della Caritas, ha sottolineato che la carità della Chiesa non può essere separata dall’annuncio del Vangelo e dalla celebrazione dei sacramenti, perché è proprio grazie alla luce della verità e alla forza che si sprigiona dall’Eucaristia che essa può esercitare la carità, fino a dare la vita per amore del prossimo, come Gesù.

Oggi viviamo in un contesto ecclesiale e sociale che mi sembra appropriato definire “pasquale”, non solo per il tempo liturgico che stiamo vivendo, ma per ciò che sta accadendo in questa nostra Italia.
Da un lato la Chiesa che, come Gesù, viene attaccata e minacciata, dall’altro lato vediamo una Chiesa viva, che non rinuncia al suo mandato di annunciare il Vangelo della verità, della carità, della sofferenza e della speranza, sorgente della gioia “piena” (Cf. Gv 15, 11).

Ciò non significa invasione di campo ma espressione di un servizio pastorale che appartiene al codice genetico della cultura italiana e che si pone al servizio di un’autentica democrazia.

Soltanto chi coltiva progetti di libertà senza verità si sente assediato e, a corto di argomenti, imbocca la via della minaccia e della violenza.

Ma il grido di S. Paolo continua a risuonare nella coscienza ecclesiale: «Guai a me, se non predicassi il Vangelo!» (1 Cor 9, 16), nella consapevolezza che la Chiesa è chiamata ad annunciare il Regno di Dio, che è finalizzato al bene comune, perché è “regno di verità e di vita, di santità e di grazia, di giustizia, di amore e di pace”.

All’inizio del XXI secolo, pertanto, ci troviamo di fronte a un contesto sociale caratterizzato da grandi mutamenti, frutto di un forte processo di «decostruzione» e di una cultura che ha separato la fede dalla ragione.

Gli effetti di questa separazione sono sempre più evidenti. L’uomo, come Dante, si smarrisce nella «selva oscura» dell’esistenza: non sa più da dove viene, chi è e dove è diretto. Per questo la società produce sempre più “complessità”, governata dai potentati economici forti, con una massa di “esclusi” sempre in aumento.

Sappiamo che la seconda metà del secolo scorso ha registrato un alto indice di «inquietudine collettiva» e la conseguente rincorsa al «nuovo», inteso come rottura acritica col passato. Ciò ha innescato un «circolo perverso», che in nome del «progresso accelerato», non assimila la linfa vitale delle nostre radici culturali, per lasciare spazio al peggio delle culture planetarie emergenti.

Ci troviamo, pertanto, ad affrontare il XXI secolo con un progetto di società che rischia di soffocare i tanti «segni di speranza» presenti nel nostro tempo, mentre qualcuno sente nostalgia per fenomeni sociali estremi e violenti che andrebbero decisamente archiviati.

Il progetto “Chi è fuori è fuori?”, invece, si propone degli obiettivi come la mediazione sociale, l’accoglienza e l’integrazione come rimedi al disagio di quanti sono esclusi e rigettati dalla società opulenta, edonista e autoreferenziale.

Ma questo progetto ci dice anche che oggi come ieri c’è bisogno della famiglia vera, come “serbatoio” di risorse sociali.

Tra le attenzioni primarie che il Papa Benedetto XVI segnala in questo momento vi è soprattutto il ruolo della famiglia come «prima scuola di quelle virtù sociali che stanno alla base dello sviluppo armonico dei rapporti umani».

Per questo, allo scopo di ridurre il disagio e l’esclusione, servono «politiche sociali» a reale sostegno della famiglia, orientate a conciliare le esigenze del lavoro con il ruolo dei genitori, specialmente della donna, nella conduzione della famiglia, vista come soggetto sociale primario.

È la famiglia fondata sul matrimonio tra l’uomo e la donna che crea l’ambiente adatto allo sviluppo armonico della vita fin dal suo sorgere e che favorisce la maturazione piena della persona. Invece, accade spesso che la cultura dominante distolga i genitori dai loro impegni e li induca “a considerare se stessi e la propria vita come un insieme di sensazioni da sperimentare anziché una missione da compiere” (Cf. Centesimus annus, nn. 38-39). Per questo la famiglia va in crisi, non per altro.

Benedetto XVI nell’Esortazione Apostolica postsinodale “Sacramentum caritatis” (22 febbraio 2007), ha ripresentato l’Eucaristia come mistero da “credere”, mistero da “celebrare”, mistero da “vivere”, in prospettiva anche di un sostegno alla famiglia e al suo compito educativo (Cf. n. 79).

Occorre, pertanto, attivare un’autentica pedagogia formativa che si impegni su tre fronti: il buon uso dell’intelligenza, contro l’irrazionalità dilagante; la conoscenza della verità, per l’esercizio maturo della libertà; la gestione della propria capacità di amare, fino alla riscoperta del fascino delle scelte definitive, per una piena donazione di sé.

Le decisioni definitive, anziché togliere la libertà – come qualcuno sostiene – la esaltano, perché sono proprio degli uomini e delle donne ben formati, motivati, e spiritualmente robusti, in grado di crescere e di raggiungere qualcosa di grande nella vita. In particolare di esprimere l’amore vero, capace di donare gratuitamente se stesso, nelle piccole come nelle grandi scelte.

La Caritas Diocesana, quest’anno, celebra il 30° anniversario della sua fondazione a Bologna, come strumento voluto dalla Chiesa per raccogliere la preziosa eredità caritativa del passato e farsi strumento di animazione solidale per il presente.

In tale occasione l’Arcivescovo la sta riorganizzando, alla luce degli Orientamenti della “Deus caritas est”. Ciò non significa ridurre in suo impegno. Anzi significa trovare più freschezza e più coinvolgimento in tutte le realtà ecclesiali.

Qualcuno, dal ritiro della Caritas dalla “Consulta per l’esclusione sociale” ha visto un chiudersi della Caritas in se stessa. Non è affatto così: la sua uscita significa maggiore libertà, per rapportarsi con tutte le Istituzioni, con maggiore chiarezza ed efficacia.

Grazie per avermi ascoltato e buon lavoro!

 

 

Facebooktwittermail
Facebooktwittermail