Discorso al convegno nazionale dell'Unione cristiana imprenditori dirigenti

Sabato 26 Gennaio 2019

al Convento San Domenico

Cari Amici, che gioia vedervi nella nostra città di Bologna e proprio qui in un luogo così significativo per la Chiesa universale, legato alla memoria di San Domenico e al suo carisma, che unisce intelligenza e carità, quella che rende davvero sapienti, perché, come ricordava San Domenico «Ho studiato nel libro della carità più che in altri; questo libro infatti insegna ogni cosa». L'UCID significa i dirigenti, ma voi sapete che per i cristiani grande è colui che serve e tutti i nostri ruoli e competenze acquistano forza e anche pienezza umana proprio se li viviamo come un servizio. Chi serve trova gioia e non si stanca. Chi si serve degli altri resta solo ed è sempre insoddisfatto. Voi non siete speculatori ed avete ben chiaro come il rischio della produzione è esattamente quello di essere ridotta a interesse economico. Perdendo il legame che unisce le persone in unico destino si perde anche tanto dell'attività produttiva. Per questo il Santo Padre venendo qui indicò il dialogo come via indispensabile per trovare risposte efficaci e innovative per tutti, anche sulla qualità del lavoro, in particolare l'indispensabile welfare. C'è tanto bisogno di soluzioni stabili e capaci di aiutare a guardare al futuro per rispondere alle necessità delle persone e delle famiglie.
Ci preoccupa molto la situazione della disoccupazione giovanile e quella di tanti che hanno perduto il lavoro e non riescono a reinserirsi; sono realtà alle quali non possiamo abituarci, trattandole come se fossero solamente delle statistiche. La lotta alla povertà ed anche per un migliore rapporto scuola lavoro e per aggiustare l'ascensore sociale che è bloccato se non fortemente danneggiato col prezzo umano che questo comporta, è un imperativo per preparare oggi il futuro. Se l'ascensore sociale non funziona non si ha speranza; ne abbiamo così poca che l'unica via è realizzare i desideri emigrando. Proprio oggi appare la notizia che negli ultimi cinque anni 244.000 italiani hanno lasciato il nostro paese, dei quali più della metà laureati. Senza lavoro e stabilità, senza passione per la vita finiamo per non essere generativi ma solo consumatori. La crisi della denatalità è legata alla stessa paura del futuro, che fa credere che per averlo bisogna chiudersi o conservarsi. Quello che serve è lavoro, risposte stabili, dignità, professionalità regole chiare, bene comune, non elemosine e opportunismi di breve durata. La crisi economica impone rimettere al centro senza incertezza e compromessi la persona, che non è mai solo mano d'opera, ma persona affidataci. Siamo in una città in cui i Santi Patroni sono Vitale e Agricola, il ricco e lo schiavo, che si pensarono assieme perché cristiani e quindi fratelli. Uniti nello stesso destino. E' necessaria lungimiranza, quella dei nostri padri che seppero ricostruire con sacrificio e determinazione perché consapevoli che solo il futuro poteva liberare dalla tragedia della guerra. Erano e siamo chiamati ad essere imprenditori del futuro, saggi nel rispondere alla domanda evangelica  che ci interroga: "ciò che ho di chi sarà?". Quanto è importante la vostra voce e il vostro esempio  anche nell'aiutare oggi il nostro paese a non chiudersi, a compiere con moderazione le scelte giuste, il buon governo, con tanta determinazione per rispondere ai problemi veri e non perdere opportunità e così anche il tanto che abbiamo. Non restiamo piccoli ma diventiamo grandi in un mondo che è sempre più il vero orizzonte: grandi di ideali e credibilità. Solo così non si perde il talento che ci è affidato e che dobbiamo trafficare pe non perderlo. Le aziende possono aiutare l'inserimento dei più deboli, come chi si trova fuori dal mondo del lavoro o integrare i tanti emigrati che cercano solo futuro, formazione,  competenza per dimostrare chi si è. Voi potete tradurre gli ideali evangelici, la beatitudine di aiutare il prossimo, ricordando sempre che  «?Non condividere i propri beni con i poveri significa derubarli e privarli della vita. I beni che possediamo non sono nostri, ma loro?». E che la funzione sociale della proprietà e la destinazione universale dei beni sono realtà anteriori alla proprietà privata e in realtà ci aiutano a non perderla. Il possesso privato dei beni si giustifica per custodirli e accrescerli in modo che servano meglio al bene comune, per cui la solidarietà si deve vivere come la decisione di restituire al povero quello che gli corrisponde. La solidarietà ha sempre aiutato la crescita! E' il miglior credito! Pensarla anche con l'Africa apre nuovi scenari e possibilità davvero importanti. Dimostrate che questa impresa è possibile e che si può essere imprenditori audaci nel difendere l'uomo e la sua dignità.
Guidaci o Signore, in questo breve pellegrinaggio terrestre, affinché riusciamo a comprendere gli insegnamenti d'amore ed i messaggi che ci hai lasciato nelle Tue parabole dei "Talenti" e del "Padrone della Vigna", le quali ci indicano come dobbiamo comportarci con i nostri collaboratori che, pur con responsabilità diverse operano anch'essi al Tuo grande progetto della Creazione, con la medesima dignità di uomini e di figli Tuoi.