1976-2026

Resia, la testimonianza di Mario Romiti (Gneo)

La voce di un testimone del gemellaggio di Bologna con le popolazioni colpite dal sisma in Friuli

Partii da Bologna il 21 Settembre in treno, a Udine presi una corriera che mi lasciò a Resiutta, poi  sul cassone di un camion salii in val Resia e venni scaricato al ponte sul fiume. Da lì a piedi  fino a Prato e quindi a Varcota, dove ad accogliermi trovai Padre Carlo.

Durante il viaggio, passando per i vari paesi, vedevo la distruzione causata dal terremoto: un paesaggio spettrale.

A Varcota c’era il centro dei volontari: due tendoni, uno del battaglione San Marco, adibito a  dormitorio e un altro, chiamato la tenda dei muli, donato  dagli alpini, che era il deposito materiali; poi  una cucina,  fatta con assi di legno e copertura di nailon, adibita anche a refettorio, che dopo cena diventava la sala riunioni dove venivano definiti i lavori da eseguire il  giorno successivo e la distribuzione dei volontari sui vari posti di lavoro.

Infine due tendoni, donati dalla Germania: vista l’inagibilità della Pieve di Prato, uno fungeva da chiesa e l’altro, quando si iniziarono a costruire le casette, da segheria.

Infatti le chiese della valle, di Oseacco, di Gniva, di Prato, erano praticamente distrutte o comunque  inagibili.

Nel periodo di fine settembre e ottobre il compito di noi volontari era quello di aiutare le persone ancora presenti in valle. Infatti molti abitanti dopo la scossa del 15 settembre avevano deciso di partire.I pilastri su cui appoggiava tutta la nostra organizzazione erano Don Tarcisio Nardelli, il Prof. Edgardo Monari e il geom. Aristide Govoni; in valle il Pievano Don Alfonso Barazzutti e il sindaco Pericle Beltrame. Da non dimenticare l’Albertina Longhino che ci dava costantemente una mano in cucina preparando, fra l’altro, polenta e fricco, una vera leccornia!

Gli abitanti della valle con noi erano sempre estremamente cordiali e gentili, anche troppo, nel senso che, quando si era nei paraggi per dei lavori, venivamo invitati ad entrare sotto le loro tende o nei loro box, diventati momentaneamente le loro case, e offrivano il grappino e/o l’ ombretta.

Ovviamente non potevamo accettare tutto da tutti, altrimenti non saremmo più tornati a Varcota!!!

L’idea delle casette nacque perché varie persone della valle non volevano abbandonare la loro terra e andare nei prefabbricati forniti dalla Regione, troppo distanti dalle loro abitazioni distrutte o lesionate e quindi sembrò logico dare la possibilità, soprattutto alle persone anziane, di rimanere nel proprio territorio. Occorreva però avere un pezzo di terreno in proprietà sul quale costruire la casetta; e qui, cosa bellissima, si sono viste, fra i residenti, le permute di vari appezzamenti di terreno per poter rimanere sul posto. Con Marco Guerra scendemmo a Udine per sbrigare le pratiche burocratiche e all’inizio di novembre si parti con “l’operazione casette”.

Per ognuna delle 46 casette sparse per la valle bisognava fare lo scavo nel terreno, effettuare la gettata di cemento della fondazione su cui  ancorare con zanche di ferro la struttura portante in legno. Verso dicembre c’era un freddo tale che l’acqua negli scavi si ghiacciava prima che potessimo gettare il cemento.

Secondo il progetto di Aristide Govoni erano indicate le misure di ogni elemento della costruzione e pertanto nella segheria si iniziarono a segare in serie  tutti i pezzi necessari.

Il legname fu acquistato nella zona di Lozzo di Cadore e di Dobbiaco e trasportato in valle con una colonna di mezzi militari. E da Bolzano  venne  una squadra che iniziò a lavorare con noi.

Sicuramente per la riuscita della “operazione casette” fu fondamentale l’arrivo di tre esperti falegnami dell’Anonima Castelli di Imola: Eustachio Panieri, Arnaldo Gambetti e Dino Chiarini.    Bisogna dare loro un grosso merito, in particolare ad Eustachio Panieri, perchè avevano  capito subito che, senza il loro fondamentale aiuto, i volontari da soli non sarebbero mai riusciti a portare a termine il progetto e con  grande generosità si buttarono in questa bellissima e pazzesca impresa.

Nei fine settimana schiere di volontari venivano da Bologna per dare il loro contributo almeno per due giorni. Non vi furono mai incidenti gravi, questo ha quasi del miracoloso pensando a quanta gente è passata da Resia a lavorare.

Don Tarcisio e Aristide Govoni, scherzando, dicevano che la Beata Vergine di San Luca aveva steso un velo sopra di noi affinché fossimo preservati da ogni pericolo e che per fare ciò, vista la scarsa professionalità di molti volontari, aveva fatto una gran fatica.

Il 23 Dicembre, dopo tre mesi di permanenza a Resia, ritornai a Bologna e partii per il servizio militare. Ma il 13 febbraio riuscii comunque ad essere a Resia per l’inaugurazione ufficiale delle casette. Alla messa concelebrata nel capannone/chiesa a Varcota parteciparono Mons. Battisti, il vescovo di Udine, Mons. Cocchi, Vicario Generale a Bologna, Don Alfonso, Don Tarcisio, Don Mario Zacchini e altri sacerdoti.

A questo punto l’operazione casette si poteva dire conclusa, ma a Lischiazze c’era bisogno di una chiesetta e allora, fra giugno e luglio 1977, su progetto di Aristide ed Eugenio Govoni, venne costruita a pezzi prefabbricati a Imola e poi montata a Lischiazze, dove il 6 agosto si sposò Elena, la figlia maggiore di Aristide.

Negli anni successivi, varie volte sono salito a Resia per incontrare gli amici, molti dei quali ormai ci hanno lasciato.  Resia mi è sempre rimasta nel cuore e l’amicizia è stata ricambiata con tanto affetto, al punto che il 10 gennaio 1981, quando mi sono sposato, un folto gruppo di Resiani  si presentarono a Bologna: Don Alfonso concelebrò  e poi   coro e gruppo folcloristico fecero festa assieme a tutti noi.

Ora a 50 anni da quei fatti disastrosi possiamo sicuramente dire che l’unione nata in Resia ha dato una forza enorme alla Chiesa bolognese, molti partirono per la missione di Usokami in Tanzania e nacque la mensa della fraternità a Bologna,  dove tanti volontari che erano venuti a Resia si buttarono con generosità.

Giustamente Don Tarcisio, Aristide ed Edgardo dicevano che non erano i Resiani a dover ringraziare Bologna, ma doveva essere Bologna a ringraziare i Resiani perché tramite questa opera svolta a Resia , la Chiesa Bolognese si era risvegliata.

Mario Romiti (Gneo)   

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