Messa solenne in cui sono state accolte le candidature di tre aspiranti diaconi permanenti

Sabato 19 Gennaio 2019

in Cattedrale

Oggi è un 'altra manifestazione del Signore. E' la prima secondo il Vangelo di Giovanni. I discepoli già stavano con Lui, avevano iniziato a seguirlo, eppure credettero vedendo a Cana la fine che diventa un nuovo inizio, la tristezza e la rassegnazione trasformate in gioia e speranza. Abbiamo tanto bisogno della manifestazione della gloria del Signore. Molto più di quanto pensiamo, ingannati come siamo da tante luci che ci attraggono ma che non illuminano il male. Siamo fragili, avvolti da tante oscurità, pellegrini che debbono cercare a tentoni risposte e futuro. E non basta avere visto una volta, perché le tenebre sembrano più definitive e convincenti della luce e vogliono dimostrare che a vincere alla fine sono loro, rendendo la luce un'illusione. Ci sono tante epifanie del male, che rivelano anche le complicità nascoste ed evidenti che le favoriscono. Il diluvio universale della malattia o la solitudine degli anziani rivelano la nostra debolezza e ci trascinano dove noi non vorremmo, confondendoci, rendendo insignificante per tanti il dono stesso della vita. L'epifania ultima è quella della morte, alla quale, se amiamo la vita e la luce, non potremo mai rassegnarci. Non abituiamoci mai a queste epifanie! E perché non siano lacrime di coccodrillo bisogna piangere per davvero, non mistificare la realtà o cambiare canale e soprattutto cercare speranza! Guai a dare alla commozione per chi è vittima del male un significato di parte, perché la nostra unica parte è stare dalla parte delle vittime e difendere in tutti i modi la vita dei piccoli, ricordando che sono piccoli, perché nessuno muoia perché abbandonato. Al mistero del male si risponde sempre con l'unica forza di Dio e dell'uomo, che è l'amore. Esso, se è vero, diventa intelligenza, determinazione, audacia, progetto e non accetta compromessi, rifiuta la sconsiderata ricerca della convenienza immediata o la difesa della propria tranquillità. Il dolore del prossimo ci riguarda sempre non solo quando ci coinvolge direttamente. Gesù ci rende umani e ci insegna a sentire nostra la sofferenza del prossimo e a combattere il male volendo bene fino alla fine, "finché non sorga come aurora la sua giustizia e la sua salvezza non risplenda come lampada, perché nessuna terra sia più chiamata abbandonata".
Maria si accorge di quello che manca agli altri. Non guarda se stessa, non cerca bulimicamente il proprio benessere, non giudica male senza fare nulla, non si esercita a stabilire di chi è la colpa, ma vuole fare stare bene tutti. Davvero si preoccupa del bene comune, della gioia di tutti gli invitati. Il Regno di Dio, la sua "gloria" si manifesta – e quindi la possiamo vedere – nella gioia che libera dalla tristezza, nell'amore non per qualche privilegiato ma per tutti, nel matrimonio vero che si celebrava a Cana, quello tra Dio e la nostra umanità, cioè il desiderio, così pieno di limiti, di essere felici. Maria ci insegna a non lamentarci, anche perché in realtà abbiamo e sprechiamo tantissimo e ci spinge a cercare la risposta, che è Gesù e quello che lui dice, cioè il Vangelo. Maria è una madre la cui volontà è che non manchi niente ai tutti i suoi. "Non ti chiedere chi sei ma per chi sei", ripete spesso Papa Francesco! Preoccupati di quello che manca agli altri e troveremo tutti, come a Cana, una gioia che non finisce! Siamo fatti per la gioia e possiamo dire che questa è la volontà di Dio! Maria non si arrende, non è fatalista, vede subito quello che manca e fa subito qualcosa perché vuole che la vita sia piena. Per questo coinvolge anche noi, chiedendoci di fare qualsiasi cosa ci dirà. Qualsiasi parola, non una parte o solo quella che noi pensiamo giusta o fino ad un certo limite! Lei crede nell'adempimento della Parola e aiuta noi che vogliamo vedere prima i frutti per potere credere e fare qualcosa, ad essere uomini di fede. Ci rende artefici, noi che saremmo stati servi sfaccendati, della manifestazione della gloria di Dio. Maria è madre e noi dobbiamo rispettarla sempre, amarla ed aiutarla con tutto noi stessi, con le nostre capacità e con il nostro servizio, senza compromessi e convenienze, perché siamo suoi, non saremmo nessuno senza di lei e solo essendo figli possiamo avere un Dio come padre. Non offendiamo mai la nostra Madre Chiesa! La vogliamo servire con tutto noi stessi perché ci ha generato, ci unisce tra noi. Lo facciamo volentieri come verso quello che abbiamo di più caro, perché vogliamo sia bella, perché sappiamo quanto sono forti le tenebre, perché deve manifestare in modo attraente la gioia di fare quello che Lui ci dice. Quello che Gesù ci dice, allora, non è per imporre sacrifici o divieti, non è per esibire se stesso e le sue qualità come tanta penosa gloria degli uomini, compresa quella così caduca ed esibita del digitale, ma perché l'amara esperienza della fine sia sconfitta. Gesù non chiede mai cose impossibili, ma parte da quello che abbiamo e che la sua Parola trasforma. Quando la mettiamo in pratica tutto straordinariamente rivela l'amore. Non vediamo subito i frutti facendo quello che ci dice. Occorre iniziare a mettere in pratica il Vangelo di amore perché questo trasformi l'acqua in vino, dia senso, sapore, passione, amicizia. Cana è il miracolo della gioia e Maria ci aiuta a non vergognarci di chiedere la gioia e a deciderci di fare di tutto perché questa venga, a non rassegnarci nella tristezza, a non pensare a stare bene individualmente e a fare delle avversità motivo per amare di più. La gloria di Dio per certi versi dipende anche da noi! Qualsiasi cosa ci dica, facciamola. Qualsiasi, come le sue opere di misericordia: andare a fare compagnia ad un anziano perché non possiamo accettare che nessuno sia solo, perché ha fame di amore e sete di amicizia. Qualsiasi, come accogliere uno straniero che smette di esserlo dal momento in cui lo adotti, gli dai fiducia e scopri che cerca solo qualcuno che si prende cura di lui. E lì giungerà anche l'ora di Gesù, cioè vedremo la sua gloria nell'amore che trasforma la vita e la rende piena. Questo è il segreto di una vita bella, capace di trasformare tutto. "Facciamo" la Parola, cioè non siamo ascoltatori che poi dimenticano perché non compiono il lieve e liberante sforzo di vivere quello che viene loro chiesto.
Oggi ringraziamo per la gioia di accogliere questi nostri tre fratelli nella via del diaconato. Preparatevi con cura e docilità perché possiate ascoltare e fare quello che Gesù chiede per manifestare agli uomini la gloria tutta umana di Dio. Dice Papa Francesco nella Gaudete et exultate (GE 24): "Voglia il Cielo che tu possa riconoscere qual è quella parola, quel messaggio di Gesù che Dio desidera dire al mondo con la tua vita. Non avere paura di puntare più in alto, di lasciarti amare e liberare da Dio. Non avere paura di lasciarti guidare dallo Spirito Santo. La santità non ti rende meno umano, perché è l'incontro della tua debolezza con la forza della grazia". Davide, Andrea e Fabio rendendo nota questa sera la vostra vocazione, ci chiedete di accompagnarla con la preghiera e la carità. Ogni nostra vocazione - ed ognuno ha la sua - è personale, originale, unica ma sempre ci unisce alla comunità, a questa madre che ci genera. Non facciamola mancare alla nostra Madre Chiesa! Parola e poveri sono le due parole che non dovete dimenticare, perché senza i poveri la Parola resta vuota e senza la Parola non capireste più perché e chi servire. Gesù, il primo diacono, servo fino alla fine, vi dirà sempre quello che possiamo fare. Seguitelo con la vostra vita, insieme alle vostre famiglie e alle vostre comunità, famiglie da curare e rendere tali. Chi fa così diventa fortissimo. Vorrei ricordare con commozione un accolito di S. Agostino, Fausto, morto giovane proprio ieri e che fino a una settimana fa, pur molto malato e debole, portava la comunione ad altri malati. Aveva una forza che lo rendeva più forte del male, quella di Cana e che oggi è la consolazione per la moglie e i suoi due figli così piccoli, perché è la forza di Dio, l'amore che non finisce. E' il vino che sarà sempre più buono, il più buono, quello dell'amore che non invecchia e sempre si trasforma finché non sia pieno per sempre.