Vespri solenni nella festa della Conversione di san Paolo

Venerdì 25 Gennaio 2019

nella Basilica di San Paolo Maggiore

Non ci stanchiamo di chiedere l'Unità. La preghiera fatta con fede è quella che sarà realizzata e non è un tentativo fatalista o scettico. "Tutto quello che chiederete nella preghiera abbiate fede di averlo ottenuto e vi accadrà", (Mc11,24) ci insegna Gesù. Chiederla e chiederla insieme è già iniziare a viverla. Farlo ci aiuta a riconoscere quello che ci unisce ed a mettere da parte quello che divide. Sappiamo che non è facile. Istintivamente siamo portati al contrario, per la giusta paura di confusioni o scorciatoie, per non tradire la stessa identità di ciascuno, per non dimenticare quello che ci ha portato a distinguerci e che ci appartiene ed a cui noi apparteniamo. Ma cercare quello che unisce non significa perdere la diversità. Non porta all'uniformità, ma alla comunione. E' la conversione che ci è offerta: mettere al centro Gesù, perché è Lui che ci unisce. Senza di Lui cresce il maligno seme della divisione, gettato dal divisore che rende le ragioni di ciascuno più importanti del rimanere con Lui e Lui in noi, tanto da disprezzare la sua paterna raccomandazione di essere una cosa sola. Aver letto in questa settimana di preghiera tutto il Vangelo assieme in diversi luoghi non è stato solo un appuntamento suggestivo, ma il ritorno alla fonte e ritrovarsi ascoltatori chiamati tutti a mettere in pratica la Parola che ci dona il potere di essere figli. Sappiamo quanto sono radicate le ragioni delle divisioni, che diventano come il carattere, così difficile da cambiare. Il sacramento dell'amicizia ci aiuterà. E' il sacramento del fratello, indicato da Gesù, amico degli uomini e il cui comandamento è giogo dolce e soave. Quando ci dirigiamo verso il centro ci scopriamo mano a mano sempre più vicini fino ad essere una cosa sola. Per l'unità vale la pena mettere da parte quello che divide e che posso perdere, anche al costo di cambiare qualcosa perché ci porta più vicini a Gesù. Ci aiuterà esercitarci a capire il bene che c'è nell'altro. Lo diceva Papa Francesco: "riconosciamo il valore della grazia concessa ad altre comunità", perché accrescerà in noi il desiderio di partecipare ai doni altrui. "Un popolo cristiano rinnovato e arricchito da questo scambio di doni sarà un popolo capace di camminare con passo saldo e fiducioso sulla via che conduce all'unità". Gesù l'ha affidata a noi. Essa è sempre lì, anche se noi non la troviamo più e qualche volta la nascondiamo a noi stessi, esercitandoci a fare meno dell'altro. L'unità è sempre presente perché dono di Gesù che non lo riprende, aspetta solo che lo facciamo nostro. E poi noi tutti siamo dei pellegrini che camminano verso l'unità, diretti in quella casa, unica per tutti, con tante dimore. Cerchiamo di viverla fin da oggi, più che possiamo e di non accontentarci mai sia solo un galateo, pure importante, che regola le nostre relazioni.
«La giustizia e solo la giustizia seguirai» (Dt. 16,20). Gesù ci ha chiarito qual è la giustizia che Dio desidera e Lui stesso é: quella che sa che non è sufficiente avere le mani pulite, non fare il male, condannare il fratello senza aiutarlo, guardarlo senza averne compassione. Non c'è giustizia nell'indifferenza, anzi il non fare niente è motivo di ingiustizia sicura, tanto da essere condannati. Non mi hai dato da mangiare. Non lo hai fatto, semplicemente questo. Non servono le giustificazioni e le interpretazioni infinite che pensiamo difendano il nostro io. "Io vi dico che se la vostra giustizia non supera quella degli scribi e dei farisei, non entrerete affatto nel regno dei cieli". Non basta non uccidere: dobbiamo non adirarci contro il fratello per non essere sottoposti al tribunale. Dire a chiunque "pazzo" è motivo sufficiente per la condanna alla geenna del fuoco. La giustizia, quella che dobbiamo rispettare, non accetta la distinzione tra "amici nostri" e "nemici" che possiamo odiare. Amiamo i nemici perché in essi vediamo, come in chiunque, il nostro prossimo, il fratello che non ci ha riconosciuto, mentre noi lo sappiamo vedere e per questo amare. No, la nostra giustizia non è solo amare quelli che ci amano, salutare i nostri ed ignorare gli altri, perché sono tutti nostri e nessuno viene prima, perché tutti sono prossimo. E' questa la giustizia che hanno amato i fratelli martiri che ci uniscono nella loro testimonianza di amore e che ricordiamo assieme, messi a morte o colpiti duramente. Questa è la luce che guida fuori dalle tenebre e che aiuta a vedere dove sta chi opera da figlio della luce e dove sono i frutti della luce da cui si riconoscono i figli. Cerchiamo assieme questa luce! Non guardiamo più nessuno alla maniera umana; perché lo vediamo con gli occhi della fede.Trasformati dal suo amore riceviamo occhi nuovi, sperimentiamo che la sua luce accende di pienezza la nostra povera vita e apre il nostro sguardo al futuro. La fede illumina il buio ed è luce per le nostre tenebre, "favilla" di cui parla Dante nella Divina Commedia "che si dilata in fiamma poi vivace / e come stella in cielo in me scintilla", come hanno scritto gli unici Papi che hanno pensato insieme un'enciclica. Così inizia la nuova creatura e passano le cose vecchie. Certo, nella nostra relazione noi sperimentiamo divisione e unità insieme, mischiate, come accade nelle cose della vita. La luce dell'amore ci illumini. La passione per la giustizia in questo mondo, che manca così tanto, tanto che accettiamo disequilibri evidenti e mettiamo sullo stesso livello le difficoltà di un mondo ricco con il deserto intorno ai poveri. Cerchiamo la giustizia iniziando a difendere i più deboli, per restare umani e aiutare tutti a restarlo, per indicare soluzioni efficaci e finalmente chiare per i profughi. La giustizia di Do è sempre a favore dell'uomo, non respinge, non condanna, non punisce, anzi, abbraccia, accoglie, perdona, copre con il manto della giustizia di Cristo. Cercare la giustizia indicata da Gesù ci invita a riconciliarci tra noi e ad avere una casa dove parlare con ancora più franchezza, non per confondersi o per ignorare le differenze, ma per crescere nell'unità. Il consiglio delle chiese può permettere di cercare con maggiore determinazione quello che ci unisce o che ci può unire, mettendo da parte, non ignorando, quello che ci divide. Se saremo nuovi perché pieni dell'amore di Cristo questa unità crescerà. Comportiamoci già oggi come figli della luce, con bontà, giustizia e verità e facciamo a gara tra di noi per farlo e per stimarci a vicenda. Siate una cosa sola. È il suo testamento, la sua eredità.