“Quanto a me invece non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo, per mezzo della quale il mondo per me è stato crocifisso, come io per il mondo”. Ecco il punto di partenza per capire San Francesco, ma anche per essere cristiani. L’amore per il crocifisso, non per la croce. L’amore per il suo amore, perché Lui ama fino alla fine e ci dona la prova del suo amore per vincere la fine. Non c’è resurrezione senza croce, ma anche non c’è croce senza resurrezione. La croce è uno scandalo che non si può certo ridurre a gadget, scandalo di amore che rivela dove sta il nostro cuore e che ci aiuta a ritrovarlo e a cambiarlo. Amando uno che ci ama così anche noi impariamo a non aver paura di farlo.
Con Gesù è una questione di amore. Solo così si capisce San Francesco, ma anche il mistero della vita, mistero che i piccoli comprendono mentre i dotti e i sapienti, quelli che ne sanno discutere ma non amano e non si fanno voler bene come bambini, non comprendono. Davanti al mistero siamo tutti bambini, che sono coloro che capiscono ciò che conta. Senza amore tutto si riduce a regola, a meriti, a percentuali, a premi, a credersi giusti anche se non si capisce nulla dell’amore del padre, come il fratello maggiore, come i farisei e gli scribi. Con Dio Padre si può avere una relazione giuridica, diffidente, aziendale? San Francesco ha sentito l’amore di Gesù crocifisso e ha cambiato l’amaro in dolce, perché questa è conversione, scoprire qualcosa di molto più umano e pieno.
San Francesco era radicale, esigente, sine glossa solo per amore. Il suo amore ci aiuta a capire come guardiamo il prossimo, che legami abbiamo con i fratelli e le sorelle, e con i poveri. Spesso, dobbiamo dirlo, ci trattiamo da sconosciuti, ci combattiamo da nemici con lo scandalo delle guerre ma anche dell’eterna e divisiva discussione su chi sia il più grande. Povero Gesù, disatteso in maniera così evidente. «Per grazia dello Spirito sono unito al Signore e non posso fare a meno di essere contento», questa è stata la risposta di Francesco di Assisi a frate Elia che lo rimproverava di non avere un comportamento degno di un santo che stava morendo. Francesco infatti cantava e chiedeva venisse cantato un inno che aveva composto qualche mese prima. Come per le sue sorelle minime, parole e musica.
Lo scandalo della gente di Assisi, di cui frate Elia si faceva portavoce, nasceva dal fatto che non era come gli altri canti che si facevano in chiesa: non era latino e la musica somigliava probabilmente più a quella dei canti dei trovatori che a quella degli inni dei chierici. È la semplicità di San Francesco, di colui che parlava, come avvenne proprio a Bologna in piazza il 15 agosto 1222, non con lo stile di un oratore politico o con quello del predicatore ecclesiastico, che cercano di convincere o di imporre, ma colloquiando, con linguaggio comprensibile e diretto, cercando di toccare i cuori delle persone. Perché dobbiamo parlare come tra iniziati e rendere complicato quello ciò che è semplice?
Scegliamo la sua semplicità, che però è possibile solo dopo aver reso semplice il cuore, così deformato dai tanti percorsi dell’individualismo, del pensare a sé, che poi ci dominano e rendono il nostro cuore appesantito, chiuso, incapace di commuoversi, di “vedere”, di fare vedere. Semplicità è un modo di porsi e di considerarsi, di seminare il bene dopo averlo trovato dentro di sé, liberandolo dai calcoli, dalla considerazione, dal possesso. La semplicità di San Francesco è frutto di tanta conversione, della lotta contro l’orgoglio, della spogliazione da questo, e ciò non avvenne solo all’inizio davanti al vescovo ma nel continuo confrontarsi con i peccati, chiedendone perdono a Dio. Solo la semplicità dell’amore può arrivare a chiamare la morte con un titolo per lei impensabile, davvero disarmante: sorella.
La nostra generazione la rimuove, la nasconde, diventando così rassegnata e nichilista, distruttiva perché per vincere la morte spegne la vita. La morte, con la sua ombra che ci accompagna sempre e che in realtà ci domina molto di più proprio perché non la affrontiamo, non si sconfigge cercando una vita che non si misura con la fragilità e il limite, pensando di star bene consumando rapporti, opportunità, ed emozioni, quelle che se restano in superficie diventano tutte uguali e deludenti, perché al centro c’è sempre e solo l’io.
Chiamare la morte “sorella” toglie a questa una delle sue armi più efficaci: la paura, che paralizza, turba, riempie di amarezza perché scopriamo che tutto è vanità, quindi inutile, senza senso. Non possiamo credere nell’illusione di star bene sfuggendo la morte, respingendola perché dobbiamo riconoscere che essa, come scriveva Olivier Clement, “è il fatto più profondo e significativo della vita, che essa sola eleva il più mediocre degli uomini al di sopra di una certa mediocrità, di un certo sonnambulismo dove la nostra esistenza si chiude spesso. L’angoscia della morte può diventare in noi una gravità quasi sacra, aprici alla profondità dell’esistenza. Quando un essere vicino è colpito a morte, lo sappiamo, tutto diventa allora straordinariamente commovente. Ogni parola, ogni gesto rischia di essere l’ultimo.
Non si può più essere confusionari, non avremo il tempo di scarabocchiare, di correggere, ricominciare. Se bisogna considerare i vivi come dei morenti, forse allo stesso tempo bisogna imparare a pensare ai morti come dei vivi”. Non c’è nessun compromesso con la morte, ma solo la vittoria dell’amore. Vi è un momento in cui si percepisce che la vita sta scappando tra le dita, si comprende che non si ha ancora molto tempo. Il poeta ricordava che quando si muore si muore soli. Può accadere in quel momento, come è accaduto a Francesco, di rendersi conto di una cosa semplice e fondamentale: la sua struggente bellezza, nella fragilità, nelle contraddizioni, nella parzialità della nostra vita. Francesco dice una cosa sola: grazie. Grazie a te, Altissimo, per tutti i doni che fai alla mia vita e a tutti gli uomini. Grazie a te frate Francesco che ci insegni a vivere e a morire, facendo anche della morte momento di grazia e di pienezza di amore.
