XXII congresso provinciale delle acli

Bologna, centro enaip
19-02-2000

Il mio saluto a questo Congresso Provinciale vuol rinnovare ed esprimere una volta di più la cordialità, l’attenzione, la sollecitudine, che dalla Chiesa e dai suoi pastori sono riservate alla presenza e all’azione delle ACLI nella nostra società, nonché ai loro progetti e ai loro problemi in un tempo come questo: un tempo per molti aspetti incerto e disorientato, sottoposto a mutamenti sempre più rapidi, segnato da contraddizioni vistose e inquietanti.

Arrivati alla sommità fatidica del Duemila, siamo naturalmente indotti a guardarci indietro, all’intera vicenda del secolo ventesimo: un secolo – così ci appare – che ha conosciuto le più grandi speranze e le più amare delusioni, le affermazioni più forti e coraggiose della giustizia e dei diritti umani, e insieme il dilagare nella coscienza intorpidita dei popoli delle ideologie più bugiarde e impietose.

Durante la seconda metà di questo secolo tormentato, le ACLI hanno avuto una parte non trascurabile nella vicenda del nostro paese. La loro storia – noi lo sappiamo – non è stata sempre agevole, omogenea, senza drammi.

Ma non possiamo dimenticare che questa storia ha preso inizio e impulso dalla generosa dedizione a un alto ideale; un ideale che ha conquistato la mente e il cuore di credenti esemplari e ammirevoli (penso in questo momento alla fede intemerata e alla grande passione civile di Achille Grandi). Essi non potevano rassegnarsi a lasciare il messaggio evangelico – un messaggio di giustizia e di amore fraterno, di militanza morale e di pace, di tensione alla vita eterna e di condivisione dei travagli della storia – senza risonanza e senza efficacia proprio nel mondo di chi più pena e fatica.

Ebbene, questo ideale è ancora il vostro; questo ideale è ancora valido, e deve irradiare della sua luce anche il terzo millennio.

Il traguardo che vi prefiggete è quello di sempre, ed è iscritto nella vostra stessa denominazione: trovare un accordo sostanziale e fecondo tra l’essere cristiani e l’essere lavoratori.

Oggi non è che questo traguardo sia diventato più facile.

Tra l’altro, oggi pare che non sia più tanto facile nemmeno definire concordemente che cosa voglia dire essere “lavoratori”. In pochi anni, fenomeni come l’automazione sempre più estesa, l’informatizzazione, la globalizzazione dei mercati, l’invadenza del potere finanziario, hanno contribuito a cambiare profondamente i modi di vivere, di lavorare, di produrre, di esprimersi politicamente e sindacalmente; e gli stessi termini della questione sociale non sembrano più gli stessi.

Ebbene, anche in un contesto così mutato la sostanza della dottrina sociale della Chiesa non è superata, anzi è perfino più attuale. E voi contribuerete a mantenerla viva, richiamando in maniera chiara e persuasiva il primato della persona sul lavoro e del lavoro sulla proprietà, il principio di solidarietà tra gli individui, tra le classi, tra i popoli, il principio di sussidiarietà contro l’esorbitanza dello stato (in tutti i suoi organisni a vari livelli) e degli altri centri di potere.

Ma a me compete più direttamente sottolineare la permanente validità della vostra qualifica di “cristiani”; una qualifica tremendamente seria, che non va mai attenuata né tanto meno banalizzata e resa quasi retorica.

Essere cristiani significa essere “di Cristo” e vivere questa appartenenza in una consapevolezza che non si addormenti mai, nella piena coerenza del pensiero e dell’agire. Nel Signore Gesù voi vorrete dunque riconoscere sempre l’unico ed esauriente inviato dal Padre per illuminarci nelle nostre ansie e soccorrerci nei nostri disagi. Sicché nessun incantatore terreno, nessuna infatuazione, nessuna ideologia riuscirà mai a insidiare la vostra identità di discepoli dell’unico vero Maestro.

Come ha scritto Giovanni Paolo II nella Centesimus annus, il conseguimento delle nostre finalità e la vittoria sulle forze dell’egoismo e dell’oppressione sono possibili solo se non cessiamo mai di confidare in colui che è “il Signore della storia, e ha nelle mani il cuore degli uomini. Unendo la propria sofferenza per la libertà e la verità a quella di Cristo sulla croce, l’uomo può compiere il miracolo della pace ed è in grado di scorgere il sentiero spesso angusto tra la viltà che cede al male e la violenza che, illudendosi di combatterlo, lo aggrava” (n.25).

Questa riscoperta esistenziale dell’unico Salvatore, in quest’anno giubilare, è l’augurio che rivolgo a tutti voi ed è la preghiera che per voi elevo al grande Festeggiato del 2000.

Grazie dell’attenzione e buon lavoro.

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