XIX Convegno nazionale di Pastorale sanitaria

09-05-2017

“Dio Padre onnipotente, che ci dai la grazia di celebrare il mistero della
risurrezione del tuo Figlio, concedi a noi di testimoniare con la vita la gioia
di essere salvati”. Come testimoniare la gioia di essere salvati nel naufragio
della malattia, nelle tenebre della sofferenza che nascondono la speranza,
quando il dolore porta a preferire la fine? Questa è la domanda che ci unisce e
che oggi ci inquieta. Quando siamo nella malattia sappiamo come tutto cambia,
il tempo è un altro, a volte interminabile a volte rapidissimo; cambiano i
rapporti e si evidenziano i nostri tratti, perché la sofferenza rende sensibili
e ci costringe ad esserlo se la affrontiamo in maniera umana e attenta alla
persona. Non è la stessa cosa parlare a chi soffre e a chi sta bene! Non è
uguale se arriviamo tardi o lasciamo soli quando la luce dell’alba non arriva
mai, non è uguale! Ecco perché ci lasciamo aiutare dalla Parola di Dio che è la
voce della compassione, cioè del suo farsi carico della nostra sofferenza, di
quella malattia dell’uomo che è la sua fragilità. Dio non parla senza vivere
quello che dice e le sue parole sono credibili perché Lui sì che ha pianto con
noi, anche quando eravamo altrove o addirittura ridevamo. Altre volte ci
accontentiamo solo di fare qualcosa. Ma la sofferenza non richiede qualcosa ma
tutto, perché non serve un po’, serve la vita, perché è una lotta quando questa
viene a mancare. E’ la condizione del samaritano. Metà l’ha persa e sente
fuggire anche l’altra metà se qualcuno non fa qualcosa. E lo deve fare adesso e
al meglio, non un po’, non finché vuole lui. La Chiesa è davvero come Rachele
piange per i figli che “non sono più”, sono scomparsi per sempre. Ella non può
accettare parole o gesti di consolazione, che sono spesso inadeguati e sempre
esigenti. “Per parlare di speranza a chi è disperato, bisogna condividere la
sua disperazione; per asciugare una lacrima dal volto di chi soffre, bisogna
unire al suo il nostro pianto. Solo così le nostre parole possono essere
realmente capaci di dare un po’ di speranza. E se non posso dire parole così,
con il pianto, con il dolore, meglio il silenzio; la carezza, il gesto e niente
parole”. Il contrario è l’indifferenza, che acquista vari aspetti. EG 54:
“Quasi senza accorgercene, diventiamo incapaci di provare compassione dinanzi
al grido di dolore degli altri, non piangiamo più davanti al dramma degli altri
né ci interessa curarci di loro, come se tutto fosse una responsabilità a noi
estranea che non ci compete. La cultura del benessere ci anestetizza e perdiamo
la calma se il mercato offre qualcosa che non abbiamo ancora comprato, mentre
tutte queste vite stroncate per mancanza di possibilità ci sembrano un mero
spettacolo che non ci turba in alcun modo”. La nostra generazione, così
stordita dal benessere e così convinta che tutto abbia una soluzione; così
confusa, come Ninive che non sa più riconoscere la mano destra dalla sinistra,
cioè la vita reale da quella virtuale ha ancora più bisogno di tanta
compassione e vera consolazione. La Chiesa è una madre che corre vicina al
letto di dolore dei suoi figli. Noi possiamo essere lo spiraglio di luce di
cui parla Papa Francesco “che nasce dalla certezza personale di essere
infinitamente amato, al di là di tutto”. (EG6). A noi è affidata quella luce e
quell’amor infinito di Dio che passa anche attraverso le nostra parole. E poi
non basta dire. Occorre esserci, aiutare, rimuovere cause, dare risposte certe,
“tornare” come si impegnò il samaritano. Dobbiamo allearci con gli alberghi
dove vogliamo l’uomo sia guarito; volerli funzionanti, efficienti, eccellenti,
perché la malattia chiede questo, eccellenza. Che tristezza vedere ospedali o
istituti che sprecano risorse o addirittura lucrano sulla malattia! Non potremo
mai abituarci allo scandalo dello sperpero o dell’economia che sostituisce la
difesa della persona! Che responsabilità per tutti! San Camillo compariva in
ospedale quando nessuno se lo aspettava: richiama, rimprovera, costringe ognuno
a far il suo lavoro e bene. Controllava gli acquisti, litigava con i mercanti,
rimandava indietro le partite di merce avariata. Ma anche puliva i volti dei
poverelli divorati dal cancro e li baciava. Introduce, e cura lui personalmente
il rito dell’accoglienza: ogni malato viene ricevuto alla porta, abbracciato,
gli vengono lavati e baciati i piedi, viene spogliato dei suoi stracci,
rivestito di biancheria pulita, sistemato in un letto ben rifatto. Vuole gente
che ” non per mercede, ma volontariamente e per amore d’Iddio gli servissero
con quell’amorevolezza che sogliono fare le madri verso i propri figli infermi
“. “Quando pigliava alcuno di loro in braccio per mutargli le lenzuola, lo
faceva con tanto affetto e diligenza che pareva maneggiare la persona stessa di
Gesù Cristo “.
Dobbiamo andare sempre oltre i confini, come la “gente di Cipro e di Cirene”
che “cominciarono a parlare anche ai Greci, annunciando che Gesù è il Signore”.
Quando si va oltre i confini, spesso quelli delle nostre abitudini o delle
nostre appartenenze, quando si tocca il cuore, ecco che lì, come ad Antiochia,
si è chiamati cristiani e gli altri riconoscono l’amore di Gesù. Ci riconoscono
da come ci ameremo e quindi come ameremo i nostri fratelli più piccoli. Ero
malato e sei venuto visitarmi, che vuol dire anche pensare una pastorale della
salute. Noi non amiamo un estraneo, un corpo, un oggetto di filantropia, ma il
fratello più piccolo, quindi qualcuno a cui rassomigliamo, che scopriremo però
solo amandolo quanto c’è fratello; che capiremo come è più piccolo e noi più
grandi, cioè responsabili! Senza giudicarli, come se quasi la malattia fosse
una colpa!  Io do loro la vita eterna e non andranno perdute in eterno e
nessuno le strapperà dalla mia mano. Nessuno può strapparle dalla mano del
Padre. Aiutiamo il Padre e difenderle. Diventiamo anche noi mani che proteggono
e queste si fanno anche visione, intelligenza, organizzazione.  O Maria, nostra
Madre, che in Cristo accogli ognuno di noi come figlio, sostieni l’attesa
fiduciosa del nostro cuore, soccorrici nelle nostre infermità e sofferenze,
guidaci verso Cristo tuo figlio e nostro fratello, e aiutaci ad affidarci al
Padre che compie grandi cose. Amen

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