Giovedì 29 gennaio

Il dialogo del cardinale Zuppi con Liliana Segre al Memoriale della Shoah di Milano

Il ricordo di Arpad Weisz, calciatore del Bologna e dell'Inter, deportato ad Auschwitz

Le parole del cardinale Matteo Zuppi al Memoriale della Shoah di Milano.

«È indispensabile la memoria. Non è mai conservazione, perché la memoria fa rivivere e fa vivere con consapevolezza. Anche solo trasmettendo il ricordo, perché certamente sarà fecondo di consapevolezza e di scelte. Senza memoria si resta smarriti, costretti a sperimentare di nuovo quello già vissuto, e non sappiamo fare tesoro di quella lezione della storia».

È un passaggio del dialogo che il cardinale Zuppi ha intrecciato con Liliana Segre al Memoriale della Shoah della Stazione di Milano, giovedì 29 gennaio, dal titolo «Memoria della deportazione dalla stazione di Milano». L’incontro é stato proposto da Comunità di Sant’Egidio, in collaborazione con la Comunità Ebraica di Milano e il Memoriale della Shoah di Milano.

«Ci preoccupa – ha aggiunto il cardinale Zuppi riproponendo le parole dell’introduzione dei lavori del Consiglio permanente della Cei di lunedì 26 gennaio – lo sviluppo di fenomeni di antisemitismo che non ha giustificazione per i pur drammatici problemi della inaccettabile violenza a Gaza e in Cisgiordania. La Chiesa italiana condanna profondamente la recrudescenza di fatti ignobili, mentre ribadisce la propria vicinanza a tutte le Comunità ebraiche del Paese e rinnova il proprio contributo per contrastare tali fenomeni».

Il ricordo infine è andato anche Arpad Weisz, calciatore del Bologna e dell’Inter.

«Permettetemi questa sera  – ha detto il cardinale Zuppi – qui a Milano di ricordare uno dei tanti che non tornò. Lo abbiamo ricordato a Bologna perché la sua memoria era scomparsa. Arpad Weisz, era ungherese, nato nel 1896. Da soldato viene inviato al fronte dall’Impero Austro-Ungarico per combattere contro il Regno d’Italia. Scappa per il regime. Arriva a Milano. L’Inter lo nomina allenatore della prima squadra. Innova i metodi di lavoro, introduce la dieta per gli atleti e il lavoro sul campo insieme ai calciatori del settore giovanile, dove gioca un certo Giuseppe Meazza. Weisz vince lo scudetto con Ambrosiana-Inter nel primo campionato 1929/30 di Serie A, a girone unico. Poi si ripeté a Bologna nel 1935/36 e nel 1936/37, anno in cui vinse il Torneo dell’Esposizione internazionale, una sorta di Champions League dell’epoca. È fra i più grandi allenatori d’Europa. Nel settembre del 1938 l’Italia approva le Leggi razziali e i Weisz, dunque, devono andar via. Nel gennaio del 1939 Arpad, la moglie Ilona e i suoi due figli, Roberto e Clara, lasciano l’Italia in treno per raggiungere Parigi. Arrestati il 2 settembre 1942 dalla Gestapo, la famiglia Weisz al completo è caricata su un treno con destinazione Auschwitz, e poi condotta a Birkenau dove furono subito eliminati. Solo Arpad resiste fino all’inizio del 1944, il 31 gennaio infine trova anche lui la morte per stenti, dopo atroci sofferenze. La cosa più brutta che possa accadere ad un individuo è l’essere dimenticato, cadere nell’oblio. Per questo lo ricordo, uomo notissimo e poi cancellato. Con lui vi erano ebrei, ma anche rom e sinti, omosessuali, dissidenti politici, appartenenti a minoranze religiose, disabili, malati di mente. Persone considerate non degne di vivere. Questo non lo possiamo mai accettare, per nessuno. Mai!».

Qui il testo completo dell’intervento dell’Arcivescovo

Foto dal sito www.avvenire.it

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