Nota Pastorale: “Ecco, il seminatore uscì a seminare” (Mc 4, 3)

MATTEO MARIA ZUPPI Arcivescovo di Bologna

“Ecco, il seminatore uscì a seminare” (Mc 4, 3)
 NOTA PASTORALE

Biennio del “crescere” 2020-2022

PRIMA PARTE

“Spirito Santo, memoria di Dio, ravviva in noi il ricordo del dono ricevuto. Liberaci dalle paralisi dell’egoismo e accendi in noi il desiderio di servire, di fare del bene. Perché peggio di questa crisi, c’è solo il dramma di sprecarla, chiudendoci in noi stessi. Vieni, Spirito Santo: Tu che sei armonia, rendici costruttori di unità; Tu che sempre ti doni, dacci il coraggio di uscire da noi stessi, di amarci e aiutarci, per diventare un’unica famiglia. Amen”.

(Papa Francesco, Omelia di Pentecoste, 1.V.2020)

1. La pandemia

La pandemia ha colto di sorpresa tutti. È stata una tempesta non prevista e non desiderata, dalla quale anzi pensavamo di essere protetti per la stolta convinzione di potere attraversare immuni il mare di questo mondo sconvolto da una globalizzazione che ha creato, assieme a innegabili progressi, disuguaglianze irresponsabili. Avevamo coltivato l’illusione che il male fosse facilmente contenibile e dolorosamente abbiamo assistito all’epifania della sua forza, che stordisce e rivela chi realmente siamo: gente fragile e debole. Le varie onde del virus – da quelle iniziali che apparvero a molti innocue, tanto che la preoccupazione venne presa per esagerazione, fino a quelle dei momenti terribili della pandemia, angosciose, quando tutto vacillava e le nostre sicurezze affondavano lasciandoci in balia di una forza che umiliava la nostra fragilità – ci hanno immerso nella storia, quella vera, senza filtri, dove si rivela la nostra realtà fragile così com’è, dove occorre decidere cosa fare (perché la storia va avanti, non rispetta e non aspetta il nostro individualismo, la nostra spesso povera consapevolezza e le nostre scelte), dove appare – se e come – siamo una comunità cristiana.

2. La scoperta della fragilità

Tutte le nostre fragilità sono state rivelate dalla malattia, come una lente di ingrandimento o un reagente che ha mostrato impietosamente quello che siamo e la nostra vulnerabilità. È indispensabile riscoprire il comune impegno per riparare quello che si è rivelato malato o ingiusto e costruire un modo nuovo di vivere assieme. Abbiamo vissuto un dolore enorme, che non dobbiamo dimenticare e che ci deve anche rendere attenti, sensibili, a chi oggi subisce ondate di morte come quelle che per settimane ci hanno travolto. Hanno portato via i nostri cari a migliaia, strappati a noi a volte in pochi momenti febbrili, e non li abbiamo più rivisti. Abbiamo saputo di agonie strazianti, in solitudine e ricerca vana di un volto caro, anche se mani fraterne di medici e infermieri, esperti in umanità, si sono protese a stringere quelle di chi moriva, ad accarezzare, ad esprimere vicinanza e amore. Abbiamo saputo di cadaveri cosparsi di disinfettante e chiusi in sacchi. Abbiamo visto la processione di camion carichi di bare verso inceneritori lontani, il ritorno di piccole urne rese a familiari affranti: quanto rimaneva di una persona e di un corpo amati, di padre, madre, marito, sposa, figlio. Non possiamo dimenticare.

3. Un mondo malato

“Pensavamo di potere vivere sani in un mondo malato”. Credevamo che il virus riguardasse altri, i poveri oppure solo alcuni (qualcuno si era sentito sollevato perché si ammalavano “solo” i vecchi!) e invece ci ha coinvolto tutti. È stata una scoperta a volte davvero angosciosa, perché fa sentire senza orientamento, storditi; mette in discussione il fragile equilibrio dei nostri sentimenti. E poi non finisce potendo uscire di nuovo, perché c’è bisogno di tempo per ritrovarsi in una situazione che è la stessa ma è diversa, con un cuore più fragile e quindi timoroso, dovendo affrontare un nemico insidioso e sfide da comprendere. Non possiamo restare quelli di sempre come anche pensare che tutto possa essere nuovo facilmente. Ci siamo accorti che il mondo era davvero un enorme “ospedale da campo”, ma anche noi avevamo la tentazione di guardare, accontentandoci del poco che facciamo. “È inutile chiedere a un ferito grave se ha il colesterolo e gli zuccheri alti! Si devono curare le sue ferite. Poi potremo parlare di tutto il resto” ha detto Papa Francesco. Ci siamo scoperti tutti malati, vulnerabili, potenzialmente a rischio e capaci di fare del male agli altri. Appunto. Non bastava non fare nulla: era necessario pensare agli altri e difendere allo stesso tempo noi e il prossimo, proteggere e proteggerci. È un impegno pastorale: prendere in considerazione quella sorta di ‘biolatria’ che ci ossessiona, il valore assoluto della salute, il giovanilismo esasperato che ci corrompe, ci deforma, ci fa credere di potere essere quello che non siamo e di rimandare il confronto con il limite.

4. Vigilanza

Le conseguenze della pandemia sono difficili da valutare. Certamente dobbiamo aspettarci nelle prossime settimane una “piena” di povertà che può travolgere i tanti precari che hanno perso le fonti di sussistenza e i “penultimi” che precipitano nella miseria. La facilità del contagio non deve rassicurarci e farci illudere che il male sia sconfitto. Questo ci richiederà applicazioni di regole che spesso purtroppo si chiariscono solo di volta in volta e che ci chiedono pazienza e vigilanza. Dobbiamo aiutare le conseguenze profonde delle tante ferite provocate dall’isolamento che ci sfidano a donare il balsamo della consolazione e della speranza.

5. Non sprecare

“Peggio di questa crisi, c’è solo il dramma di sprecarla, chiudendoci in noi stessi”. Non vogliamo sprecare questa crisi, ritornando come prima, come se niente fosse successo. Per non sprecarla dobbiamo comprendere la pandemia con i sentimenti di Gesù e convertirci, accogliendo l’invito del Signore davanti alle avversità che segnano la fragile (chi credevamo di essere?) vita degli uomini. “Se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo”. (Lc 13,5). Il suo invito è: “Alzate lo sguardo” (Lc 21,28), perché quando “vi saranno carestie e pestilenze, fatti terrificanti e segni grandiosi dal cielo” (Lc 21,11), negli sconvolgimenti della vita sappiamo scorgere i segni della presenza di Cristo che non lascia soli, che viene. E così possiamo vedere e testimoniare la luce che libera dalle tenebre e dall’ombra di morte. Cambieremo? Dipende da noi. Non saremo necessariamente migliori perché abbiamo vissuto la pandemia, perché il male ci può rendere peggiori, confermarci nella diffidenza, far diventare più competitivi e aggressivi verso gli altri avvertiti come nemici. È necessaria una conversione di tutta la comunità, ma sempre è richiesta quella personale. E su questo dobbiamo aiutarci tanto. Se io cambio, cambia anche il mondo e cambia la comunità tutta. Ciascuno di noi è invitato a vivere con maggiore generosità. Non aspettiamo che siano gli altri ad esserlo, non accettiamo quello che ci isola, che ci tiene lontano dagli altri o indebolisce il nostro amore. C’è sempre la tentazione di essere dei sapienti da laboratorio, cioè pensare di avere la ricetta giusta da indicare, ma senza sporcarsi le mani e farsi coinvolgere personalmente, senza legarsi ad una situazione concreta e restando sempre in astratto. Sono quei “generali di piani di conquista sempre sconfitti” di cui parla l’Evangelii Gaudium: essi possono avere piani differenti a seconda delle sensibilità, ma non entrano nella storia da cristiani, restano prigionieri di categorie astratte e soprattutto non compiono la vera fatica che ci è chiesta, che è costruire comunità umane che mettono al centro il Vangelo, legandosi gli uni agli altri e aiutandosi a metterlo in pratica.

6. Tre nemici

È facile cercare di tornare come eravamo: vogliamo verificare la nostra capacità; non pensiamo di avere altre possibilità; istintivamente cerchiamo quello che conosciamo. In realtà ci siamo resi conto dei problemi, si sono aperte tante domande, abbiamo anche scoperto nuovi modi per trovare risposte diverse, perché quelle di prima non possono bastare. Non torniamo quelli di prima! Papa Francesco nel giorno di Pentecoste ci ha messo in guardia da tre nemici, sempre accovacciati come il male alla porta del cuore. “Il narcisismo, il vittimismo e il pessimismo”. In effetti sono molto legati tra loro e rappresentano la tentazione di sciupare questa crisi. “Il narcisismo fa idolatrare se stessi, fa compiacere solo dei propri tornaconti. Il narcisista pensa: “La vita è bella se io ci guadagno”. E così arriva a dire: “Perché dovrei donarmi agli altri?”. In questa pandemia, quanto fa male il narcisismo, il ripiegarsi sui propri bisogni, indifferenti a quelli altrui, il non ammettere le proprie fragilità e i propri sbagli. Ma anche il secondo nemico, il vittimismo, è pericoloso. Il vittimista si lamenta ogni giorno del prossimo: “Nessuno mi capisce, nessuno mi aiuta, nessuno mi vuol bene, ce l’hanno tutti con me!”. Quante volte abbiamo sentito queste lamentele! E il suo cuore si chiude, mentre sicuramente non torna la speranza. Il pessimista avvelena la speranza, spegne il desiderio, pensa di avere già provato e sa vedere solo le difficoltà. Spesso è perché conta solo su suo impegno e non si affida mai alla grazia. In questi tre idoli – l’idolo narcisista dello specchio, il dio-specchio; il dio-lamentela: “io mi sento persona lamentandomi”; e il dio-negatività: “tutto è nero, tutto è scuro” – ci troviamo nella carestia della speranza e abbiamo bisogno di apprezzare il dono della vita, il dono che ciascuno di noi è. Perciò abbiamo bisogno dello Spirito Santo, dono di Dio che ci guarisce dal narcisismo, dal vittimismo e dal pessimismo, ci guarisce dallo specchio, dalle lamentele e dal buio”. Nel pessimismo portiamo la luce della speranza. Nel narcisismo portiamo la forza e l’intelligenza dell’amore per il prossimo come il vero amore per se stessi. Nel vittimismo portiamo la compassione che ci spinge a fare nostra la sofferenza degli altri e ad uscire dall’egocentrismo che spesso ci fa perdere le proporzioni.

7. Tempo dello Spirito

In effetti questo tempo della pandemia e del dopo pandemia, è davvero tempo dello Spirito, nel quale farci condurre dall’amore di Gesù. Lasciamoci prendere dal suo amore e affidiamoci a questo, senza cercare tutte le risposte, ma iniziando a volere bene, a metterci a disposizione, a ricostruire come possiamo quei legami che si sono interrotti e quelli che abbiamo visto che non c’erano e che hanno lasciato tanti in solitudine. Pieni di Spirito, cioè dell’amore di Gesù, andiamo incontro agli altri, parliamo di Gesù, della sua speranza, e facciamolo soprattutto con la nostra vita. In questi mesi tantissime persone sono rimaste legate a noi e tra di loro attraverso i mezzi di comunicazione sociale e si sono scoperti spiritualmente uniti e questo ha dato tanta consolazione e compagnia. Non dobbiamo ripartire da qui? Sappiamo che non cambierà tutto, che dovremo confrontarci con la nostra vita di sempre, ma anche che lo Spirito ci aiuterà a trovare le risposte nuove. Come il seme: sappiamo che in esso c’è qualcosa che produce vita, che esso contiene già il frutto anche se oggi non lo vediamo. Abbiamo tutti un impegno da assumere: non lasciar cadere, anzi irrobustire i gesti, i segni, le iniziative di prossimità che si sono avviate con il coronavirus.

8. L’individuo ridotto a numero

Lo abbiamo visto: l’individuo diventava incredibilmente un oggetto, un numero, come una delle tante bare che i militari a Bergamo portarono lontano o come una di quelle persone che, prelevate da casa, non sono più tornate, senza potere essere accompagnate nell’ultimo tratto della loro vita. Nel dolore della morte questa solitudine, di chi lascia e di chi resta, è forse la ferita più dolorosa. Quello che sembrava impensabile è avvenuto, rivelando che in realtà eravamo chiusi in un mondo immaginario. Pensavamo di essere difesi, in realtà eravamo protetti da quelle “bolle di sapone” dove la cultura del benessere ci fa vivere, belle ma che non sono nulla, sono “l’illusione del futile, del provvisorio, che porta all’indifferenza verso gli altri, anzi porta alla globalizzazione dell’indifferenza”, come disse Papa Francesco nel suo primo viaggio fuori dal Vaticano. (Papa Francesco, Omelia a Lampedusa, 8.VII.2013). Pensavamo di potere vivere come volevamo, credendo di controllare tutto o quasi, prigionieri della nostra soggettività, della nostra esistenza e ci siamo trovati noi oggetti, scarti, numeri, anonimi in una folla stordita e resa impotente.

9. Le difficoltà della casa comune

La pandemia ha rivelato le difficoltà del sistema, i difetti e i ritardi, le storture e la colpevolezza di scelte non compiute in tempo, di rimandi, di sconsideratezza nel pensare al futuro condizionati dall’immediato (il consumismo è mio ed è oggi), schiavi dall’interesse personale e contingente. Abbiamo visto la poca capacità di lavorare assieme, quando ognuno difendeva le proprie forse giuste ragioni ma, appunto, non cercava l’unica ragione che è remare insieme e nella stessa direzione, garantire le risposte necessarie, mettere da parte il proprio ruolo o la propria presunzione, non aspettare e farlo con urgenza e serietà. Di fronte all’emergenza dobbiamo avere a cuore l’interesse di tutti, maturare un senso di responsabilità e di autocontrollo.

10. Contro la superficialità

È tanto necessario essere all’altezza delle sfide da affrontare, con serietà, uscendo da una politica mediatizzata e superficiale che porta all’enfasi e parla alla pancia, che afferma quello che conviene oggi e non quello che serve per davvero per domani, prigioniera di posizioni ideologiche senza ideologia. Occorre ricostruire e si può farlo solo con competenza e serietà, con coraggio, guardando al bene della persona. Non possiamo fare crescere il senso di disillusione, di pessimismo che porta a lasciare perdere, a cercare solo di salvare se stesso/i, pensando che ogni uomo sia un’isola e che possa esserlo! È pericoloso e dipende da ognuno di noi. Aveva ragione Carlo Urbani, vittima della Sars, ‘parente’ del Covid-19, che aiutò a scoprire e combattere proprio per la sua professionalità e generosità, morto per questo, medico martire per amore dei malati nel 2003: “La superficialità mi è divenuta intollerabile, l’indifferenza mi fa divenire quasi violento. Occorre sapere dove sta il bene e dove si annida il male. Le altre letture più equilibrate e moderate mi sembrano sempre più gravi ipocrisie. Ringrazio Dio per la generosità nei miei confronti e mi sforzo di sdebitarmi lasciando che i miei talenti producano germogli e piante”. Ecco quello che ci è chiesto.

11. Gli anziani

Una sottolineatura particolare dobbiamo farla per le principali vittime di questa pandemia: gli anziani. È indispensabile una rigorosa valutazione del come è stato possibile che questo sia avvenuto, non accettarlo con rassegnazione o fatalismo, scegliere di cambiare un sistema che non funziona e che rischia di essere una vera cultura di eutanasia. Non deve accadere che qualcuno scelga se salvare o no una persona in base all’età. Questo è inaccettabile e dobbiamo decidere che non avvenga mai, non come eventualmente scegliere! Quelli che dovevano essere protetti in realtà sono stati i più esposti. Per non permettere che la pandemia passi invano dobbiamo cambiare un sistema di assistenza che si è rivelato insufficiente. Il sistema sanitario va ripensato con intelligenza e preoccupazione per tutti. “Siamo preoccupati dalle tristi storie delle stragi di anziani in istituto. Sta prendendo piede l’idea che sia possibile sacrificare le loro vite in favore di altre. In numerosi Paesi, di fronte all’esigenza della cura, sta emergendo un modello pericoloso che privilegia una “sanità selettiva”, che considera residuale la vita degli anziani. La loro maggiore vulnerabilità, l’avanzare degli anni, le possibili altre patologie di cui sono portatori, giustificherebbero una forma di “scelta” in favore dei più giovani e dei più sani”, dichiara un importante appello della Comunità di sant’Egidio, che ha raccolto subito l’adesione di migliaia di persone. Cosa chiede questo alle nostre comunità e alle nostre famiglie? Non dobbiamo forse iniziare una rete di amicizia e di protezione, perché gli anziani siano aiutati a restare a casa e nessuno sia lasciato isolato? La Chiesa è quella madre per cui ‘anche se tutti ti lasceranno, io non ti abbandonerò mai. “Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se queste donne si dimenticassero, io invece non ti dimenticherò mai”. (Is 49,15). “Per onorare la sofferenza dei malati e dei tanti defunti, soprattutto anziani, la cui esperienza di vita non va dimenticata, occorre costruire il domani: esso richiede l’impegno, la forza e la dedizione di tutti” ha detto Papa Francesco. I dati statistici del Comune di Bologna indicano che un quarto della popolazione nel 2050 avrà più di 75 anni. Non deve rappresentare una priorità la lotta contro la solitudine, l’isolamento e quindi la protezione della fragilità?

12. Come tutti

Ci siamo trovati come tutti e abbiamo capito in maniera fisica, concreta, che tutti erano come noi e noi come tutti. Spesso abbiamo la sensazione che la gente non ci capisca e noi non capiamo le domande profonde, finendo per guardare il mondo intorno con categorie autoreferenziali e non con la semplice sapienza del Vangelo che ci rende sempre “esperti di umanità”. A volte parliamo in modo incomprensibile e rischiamo di rendere complicata e antipatica anche la notizia più bella, finiamo per accusare gli altri delle nostre debolezze, pensiamo di difendere la verità aggredendo insensatamente e ossessivamente quelli che pensiamo nemici, non distinguendo il peccatore dal peccato, finendo per condannare e vedendolo ovunque, per non sapere riconoscere il bene, per attrarre le persone che cercano speranza e condannandosi a non capire quello che agita il cuore degli uomini. Per questo è stato davvero importante anche per noi ritrovarsi sulla stessa barca con tutti e non credersi o essere visti distanti, alieni, ma parte della stessa avventura umana nella quale scoprire assieme la presenza buona di Dio, alzare lo sguardo e dare testimonianza, così come ci è chiesto.

13. I segni dei tempi

Abbiamo compreso nella storia e nell’oggi la visione del Concilio: “Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore” (GS 1). Lo sapevamo, ma altro è capirlo nella vita. Questo grande segno dei tempi, questo kairos ci ha reso contemporanei del nostro tempo, costringendo a dare risposte nell’oggi, a ritrovare il valore di quello che siamo, liberandoci e riscoprendo la creatività dello Spirito per rispondere all’ansia della creazione e delle creature che aspettano speranza e sono nelle doglie di un parto. I segni dei tempi sono indispensabili da comprendere per vivere e comunicare il Vangelo, perché in essi parla il Signore e dobbiamo noi comunicare la fede che ci è stata affidata perché la testimoniamo al mondo. Il Vangelo parla nella storia e ci apre a questa.

14. La casualità

Il Cardinale Biffi, in occasione della sua ultima celebrazione diocesana pubblica per i suoi 80 anni disse, con la consueta intelligente arguzia e profonda interiorità, che «La catena degli avvenimenti, dai quali siamo stati condizionati e plasmati, appare ai nostri occhi determinata quasi interamente dalla casualità. Troppe combinazioni, troppe esperienze fatte, troppi incontri che hanno colmato la mia vicenda mi si rivelano oggi in tutta la loro occasionalità. Il caso, come si vede, non esiste. Ma allora (mi domando) come mai il Signore consente che gli occhi dell’uomo, quando non sono superiormente illuminati, lo vedano così dominante e quasi onnipresente nella creazione di Dio? C’è, credo, una risposta plausibile: la casualità è soltanto il travestimento assunto da un Dio che vuol passeggiare in incognito per le strade del mondo; un Dio che si studia di non abbagliarci con la sua onnipotenza e col suo splendore. Quando si arriva qui, ogni pensiero e ogni esame lasciano il posto alla contemplazione stupita dell’incredibile e arcana benevolenza del “Padre della luce”, dal quale “discende ogni buon regalo e ogni dono perfetto”». Ecco perché quello che è successo è un segno dei tempi, che ci chiama a vivere le attese e le angosce, a riconoscere la volontà di Dio e a chiederci cosa dobbiamo fare, cosa cambiare.

15. Umiliati dobbiamo diventare umili

Siamo stati tutti umiliati nei nostri programmi e nelle nostre sicurezze. Il virus ha cancellato tutti gli impegni, i ruoli consolidati, le abitudini per cui potevamo cercare di fare come sempre e adesso non possiamo più dire che faremo come prima! Abbiamo lasciato tante cose inutili e possiamo ripartire dall’essenziale. Dobbiamo scegliere di essere umili, cioè metterci al servizio gli uni degli altri, abbandonando le presunzioni e gli orgogli, le “idee alte di noi stessi” che non ci fanno aiutare chi abbiamo vicino, che ci fanno sempre credere troppo importanti per fare qualcosa gratuitamente a chi ce lo chiede. Questo tempo ha bisogno di umili lavoratori. Possiamo iniziare a parlare con tutti, stabilire contatti che erano spezzati o inesistenti, uscire per davvero perché tutti sono fuori, ritessere rapporti e servire il prossimo. Non comunità ideali o di categorie astratte, ma reali, di uomini e donne a cui legarsi, limitate, certo, perfette non perché senza macchia ma perché piene dell’amore di Gesù.

16. Puniti?

Qualcuno pensa di interpretare i disegni di Dio, anzi di identificare con certezza il rapporto causa-effetto, interpretando i giudizi di Dio e come verità lanciarli a conferma delle proprie ossessioni, individuando colpevoli puniti da un Dio che finalmente la smette con un’ambigua misericordia e mette le cose a posto. Sempre per gli altri, ovviamente. In realtà la Chiesa, umiliata come tutti dalla tempesta, si è trovata a cambiare. Disse Papa Francesco: “Ci chiami a cogliere questo tempo di prova come un tempo di scelta. Non è il tempo del tuo giudizio, ma del nostro giudizio: il tempo di scegliere che cosa conta e che cosa passa, di separare ciò che è necessario da ciò che non lo è. È il tempo di reimpostare la rotta della vita verso di Te, Signore, e verso gli altri. E possiamo guardare a tanti compagni di viaggio esemplari, che, nella paura, hanno reagito donando la propria vita”. Quanto è vero che chi testimonia l’amore di Gesù dona speranza e diventa una luce per chi è nelle tenebre. È stato vero nella pandemia, ma in realtà è sempre così, tutte le volte che ci dobbiamo scontrare con il male. Dio è onnipotente ma la sua è l’onni-debolezza, come diceva Olivier Clement, che ricordava come “il volto di Dio piange sangue nell’ombra”, riprendendo Léon Bloy.

17. Opportunità da non perdere

Quando ritroviamo persone care dopo un periodo di lontananza abbiamo l’occasione di ristabilire una relazione diversa. Non è facile, perché sappiamo come le abitudini, i giudizi, i ruoli, le nostre resistenze e soggettività spesso uccidono la novità. Chiediamoci: cosa possiamo fare di più per essere come Gesù, per dare carne alla sua parola che protegge dal male e non si fa sconfiggere da nessun virus? Abbiamo visto tanta sofferenza: cosa possiamo fare personalmente e come comunità? Abbiamo visto tanto solitudine e abbiamo ascoltato tante domande angosciose sul futuro: come testimoniare la gioia nelle tenebre e come sconfiggere l’isolamento che spesso deprime? Non dobbiamo fare i maestri, dare lezioni! Gesù ce lo vieta. Possiamo essere vicini e testimoniare quello che viviamo.

18. La speranza

L’esperienza che abbiamo vissuto diventa cuore, interiorità, perché non resti solo un’emergenza. Eugenio Borgna, psichiatra sempre attento a leggere la realtà, commentando la pandemia ha detto: “Facilmente, cessato il pericolo, negli uomini subentra l’oblio. Ci sarà però qualcuno, non so quanti, che in questo tempo di dolore avrà colto l’occasione per stare più attento, per ascoltare se stesso e l’altro più profondamente. Sì, alcuni di noi, dopo questa aspra prova, rinasceranno: capaci di una nuova speranza». Ecco, dalla pandemia dobbiamo comunicare speranza ed essere tra quelli che, in questo tempo di dolore, riscoprono il senso del destrino comune, di una comunità di appartenenza e di testimoni della speranza di Cristo.

19. Il mondo

La pandemia ci rende attenti alle sofferenze degli uomini, a quelle nascoste, come i malati psichiatrici, i disabili, gli anziani isolati ordinariamente, i senza fissa dimora visibili e invisibili come quell’uomo mezzo morto per il sacerdote e il levita, gli stranieri che non possono essere tali per i cristiani che sono chiamati a vedere in tutti il loro prossimo. La tanta solitudine e le fragilità del mondo, i tanti virus che questo virus ci ha fatto vedere, ci chiedono di essere come una madre che vuole stare vicina ai suoi figli vicini e lontani per fare sentire la vicinanza di Dio che è in barca con noi e perché sa che siamo tutti nella stessa barca. “Siamo un po’ incoscienti davanti alle tragedie che in questo momento accadono nel mondo. Soltanto vorrei dirvi una statistica ufficiale dei primi quattro mesi di quest’anno, che non parla della pandemia del coronavirus, parla di un’altra. Nei primi quattro mesi di quest’anno sono morte 3 milioni e 700 mila persone di fame. C’è la pandemia della fame. In quattro mesi, quasi 4 milioni di persone. Questa preghiera di oggi, per chiedere che il Signore fermi questa pandemia, ci deve far pensare alle altre pandemie del mondo. Ce ne sono tante! La pandemia delle guerre, della fame e tante altre. Che Dio fermi questa tragedia, che fermi questa pandemia. Che Dio abbia pietà di noi e che fermi anche le altre pandemie tanto brutte: quella della fame, quella della guerra, quella dei bambini senza educazione. E questo lo chiediamo come fratelli, tutti insieme. Che Dio benedica tutti noi e abbia pietà di noi” (Papa Francesco, Omelia 14 maggio 2020).

20. I cristiani sono nel mondo

La dimensione spirituale e quella materiale sono cresciute in questi mesi insieme. L’una nutre l’altra, come deve accadere tra verità e amore, tra Spirito e carne. Il Vangelo non ci porta fuori dal mondo, ma dentro. Non ci chiude in un mondo a parte, dove crediamo che tutto sia chiaro perché non ci confrontiamo con la vita vera, ma ci chiede di essere lievito e sale, luce e seme. Chi cerca il cielo, entra nella storia, ne ha interesse, la capisce di più perché la capisce nella sua larghezza e non come fosse un allargamento del piccolo provincialismo. La pandemia è stata la storia che è entrata nella nostra vita ordinaria, nelle nostre difese e noi dobbiamo entrare nei problemi concreti, come possiamo, per cambiare la storia o meglio in essa mostrare la presenza del Signore.

21. La conversione pastorale e missionaria

La pandemia ci ha fatto comprendere quanto è decisiva la prospettiva dell’Evangelii Gaudium, con la sua urgenza di avvicinare gli altri non come una minoranza che ha paura di confondersi e si difende dal mondo, ma come il lievito e il sale che si perdono nella massa. Siamo nel mondo ma liberi dallo spirito del mondo, capaci di parlare con tutti perché pieni del suo Spirito di verità, quello che ci porta alla verità tutta intera se lo ascoltiamo e ne siamo docili, identità che non si difende o si acquista.

22. La sete della samaritana

L’anno scorso ci siamo interrogati sulla sete delle persone, parlando di quella donna che sembrava non avesse bisogno di niente e che invece aveva proprio tanta sete di amore, di consolazione, di speranza. Era forte della sua brocca, ma trovava colui che offriva l’acqua che toglie la sete, che cioè risponde a quello di cui ha bisogno, anzi più bisogno, quello che le serve davvero. Il Vangelo risponde a quello che cerchiamo, ci aiuta a farlo, a non rassegnarci. Ecco, abbiamo capito che siamo tutti deboli, che non siamo diversi e che gli altri non sono diversi da noi. Questo ci può fare sentire smarriti oppure può permettere una sintonia, un sentire comune nel quale entrare, da capire e da poterlo fare assieme. La sfida è essere davvero cristiani attraenti e pieni di amore per il prossimo, non mondani o antimondani, perché tutti siamo mandati da Gesù nel mondo chiedendoci di attrarre con la nostra umanità, perché come diceva Papa Benedetto XVI, coloro che non conoscono Gesù Cristo o lo hanno sempre rifiutato in realtà cercano Dio segretamente, “mossi dalla nostalgia del suo volto, anche in paesi di antica tradizione cristiana. Tutti hanno il diritto di ricevere il Vangelo. I cristiani hanno il dovere di annunciarlo senza escludere nessuno, non come chi impone un nuovo obbligo, bensì come chi condivide una gioia, segnala un orizzonte bello, offre un banchetto desiderabile. La Chiesa non cresce per proselitismo ma «per attrazione» (EG 14). Perché non sforzarci di essere così, invece di pensare che attrarre sia tradire il Vangelo? Non si tratta di manomettere la verità per conquistare un po’ di consenso ma di renderla quello che è, luminosa, umana, vicina alle persone, fiduciosa nell’uomo perché di Dio, piena della sua speranza e della sua compassione.

23. La prova

Gesù affronta la prova e ci insegna a non essere mediocri, a non vendere l’amore per qualche convenienza, a disobbedire al tiranno del “salva te stesso” o “a me che importa?” o “me ne frego perché mi interesso solo del mio io”. Gesù non scappa, perché il male non vinca; lo affronta per liberarci dal suo inganno e mostrarci la vera forza, tutta umana, dell’amore e della fede in Dio. Gesù vince, non perde, anche se per il mondo è uno sconfitto. Don Maurizio Marcheselli, ci ha ben spiegato nell’Assemblea Diocesana del 5 giugno scorso, come la richiesta del Padre Nostro «non abbandonarci alla tentazione» (CEI attuale) sia piuttosto da intendere come “non introdurci nella prova”. Il sostantivo, peirasmos, copre entrambi i significati: prova e tentazione. Ogni prova contiene anche una tentazione che è sempre quella di salvare se stesso, di mettere al primo posto il proprio benessere e dimenticare l’amore che pure ci lega al fratello. I discepoli nell’ora della prova non smisero di volere bene a Gesù, ma vollero più bene a se stessi e scapparono tutti. Nella prova si rivela la qualità del nostro amore. La pandemia è stata una prova che ha aperto di nuovo tante domande, facendoci comprendere la drammatica decisività di queste, soprattutto in chi è stato colpito personalmente dalle conseguenze dirette del male. Gesù ci chiede di vegliare su noi stessi e sul mondo, perché nella prova tanti possano trovare la consolazione di un Signore vicino, luce, misericordia, speranza. Il credente non può vivere addormentato (appunto in quelle bolle di sapone), ma affronta la prova perché ama l’uomo e Gesù. Non ci è chiesto coraggio, ma amore. Se per una ragione che non conosciamo dobbiamo passare per una prova, che non è scelta – come per Gesù stesso nell’orto degli ulivi -, ci affidiamo al Padre come Gesù nel Getsemani: “Sia fatta la tua volontà”.

24. Il male

Come è possibile pensare di vivere sani in un mondo malato? In fondo avviene così quando cadiamo nell’inganno del male che non si fa riconoscere, che ci confonde con un vuoto ottimismo per cui pensiamo che andrà tutto bene senza combatterlo con tutto noi stessi. Il mondo va avanti e il male vuole confonderci con il ritorno alla normalità. Certo, dobbiamo riprendere la vita, appunto, senza lamentarci, ma anche senza dimenticare perché l’emergenza non lasci spazio all’oblio o all’indifferenza, ma diventi consapevolezza, scelta di cambiare se stessi e il mondo. Questa pandemia ci ha fatto toccare con mano quel che già sapevamo senza rendercene conto: nel bene come nel male le conseguenze delle nostre azioni ricadono sempre sugli altri. Non ci sono atti individuali senza conseguenze sugli altri: vale per le singole persone come per le comunità. Comprendiamo meglio anche il peccato, cioè le conseguenze su di noi e sugli altri del vivere senza amare. Nell’individualismo pensiamo che i problemi siano personali, mentre dobbiamo capire le conseguenze che sempre il male che possiamo compiere provoca sugli altri, a volte solo non prendendo e rimandando decisioni necessarie. Le omissioni non sono mai innocue. Il male lo fai a te stesso, certo, ma anche agli altri.

25. Siamo già cambiati

In realtà, quasi senza accorgersene siamo già cambiati, obbligati a parlare con tutti sperimentiamo che tanti ci hanno ascoltato. Abbiamo dovuto liberarci dalle maschere che ci coprono o ci fanno credere anonimi. Sono quelle più difficili da capire e da cui liberarci. Abbiamo dovuto tutti “cercarci”, perché in realtà non potevamo accettare di essere divisi. Abbiamo sentito l’importanza dell’altro, della sua amicizia e come non possiamo fare a meno di lui. È successo come per il suono delle campane, che nella nostra Diocesi hanno raggiunto tutti in orari stabiliti per fare sentire amati e “pensati” coloro che a causa del virus erano costretti a rimanere isolati, ma non erano lasciati soli dalla preoccupazione di questa madre che non resta lontana dai propri figli. Quante iniziative digitali, a volte curiose, forse qualche volta ingenue, ma tutte importanti per restare insieme, per non accettare di essere separati, per dire “non mi dimentico”, non resto lontano!

26. I poveri e la solidarietà della porta accanto

La Chiesa è madre di tutti, particolarmente dei poveri. E questo amore è eucaristico, cioè deriva dal Corpo di Cristo deposto sull’altare. Quanta fragilità intorno a noi! E quanta temiamo emergerà nelle prossime settimane! I poveri sono nostri fratelli e tutti ci possiamo occupare di loro, metterci a disposizione, servire sia in maniera organizzata, ma anche personale, sempre sforzandoci di donare quello che serve, anche solo un bicchiere di acqua fresca. Tutta la Chiesa è la Caritas e viceversa! Quante esperienze ci incoraggiano in questo. È successo già in tantissime storie di amicizia, come quella che ha unito i bambini e gli anziani oppure di buon vicinato o di solidarietà nel portare la spesa a chi non poteva uscire. Questo è solo nella pandemia o è un’emergenza continua? Papa Francesco ha detto: «Vorrei veder fiorire nella nostra città la solidarietà “della porta accanto”, le azioni che richiamano gli atteggiamenti dell’anno sabbatico, in cui si condonano i debiti, si fanno cadere le contese, si chiede il corrispettivo a seconda della capacità del debitore e non del mercato». C’è tanto bisogno che riprenda a fiorire una solidarietà spontanea e responsabile di tutti, possibile senza tanti mezzi, anzi solo perché ha poco e si dona gratuitamente. Apriamo gli occhi ai bisogni degli altri, alle conseguenze del virus del male che non sta mai fermo e contagia sempre la vita rovinandola, uscendo dal vittimismo, davvero diffuso, che non ci fa accorgere del dolore degli altri. Non dobbiamo pensare che ci sia qualcun altro che ci pensa o che sia troppo difficile. Ognuno di noi e tutte le comunità sono Caritas e tutte le Caritas sono comunità. Se è vero che il male colpisce ed umilia con un piccolissimo virus dobbiamo anche ricordarci che se abbiamo fede come un granellino di senape possiamo spostare le montagne. L’amore che il Signore ci affida ha una forza straordinaria che non dobbiamo nascondere o disprezzare, ingannati dalla forza del mondo.

27. La crisi

Stiamo attraversando la più grande crisi sanitaria ed economica della storia recente. Siamo stati a un passo dal crollo del sistema sanitario nazionale. E ora l’emergenza è economica e sociale. Tre milioni di disoccupati in più a settembre, con il pil tra il – 9 e il – 13%, il doppio rispetto alle crisi del 2009. L’intero tessuto produttivo è messo a rischio. Il recupero dei consumi e della domanda avverrà lentamente. Le misure di sostegno sin qui elargite sono state vere e opportune, ma come il distanziamento sociale che abbassa la curva dei contagi, ma non elimina il virus, così quelle misure, se rimangono per sé sole, diluiscono nel tempo la crisi, ma non ne eliminano le cause e le conseguenze. Il Censis e Confcooperative hanno recentemente pubblicato un focus dal titolo significativo: “Covid, da acrobati della povertà a nuovi poveri”. I numeri della ricerca parlano da soli: sono 2,1 milioni le famiglie con almeno un componente che lavora in maniera non regolare e oltre un milione può contare solo su stipendi in nero (il 4,1% sul totale dei nuclei italiani). Di queste, più di 1 su 3, vale a dire 350mila, è composta da cittadini stranieri. Durante i mesi di lockdown 15 italiani su 100 hanno perso più del 50% del loro reddito, mentre 18 su 100 hanno subito una contrazione compresa fra il 25% e il 50%, per un totale di 33 italiani su 100 con un introito ridotto almeno di un quarto. Ancora più drammatica la situazione fra le persone con un’età compresa fra i 18 e i 34 anni, per le quali il peggioramento inatteso delle propria situazione economica ha riguardato 41 individui su 100 (riduzione di più del 50% per il 21,2% e fra il 25% e il 50% per il 19,5%). In sintesi, la metà degli italiani (50,8%) ha sperimentato un’improvvisa caduta delle proprie disponibilità economiche, con punte del 60% fra i giovani, del 69,4% fra gli occupati a tempo determinato, del 78,7% fra gli imprenditori e i liberi professionisti. La percentuale fra gli occupati a tempo indeterminato ha in ogni caso raggiunto il 58,3%.

28. Il digitale

La Chiesa, come una madre, non ha potuto restare lontana da coloro che cercano la gioia, che ne hanno bisogno. Siamo stati costretti a rimetterci per strada, per lo più attraverso lo strumento digitale con le deformazioni che questo può portare, ma anche con le straordinarie opportunità che garantisce. Come in una vera Pentecoste non abbiamo iniziato a parlare perché abbiamo capito tutto, perché abbiamo completato uno studio su tutte le lingue e culture che avremmo incontrato o perché avevamo definito il programma per stare insieme o per convincere qualcuno; non abbiamo aspettato di risolvere i nostri problemi interni o una formula che ci eviti la passione pastorale, la fatica di avere figli da crescere. Ci ha fatto bene fare un po’ meno per pregare di più, andare da lui per capire che il nostro ristoro è stare con Lui, è relazione e non solitudine, per imparare stando con Lui ad essere miti ed umili e trovare il ristoro di cui tanto abbiamo bisogno. Sempre. Il nostro impegno pastorale deve essere progredire nella comunicazione efficace. Padre Paolo Benanti, francescano, docente di etica delle tecnologie, durante l’Assemblea Diocesana ci ha spiegato come al tempo di San Francesco la liturgia in latino non permetteva al Vangelo di toccare il cuore, degli uomini, motivo per cui i francescani si inventarono le Laudi, come delle canzoni trasformate in preghiera, la Via Crucis e una serie di devozioni, che permisero di accompagnare la vita delle persone del tempo. Certo c’è bisogno di non entrare in quella vita virtuale che p. Benanti ha definito onlife e ha raccomandato discernimento, perché il mondo digitale è velocissimo, con regole e logiche che poi condizionano, mentre il nostro “processore” non è di silicio, è di carne: “si chiama cuore”. “Ecco, abbiamo bisogno di portare il cuore nel digitale e il digitale nel cuore”.

29. La Chiesa è dello Spirito

Papa Francesco nel giorno di Pentecoste ci ha liberato anche da letture vecchie, esterne alla Chiesa eppure che tanto la influenzano anche al suo interno. “Lo Spirito viene a noi, con tutte le nostre diversità e miserie, per dirci che abbiamo un solo Signore, Gesù, un solo Padre, e che per questo siamo fratelli e sorelle! Ripartiamo da qui, guardiamo la Chiesa come fa lo Spirito, non come fa il mondo. Il mondo ci vede di destra e di sinistra, con questa ideologia, con quell’altra; lo Spirito ci vede del Padre e di Gesù. Il mondo vede conservatori e progressisti; lo Spirito vede figli di Dio. Lo sguardo mondano vede strutture da rendere più efficienti; lo sguardo spirituale vede fratelli e sorelle mendicanti di misericordia. Lo Spirito ci ama e conosce il posto di ognuno nel tutto: per Lui non siamo coriandoli portati dal vento, ma tessere insostituibili del suo mosaico” (Omelia Pentecoste, 31.V.2020). La Chiesa è solo di Cristo e se il mondo isola e divide noi a maggiore ragione dobbiamo essere uniti e fedeli a questa madre che cerca di ricordarsi di tutti. Tutto quello che offende e umilia la comunione è sempre frutto del male e ci impegna ad amare la Chiesa rifiutando chi parla contro senza sforzarsi di cambiare e di andare d’accordo, chi giudica invece di servire, chi si contrappone invece di aiutare. Credo che come non mai dobbiamo essere vicini alla Chiesa tutta, rendendola forte; perché se il virus isola, la Chiesa unisce.

30. Lo Spirito e la sua forza

Lo Spirito come un vento forte ha aperto le porte e ci ha trascinato fuori, liberandoci dalle nostre paure e dall’affannosa ricerca di sicurezze previe per vincerle, donandoci una sicurezza nuova che troviamo solo “uscendo” e iniziando, diversa da quella del nostro protagonismo perché frutto dello Spirito. Se il virus ci isolava ed impediva la partecipazione abbiamo cercato i modi per restare uniti, pregare assieme, confrontarci sui grandi temi del limite, della fragilità, del male, del futuro, della solidarietà. Quante iniziative di preghiera – dai rosari alla Liturgia delle Ore – ci hanno accompagnato, incoraggiato, sostenuto nella difficoltà! Quante celebrazioni eucaristiche sono diventate per molti appuntamenti che hanno scandito la giornata come mai avvenuto, appuntamenti attesi e non subiti che diventavano una presenza importante nella difficoltà e nel disorientamento oggettivo! Quanta forza e quanta passione in questi legami! Vorrei proprio che gli ambiti si interrogassero su come continuare queste esperienze, come fare tesoro di quello che abbiamo imparato, come cercarne altre con il coraggio che l’emergenza ci ha donato e che per noi è lo Spirito di amore.

31. Le comunità e le famiglie

Tanti presbiteri e responsabili di comunità, catechisti, operatori pastorali a vario titolo e ministero, hanno cercato di raggiungere le persone nelle loro case, regalare riflessioni, spazi, momenti spirituali e di consolazione. Molti hanno vissuto tutto questo in famiglia e ci siamo accorti come la Chiesa finalmente non restava fuori dalla vita vera, dai luoghi dove questa scorre e diventava essa domestica, cioè una comunità di relazioni familiari, un incontro di persone che si vogliono bene e che non possono stare senza gli altri, che nel loro amore mettono in pratica il comandamento di Cristo. Possiamo tornare a manifestare il nostro essere comunità, famiglia, perché la “chiesa domestica” è l’essenza stessa del cristianesimo. La Chiesa raccoglie le persone in piccole comunità, con l’apporto di tutti, con il coinvolgimento di persone responsabili, fondate sul contributo di tutti.

32. Rompere gli specchi

“Non consumate troppo tempo e risorse a “guardarvi addosso”, a elaborare piani auto-centrati sui meccanismi interni, su funzionalità e competenze degli apparati. Guardate fuori, non guardatevi allo specchio. Rompete tutti gli specchi di casa. I criteri da seguire, anche nella realizzazione dei programmi, puntino ad alleggerire, a rendere flessibili strutture e procedure, piuttosto che appesantire con ulteriori elementi di apparato” (Messaggio POM, 20.V.2020). Il virus ha rotto tanti specchi e ci ha chiesto di vivere oggi la nostra fede. Non abbiamo le risposte per tutto e sarebbe un errore cercarle, proprio come aveva indicato con chiarezza l’Evangelii Gaudium. Siamo solo una “comunità di uomini i quali, riuniti insieme nel Cristo, guidati dallo Spirito Santo nel loro pellegrinaggio verso il regno del Padre, hanno ricevuto un messaggio di salvezza da proporre a tutti” e per questo “la comunità dei cristiani si sente realmente e intimamente solidale con il genere umano e con la sua storia” (GS 1). La Chiesa vuole solo “continuare, sotto la guida dello Spirito consolatore, l’opera stessa di Cristo, il quale è venuto nel mondo a rendere testimonianza alla verità, a salvare e non a condannare, a servire e non ad essere servito” e per questo è suo dovere “scrutare i segni dei tempi e interpretarli alla luce del Vangelo, così che, in modo adatto a ciascuna generazione, possa rispondere ai perenni interrogativi degli uomini sul senso della vita presente e futura e sulle loro relazioni reciproche. Bisogna infatti conoscere e comprendere il mondo in cui viviamo, le sue attese, le sue aspirazioni e il suo carattere spesso drammatico” (GS 4).

33. La famiglia di Dio

Se è vero che abbiamo dialogato di più con il soggetto famiglia, e da questo dobbiamo trarre alcune indicazioni e non avere timore a coinvolgere, abbiamo scoperto anche come la Chiesa è la nostra famiglia. Questo è lo Spirito di Pentecoste, il suo amore che ci unisce, che ci rende forti, più forti del male e che è donato alle nostre comunità, piccole e grandi, ancora all’inizio o mature. Lo Spirito genera e rigenera questo legame, usando però la nostra concretezza, la nostra vita, non una dimensione astratta, fuori dal mondo e dalla storia, ma proprio la nostra. Sono i nostri Atti degli apostoli, i prodigi della prima generazione che ognuno di noi scrive insieme agli altri. A volte non ne siamo consapevoli e dimentichiamo che è Gesù a radunarci intorno alla sua mensa e a nutrirci con la sua Parola e il suo Corpo e il suo Sangue.

34. Costruire le comunità

Dobbiamo sempre rendere migliore la nostra comunità, amandola e costruendo relazioni con la libertà dello Spirito, con l’obbedienza del figlio e l’amore del fratello. Possiamo vedere nel già dell’amore che viviamo, anche se è sempre parziale, la vittoria che avrà sempre bisogno di superare altre prove finché non sarà definitiva, quando non ci sarà più il non ancora perché tutto sarà pieno. Contempliamo e gioiamo, perché se vediamo e sappiamo dare importanza ai gesti piccoli dell’amore sapremo cercare con più passione nelle difficoltà della storia i cammini della speranza e non arrenderci al male che ci vuole fermi, svuotati e senza sapore.

35. Il dialogo ecumenico e inter-religioso

Anche il dialogo ecumenico e inter religioso ha avuto momenti di grande intensità. A Bologna ci siamo trovati per un momento di silenzio davanti al Comune, insieme al Sindaco che rappresentava tutta la città degli uomini, insieme al Rabbino e al Presidente della Comunità Islamica e a vari Imam. Tutti hanno sottoscritto un appello ai figli di Abramo: “Come uomini di fede nel Dio unico e figli di Abramo, padre di tutti i credenti, di fronte ai tragici avvenimenti che si stanno susseguendo in questi giorni, riflettiamo pensosi su di essi. Il nostro padre Abramo supplicò Dio di salvare gli abitanti della città. Abbiamo il dovere di pregare e supplicare Dio perché questo è ciò che Egli ci chiede! Chi salva una vita è come se avesse salvato l’intera umanità. Ci impegniamo con insistenza anche noi a invocare il Suo nome e chiediamo ai nostri fedeli, convinti che siamo tutti sulla stessa barca, di intercedere perché la vita sia preservata e possiamo tutti vedere, dopo il diluvio, il ramoscello di ulivo della vittoria sul male. Possano tutti gli uomini praticare le buone opere che aiutano gli uni e gli altri. Invochiamo Dio, Signore di pace e misericordia, che sorga presto l’arco che unisce la terra al cielo e finisca il diluvio della malattia. Amen”. Queste parole – sottoscritte prima della preghiera di intercessione di Papa Francesco nella piazza San Pietro vuota – indicano un metodo non solo per i responsabili, ma per tutti i credenti. Ci auguriamo che finisca presto il virus ma certamente non finisce la necessità di aiutarsi, di dialogare, di essere forti “remando nella stessa direzione”. È davvero necessario che crescano esperienze di relazioni stabili tra credenti, perché il dialogo cresce proprio nell’incontro tra persone, nella visita tra comunità che iniziano ad apprezzarsi e a conoscersi.

36. Il ruolo dei laici

Nella costruzione delle comunità è indispensabile il ruolo di tutti. I laici si devono sentire coinvolti non in astratto o in maniera esecutiva, ma nella responsabilità vera, nell’esercizio della fraternità perché la Chiesa non è solo organizzazione. Ognuno ha un ministero, cioè serve, anche solo con la sua preghiera, sempre con la sua vita, preziosa tessera che unita alle altre compongono la famiglia di Dio. Tutti siamo chiamati a ricostruire partendo da un clima familiare, amichevole, attento al vicino, il contrario di anonimo, individualista, indifferente. È forse uno degli sforzi principali che dobbiamo fare nostri: seminare amicizia, legami, interesse, per lottare contro l’isolamento, l’individualismo che ci indebolisce.

37. Le zone

Le zone sono state riferimento importante nella pandemia. Spesso i presbiteri si sono trovati assieme e le celebrazioni sono state organizzate come zona. Sono cresciute le relazioni tra le varie comunità, che sono indispensabili per il cammino di zona, anche quando passano dalla fatica di capirsi. Le zone sono uno sforzo decisivo per il futuro delle nostre comunità: non sono una somma, come sappiamo e nemmeno uno sforzo solamente organizzativo. Sono la sfida della comunione. Certamente le zone permetteranno meccanismi agili per gli aspetti amministrativi, ma la direzione è essere e costruire comunità fondate sulla roccia della Parola pe resistere ali venti e alle acque. Non comunità perfette, che non esistono, ma luoghi di incontro vero e personale, agile, dove accogliere e testimoniare, dove dialogare, affiancandosi ai tanti pellegrini delusi e agitati da domande, tristi perché non hanno risposte. Se la Chiesa diventa domestica, cioè relazione fraterna come siamo chiamati a vivere, tanti in un mondo di isolamento e individualismo incontreranno la presenza buona di Gesù. Una Chiesa domestica, cioè familiare, di amici e persone che si vogliono bene, potrà aiutare a costruire legami sul lavoro, aiutare le famiglie a casa, tessere la comunità tra le persone.

Questo ci deve fare scoprire i tanti doni che abbiamo e che in realtà ognuno di noi è per gli altri, la necessità di usarli, di non tenerli per noi, di non nasconderli per essere dono gli uni per gli altri. Se una comunità, una “famiglia del Vangelo”, non si fa carico di qualche povero o di qualche povertà, ha tradito la sua vocazione.

SECONDA PARTE

I. SEMINARE E FAR CRESCERE

1. L’icona evangelica di questo anno

“Cominciò di nuovo a insegnare lungo il mare. Si riunì attorno a lui una folla enorme, tanto che egli, salito su una barca, si mise a sedere stando in mare, mentre tutta la folla era a terra lungo la riva. Insegnava loro molte cose con parabole e diceva loro nel suo insegnamento: «Ascoltate. Ecco, il seminatore uscì a seminare. Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada; vennero gli uccelli e la mangiarono. Un’altra parte cadde sul terreno sassoso, dove non c’era molta terra; e subito germogliò perché il terreno non era profondo, ma quando spuntò il sole, fu bruciata e, non avendo radici, seccò. Un’altra parte cadde tra i rovi, e i rovi crebbero, la soffocarono e non diede frutto. Altre parti caddero sul terreno buono e diedero frutto: spuntarono, crebbero e resero il trenta, il sessanta, il cento per uno». E diceva: «Chi ha orecchi per ascoltare, ascolti!».” (Mc 4,1-9)

“La Parola ha in sé una potenzialità che non possiamo prevedere. Il Vangelo parla di un seme che, una volta seminato, cresce da sé anche quando l’agricoltore dorme (cfr. Mc 4,26-29). La Chiesa deve accettare questa libertà inafferrabile della Parola, che è efficace a suo modo, e in forme molto diverse, tali da sfuggire spesso le nostre previsioni e rompere i nostri schemi” (EG 22).

2. Nel Biennio del Crescere

Questo primo anno del biennio 2020-2021 ha come scopo quello di avviare un processo di rivisitazione e animazione delle proposte di evangelizzazione per gli adulti per un risveglio alla vita cristiana che parta dalla pandemia. L’anno successivo 2021-2022 avrà come aspetto da sviluppare l’iniziazione cristiana dei fanciulli e dei ragazzi mettendo in evidenza il lavoro prezioso che si sta facendo in tante parrocchie e zone e aprendo una prospettiva che risponda in maniera adeguata alla mutata situazione.

3. Dentro il quinquennio 2019-2024: Vedere, Crescere, Cambiare

Confermiamo l’itinerario che avevamo scelto e che ci porterà, a Dio piacendo, alla celebrazione del Giubileo ordinario del 2025. È davvero provvidenziale che questo sia l’anno dedicato al crescere, come l’anno venturo (perché le scelte vere e che vogliamo durature non si costruiscono con fretta e superficialità); prima dei due dedicati al cambiare, per cercare, cioè, di realizzare i cambiamenti che identificheremo necessari nel nostro cammino. Non smettiamo certo di vedere. Anzi. La pandemia ci ha aiutato a riconoscere i segni dei tempi e a capire questo kairos, questo tempo opportuno, che in maniera così fisica, importante, ha travolto le nostre abitudini e ci ha cambiato anche senza sceglierlo.

4. Il contesto del nostro cammino

Vorremmo interrogarci con coraggio e libertà su quello che abbiamo vissuto, su quali esperienze significative sono emerse durante il periodo di emergenza e quali sono le questioni urgenti a cui dare risposta, che cosa abbiamo realizzato senza tanta programmazione, portati proprio dalla necessità e con tanto spirito creativo. Cosa ha toccato in profondità la nostra vita personale e comunitaria, come ad esempio l’assenza dell’eucarestia, l’isolamento dalla comunità, la responsabilità individuale di “scegliere” di restare uniti, non di subire delle iniziative o di aderire impersonalmente. Tutti abbiamo vissuto impotenza, incertezza, paura, solitudine. Questo è diventato carne in noi e nelle nostre comunità, ha messo inevitabilmente in discussione la nostra identità di Chiesa, come l’impedimento permette di vedere il nostro modo di vivere la messa e i sacramenti.

II.DENTRO ALLE SFIDE DEL SEMINATORE

5. Seminare

Sono contento che l’icona biblica che accompagnerà la riflessione di questo anno sia quella del seminatore. Lo avevamo pensato prima della pandemia e a ben vedere è stata proprio una scelta provvidenziale.  Sappiamo quanto è facile in un momento così particolare farci condizionare dalla paura che suggerisce in tanti modi di non fare nulla, che sconsiglia di prendere iniziative o che ci fa affannare a “tornare” come prima, per verificare la nostra “potenza”, per ridare sicurezza e vicinanza. Certo! Non dobbiamo perdere nessuno dei fratelli che ci sono affidati, ma abbiamo l’opportunità, direi la necessità, di ricostruire cambiando quello che divideva o allontanava dalla forza del Vangelo. La sicurezza non è l’abitudine, ma l’incontro con Gesù e con la comunità dei fratelli e la loro fraternità.

6. La paura e la sicurezza

La paura convince ad aspettare, a cercare prima sicurezze e garanzie sufficienti, ad ottimizzare il risultato per avere il massimo della convenienza, che suggerisce di impegnarsi per davvero, ma solo dopo avere visto i frutti. Ma la costruzione inizia nel seminare la Parola, mettendola al centro delle nostre relazioni e del nostro cammino. Non si tratta di controllare dall’inizio alla fine gli itinerari, stabilire un programma dettagliato e rassicurante sulla carta (a volte assomigliano a quei piani di generali sempre sconfitti di cui parla l’Evangelii Gaudium al numero 96), ma guardando con amore la terra che ha bisogno di speranza e trasmettendo l’amore che la Parola di Dio contiene, perché il campo del mondo possa dare i frutti che tanti aspettano e di cui c’è tanto bisogno.

7. La fiducia

Semina chi ha fiducia, chi sa che ci sarà qualcosa che non c’è oggi, che nel seme c’è il frutto, che si realizza con il tempo, che non dipende da me, ma che richiede tutto il mio sforzo. A volte pensiamo di avere già vissuto tanto e di sapere come “andranno le cose”. È il sottile pessimismo, che la generosa semina della parabola sconfessa. Il seminatore non calcola prima se conviene o no, pensa che tutto il seme possa realizzare il suo desiderio, ma sa anche, e non si abbatte per questo, che una parte andrà perduta. Non sa quanto seme raggiungerà la terra buona, ma non smette di aspettare con speranza. Se usciamo dall’altalena tra paura e sconsideratezza, tra emergenza e sonno vedremo il piccolo seme del Vangelo generare in maniera creativa, oggi, per noi la presenza del suo regno. È la grande prospettiva dell’Evangelii Gaudium che coinvolge tutti nella costruzione di quello che sarà dopo di noi. Il domani inizia già oggi, attraverso la nostra obbedienza al Vangelo.

8. Quando non si vedono i frutti e il senso del mistero

Quando si semina non si raccoglie subito. È ovvio, ma è opportuno ricordarlo, perché spesso vogliamo subito i risultati, e verificarli. Sappiamo solo che il seme dell’amore di Cristo non andrà mai perduto e che “Dove sembra che tutto sia morto, da ogni parte tornano ad apparire i germogli della risurrezione”, “Nel mezzo dell’oscurità comincia sempre a sbocciare qualcosa di nuovo, che presto o tardi produce un frutto. In un campo spianato torna ad apparire la vita, ostinata e invincibile. Ci saranno molte cose brutte, tuttavia il bene tende sempre a ritornare a sbocciare ed a diffondersi” (EG 276). E ancora: “Crediamo al Vangelo che dice che il Regno di Dio è già presente nel mondo, e si sta sviluppando qui e là, in diversi modi: come il piccolo seme che può arrivare a trasformarsi in una grande pianta (cfr. Mt 13,31-32), come una manciata di lievito, che fermenta una grande massa (cfr. Mt 13,33) e come il buon seme che cresce in mezzo alla zizzania (cfr. Mt 13,24-30), e ci può sempre sorprendere in modo gradito. È presente, viene di nuovo, combatte per fiorire nuovamente” (EG 278). Il Papa avverte: “Poiché non sempre vediamo questi germogli, abbiamo bisogno di una certezza interiore, cioè della convinzione che Dio può agire in qualsiasi circostanza, anche in mezzo ad apparenti fallimenti, perché «abbiamo questo tesoro in vasi di creta» (2 Cor 4,7)”. Questa certezza è quello che si chiama “senso del mistero” (EG 279). È sapere con certezza che chi si offre e si dona a Dio per amore, sicuramente sarà fecondo (cfr. Gv 15,5). Tale fecondità molte volte è invisibile, inafferrabile, non può essere contabilizzata. Uno è ben consapevole che la sua vita darà frutto, ma senza pretendere di sapere come, né dove, né quando. Ha la sicurezza che non va perduta nessuna delle sue opere svolte con amore, non va perduta nessuna delle sue sincere preoccupazioni per gli altri, non va perduto nessun atto d’amore per Dio, non va perduta nessuna generosa fatica, non va perduta nessuna dolorosa pazienza. Tutto ciò circola attraverso il mondo come una forza di vita. A volte ci sembra di non ottenere con i nostri sforzi alcun risultato, ma la missione non è un affare o un progetto aziendale, non è neppure un’organizzazione umanitaria, non è uno spettacolo per contare quanta gente vi ha partecipato grazie alla nostra propaganda; è qualcosa di molto più profondo, che sfugge ad ogni misura. Forse il Signore si avvale del nostro impegno per riversare benedizioni in un altro luogo del mondo dove non andremo mai. Lo Spirito Santo opera come vuole, quando vuole e dove vuole; noi ci spendiamo con dedizione ma senza pretendere di vedere risultati appariscenti. Sappiamo soltanto che il dono di noi stessi è necessario” (EG 279) Ecco, questo è lo spirito del seminatore: fiducia e attesa.

9. Costruire ed iniziare dei processi

Dobbiamo trovare l’equilibrio tra la catarsi, per cui pensiamo di cambiare con poco sforzo e tempo quello che non abbiamo fatto da anni e come se fossimo prodigiosamente diversi e la tentazione opposta, che ci fa cercare sicurezza nelle cose di sempre. Papa Francesco parla spesso della necessità di iniziare dei processi, cioè di avviare esperienze che devono crescere e quindi se non iniziano non le vedremo mai. E l’inizio è sempre molto umile!  Ecco questo è il seme, che genera sicuramente vita e vita nuova.  Ci affidiamo alla forza del seme che ci è stato messo tra le mani: gettiamolo nella terra e darà frutto! Non dobbiamo cercare di capire tutto prima, ma assicurarci solo che partiamo dal seme del vangelo e fare tutto e solo partendo da questo.

10. I frutti

Certo, si semina per raccogliere. È Gesù stesso che ci invita a seminare con ancora più passione: l’annuncio essenziale è sempre generativo del suo amore. Se la pandemia porta a sentirsi perduti, stanchi e affaticati tanto da non sapere più cosa fare e sentire lo sconforto per la propria fragilità e per le tante persone che sono morte, iniziamo dal gesto di speranza di gettare il seme. Seminare Gesù significa testimoniare un amore gratuito e per tutti, il perdono per i nemici, parlare con amore della sua scelta di morire in croce per noi, della sua resurrezione che dona speranza alla tragedia della nostra vita, riconoscerlo nei suoi fratelli più poveri, pregarlo nella stanza segreta del cuore e nell’assemblea dei fratelli, spezzare il pane dell’amore vicendevole gli uni con gli altri e con tutti gli altri. Ecco, tutti siamo chiamati ad essere seminatori con la nostra vita del buon seme di Dio di cui ci ha riempito le mani e il cuore.

11. L’accidia

Nell’Evangelii Gaudium si parla dell’accidia, un misto di tristezza, delusione, incapacità, disillusione ma anche orgoglio, individualismo, vittimismo e narcisismo, che indebolisce a tale punto da svuotare il cuore e vivere tutto come se fosse inutile. L’accidia ci fa scappare dalle responsabilità, tanto che le cose semplici e possibili diventano difficili e troppo impegnative. Si vince convertendoci, cioè lasciandoci riempire dallo Spirito. Non si tratta di fare di più, di sacrificarsi o di moltiplicare iniziative. Anzi! Aveva ragione Papa Francesco quando commentava: il problema non è fare tante cose; sono “le attività vissute male, senza le motivazioni adeguate, senza una spiritualità che permei l’azione e la renda desiderabile. Da qui deriva che i doveri stanchino più di quanto sia ragionevole, e a volte facciano ammalare” (EG 82). Nell’accidia “alcuni vi cadono perché portano avanti progetti irrealizzabili e non vivono volentieri quello che con tranquillità potrebbero fare. Altri, perché non accettano la difficile evoluzione dei processi e vogliono che tutto cada dal cielo. Altri, perché si attaccano ad alcuni progetti o a sogni di successo coltivati dalla loro vanità. Altri, per aver perso il contatto reale con la gente, in una spersonalizzazione della pastorale che porta a prestare maggiore attenzione all’organizzazione che alle persone, così che li entusiasma più la “tabella di marcia” che la marcia stessa. Altri cadono nell’accidia perché non sanno aspettare, vogliono dominare il ritmo della vita. L’ansia odierna di arrivare a risultati immediati fa sì che gli operatori pastorali non tollerino facilmente il senso di qualche contraddizione, un apparente fallimento, una critica, una croce” (EG 82).

12. La desertificazione spirituale

Certo, lo sappiamo (e lo abbiamo anche visto con la pandemia) che ci confrontiamo con una “desertificazione” spirituale, frutto del progetto di società che si allontana da Dio, che lo vuole eliminare come se Dio si opponesse alla nostra felicità o fosse un ostacolo per la nostra realizzazione. Ma è proprio nel deserto, com’è stata la pandemia, che si torna a scoprire il valore di ciò che è essenziale per vivere. “Nel mondo contemporaneo sono innumerevoli i segni, spesso manifestati in forma implicita o negativa, della sete di Dio, del senso ultimo della vita. E nel deserto c’è bisogno soprattutto di persone di fede che, con la loro stessa vita, indichino la via verso la Terra promessa e così tengono viva la speranza” (EG 86).

13. Seminare relazioni

Vorrei che in questi mesi – perché la ricostruzione sarà un periodo lungo che richiede perseveranza e pazienza – tutti cercassimo di seminare con le parole, con il sorriso, con le visite, con la partecipazione, con la disponibilità i semi di quell’amore vicendevole che Gesù ci ha chiesto e soprattutto donato. Se il virus isola, l’amore unisce. Se la pandemia ci mette paura, l’amore ci dona forza. “ll Vangelo ci invita a correre il rischio dell’incontro con l’altro, con la sua presenza fisica che interpella, col suo dolore e le sue richieste, con la sua gioia contagiosa in un costante corpo a corpo” (EG 88). Vorrei che riprendessimo i nostri incontri con uno stile nuovo, di consapevole amicizia, manifestando la gioia del ritrovarci, perché abbiamo capito il dono che è il legame con Gesù e con i fratelli e lo desideriamo per tanti, non virtuale ma reale. Come rendere i tanti legami digitali materiali? Vorrei che vivessimo sempre quello che nelle situazioni di emergenza avviene facilmente: persone che non si parlavano si salutano, indifferenti che manifestano disponibilità e una vicinanza personale, persone che non offrivano mai nulla sorprendono con una disponibilità nuova. Abbiamo di fronte la sfida di rispondere adeguatamente alla sete di Dio di molta gente, accresciuta con la pandemia! Ci siamo accorti di tanto isolamento, soprattutto degli anziani, spesso di chi è più fragile, come chi ha malattie degenerative o mentali. Abbiamo visto la tragedia di chi non ha potuto accompagnare i propri cari. L’isolamento si vince con l’amicizia, perché il cristiano è l’uomo dell’amicizia, quella che Gesù ci chiede tra di noi e che, se viviamo, può trasformare per davvero il mondo.

III. GLI ADULTI NELLA COMUNITÀ E NELLA SOCIETÀ

14. Gli adulti

Questo anno, incoraggiati anche dal protagonismo vissuto dalle famiglie durante la pandemia, vorremmo pensare in particolare alla comunicazione del Vangelo degli/con gli adulti. La scelta, nata nel Consiglio dei Vicari Pastorali, nasce dalla consapevolezza che non ci può essere una catechesi efficace con i bambini che non coinvolga anche le famiglie e i loro genitori. Certo, noi non vogliamo scaricare sulla famiglia quello che è il compito della Chiesa, di questa madre che genera nella fede, ma abbiamo bisogno dell’alleanza della famiglia. Con loro ci poniamo il problema di tutti gli adulti, quelli che intercettiamo in alcuni appuntamenti o ambiti parrocchiali e i tanti che incontriamo nel mondo del lavoro, per strada, nei “pozzi” dove cercano acqua.

15. Adulti e iniziazione cristiana

Gli adulti sono una risorsa fondamentale. Nella stagione della maturità il loro contributo alla vita buona comune è un dato su cui poter fare i conti. Adulta è la persona in grado di assumere ed esercitare responsabilità, nei confronti di sé, della famiglia, della società, dell’ambiente, della Chiesa: è uno che c’è, la stabilità lo caratterizza, anche se a caro prezzo. Si è fatto un’idea di come va il mondo, accettando tuttavia di mettere in gioco continuamente la sua esperienza e la sua cultura in un incontro permanente con gli altri, dentro a ciò che succede vicino e lontano. Non si limita a ‘chiacchierare’ dell’andamento delle cose, ma se ne sente parte e contribuisce in vario modo a costruire progetti comuni di convivenza, connotata dalla coesione e dalla giustizia: la casa comune è questione che lo riguarda, se ne lascia coinvolgere, è disponibile a mettere in campo il suo contributo. L’adulto è capace di farsi carico stabilmente di altri, nell’impegno di coniuge, genitore e di educatore, per trasmettere ragioni di vita e di speranza. Anche la comunità cristiana trova se stessa quando vive una corresponsabilità generosa e dialogante. Non è uno schema astratto, ma la risposta responsabile alle tante domande rivolte alla Comunità, per spendere e valorizzare i talenti che il Signore ha donato a ciascuno. Nella preoccupazione pastorale capiamo quanto è necessario l’assunzione di responsabilità, la capacità di incontro e dialogo culturale, l’impegno per la progettualità politica, la corresponsabilità ecclesiale.

Spesso, nella formazione cristiana, gli adulti sono rimasti a livelli infantili e si accontentano di un sentito dire, che i molteplici mezzi attuali di comunicazione in genere mantengono superficiale e grossolano. Bisogna studiare, approfondire, entrare nel merito delle questioni e questo si fa attraverso occasioni e/o itinerari di cui potersi avvalere stabilmente. Dobbiamo aiutare a combattere la superficialità e l’ignoranza perché non aiutano ad affrontare le grandi questioni che interessano oggi la vita dell’umanità, vicina e lontana.

Non si può parlare di politica, senza farsene mai carico, non si può puntare il dito contro la presunta inconsistenza giovanile, senza occuparsene mai come educatori, non si può guardare dall’alto o da lontano la povertà senza mai farla diventare una spina nel fianco della nostra personale esistenza. Quindi conoscere per fare, fare per conoscere, in un gioco di responsabilità che in nessun modo e per nessuna ragione gli adulti possono appaltare ad altri.

In questo anno, in cui la Chiesa di Bologna intende riprendere e rinnovare l’iniziazione cristiana a misura di adulti, è necessaria un’attenzione fattiva delle comunità cristiane e delle realtà ecclesiali di aggregazione per consolidare la maturità degli adulti.

16. Fare i conti con la distanza che separa molti adulti dalla Chiesa

La desertificazione spirituale mette in evidenza la “distanza” che separa molti adulti da una prospettiva di fede e da un legame vero con la Chiesa; una distanza spesso non cercata ma reale, evidente, sensibile. Non si tratta di giudicare, ma di amare. Il problema è pastorale. È uno degli effetti della fine della cristianità. Le nostre comunità incontrano tanti adulti e in tanti modi vengono a contatto con loro. Dobbiamo credere che ogni incontro, anche se apparentemente rapido, può essere generativo e dobbiamo volere che tocchi il cuore, seminando amore, attenzione, vicinanza. Non possiamo lasciare che siano sporadici vissuti in qualche passaggio della vita (battesimi, prime comunioni, cresime, matrimoni e funerali). Molti degli adulti sono stati iniziati alla fede ma sono rimasti a una fede iniziale; conoscono il cristianesimo, ma in maniera insufficiente, e hanno fatto un’esperienza di Chiesa o negativa o troppo formale. Dicono di credere, ma hanno della fede una rappresentazione parziale, confusa, se non addirittura distorta. Altre volte sono lontani ma ci accorgiamo, in alcuni momenti, della domanda di senso, di verità che portano nel cuore. Molti cristiani vivono una fede di abitudini; altri si limitano a qualche gesto e rito, altri si sono allontanati e si tengono a distanza. Non dobbiamo sciupare nessun incontro, anche quelli che possiamo giudicare superficiali o in luoghi dove certamente non penseremmo opportuno seminare. Non vogliamo condannare atteggiamenti che ci sembrano parziali o distorti ma gettare tanto amore, opportune et importune. Si tratta di aiutare i “cristiani” (più o meno praticanti) a riscoprire la novità profonda del vangelo, a non darla per scontata, a crescere nella consapevolezza e nella sicurezza di cui tutti abbiamo bisogno, ritornare costantemente alla prima scintilla di fede in Cristo che apre allo stupore e alla gioia.

17. Catechesi degli adulti? Ripartire dalla tante domande emerse

L’espressione “catechesi degli adulti” suscita una certa allergia in quanto evoca una modalità che se andava bene alcuni anni fa oggi non ha più la stessa efficacia: incontri settimanali (o in alcuni periodi dell’anno) sui temi fondamentali della fede: il credo, i sacramenti, i comandamenti e la preghiera (così come è impostato il Catechismo della Chiesa Cattolica) che coinvolgevano per lo più persone che già avevano un cammino di fede. Dopo la pandemia occorre ripartire con semplicità e fiducia dalle tante domande emerse: il senso della vita, la spiritualità, la paura, il limite. Si rischia, all’interno di una parte dei nostri sforzi pastorali, di contattare e raggiungere una parte minima di adulti, quelli che mostrano in maniera più visibile una fragilità che va accolta con affetto, dimenticandoci spesso di una larga maggioranza di adulti. Come incentrare l’annuncio sugli snodi fondamentali dell’esistenza umana? Da qui nasce l’esigenza di stabilire una nuova relazione gratuita e libera per favorire l’incontro con il Vangelo. La comunicazione del Vangelo (la semina) si attua dentro ad una relazione umana.

18. Andare incontro e riprendere un cammino personale

Occorre andare incontro a chi si è allontanato dalla fede per varie ragioni: per dimenticanza, per trascuratezza, per ostilità, per distacco fisiologico, per esperienze negative con la Chiesa, per l’influenza di altre religioni o di quella falsa ma diffusa religione che è il benessere o il relativismo per cui al centro di tutto c’è l’idolo dell’io. Diversi di loro desiderano “ri-cominciare” a credere, cioè sentono a volte all’inizio in maniera indistinta (non è sempre così?) il desiderio di riprendere un cammino personale di fede che più che un’etichetta o una categoria può diventare appartenenza alla Chiesa, cioè una esperienza di relazione concreta con persone che diventano amiche, vicine, con relazione personale.

19. Audaci e creativi

Audacia di pensare itinerari di accompagnamento e cura delle relazioni. Ecco perché dobbiamo diventare audaci e creativi nel ripensare obiettivi, strutture, metodi, per passare da una pastorale di conservazione a una pastorale missionaria, di prossimità e di incontro personale; affrontare l’individualismo coltivando legami, curando le relazioni e la comunione. La sfida è l’accompagnamento delle persone e delle comunità nel disagio, consapevoli dell’impegno dal punto di vista economico, umano-psicologico, spirituale, relazionale e comunitario.

20. Il Vangelo nelle case

Uno strumento da privilegiare: il Vangelo nelle case. In diverse parrocchie è presente, con comprensibili alterni successi, una rete di case che ospitano gruppi di preghiera e/o di lettura del vangelo. Questo strumento ha alcuni tratti importanti per cui vale la pena di proporlo dove manca e di implementarlo dove è presente: è diffusivo, raggiunge persone che non verrebbero alla Chiesa, stimola la lettura e la preghiera sulla Parola di Dio.

21. La lectio divina

La via più adeguata per crescere nella fede è abituarsi alla lectio divina quotidiana. Il cardinale Martini proponeva l’antico metodo della lectio, scaglionato nelle quattro fasi della lectio (che cosa dice il testo biblico in sé? Senza questo momento si rischia che il testo diventi solo un pretesto per non uscire mai dai nostri pensieri), della meditatio (che cosa dice il testo biblico a noi? Qui ciascuno personalmente, ma anche come realtà comunitaria, deve lasciarsi toccare e mettere in discussione, poiché non si tratta di considerare parole pronunciate nel passato, ma nel presente); dell’oratio (che cosa diciamo noi al Signore in risposta alla sua Parola? La preghiera come richiesta, intercessione, ringraziamento e lode, è il primo modo con cui la Parola ci cambia) e della contemplatio (assumiamo come dono di Dio lo stesso suo sguardo nel giudicare la realtà e ci domandiamo: quale conversione della mente, del cuore e della vita chiede a noi il Signore?). Essi sono completati dai quattro momenti della consolatio, discretio, deliberatio e actio. Dalla gioia nello Spirito di fronte alla contemplazione del mistero di Cristo (consolatio), nasce il discernimento (discretio) di ciò che è conforme al Vangelo, quindi la decisione (deliberatio), la scelta di vita che sfocia nell’ azione (actio), l’azione evangelica, l’azione di carità. La lectio rimanda all’azione, che muove l’esistenza credente a farsi dono per gli altri nella carità. L’amore per Dio comincia con l’ascolto della sua Parola e analogamente l’amore per il fratello comincia con l’imparare ad ascoltarlo. E quanti cercano un ascolto non digitale, non pieno di luoghi comuni o senza speranza!

22. I gruppi della Parola

Vorrei che in ogni parrocchia si rafforzassero i gruppi della Parola esistenti e se ne formassero altri, ovunque anche con modalità diversificate adatte agli interlocutori. Questi gruppi sono tra i frutti di quella attenzione alla Parola di Dio richiesta dal Concilio. Hanno assunto diverse tipologie spesso legate agli ambienti familiari. Spesso sono stati chiamati “gruppi del Vangelo”. Alcuni hanno privilegiato un taglio culturale, con spiegazione e conoscenza del testo biblico, proponendo una lettura continuata della Scrittura. Altri hanno scelto una lettura preparatoria alla liturgia domenicale, altri ancora hanno fatto dei gruppi del Vangelo una attività per i “tempi forti”, e quindi sulla scia di un impegno straordinario e penitenziale. Tutte queste tipologie di gruppi del Vangelo hanno risposto ad esigenze contingenti e sono stati preziosi strumenti della pastorale parrocchiale nella nostra diocesi. Dobbiamo riconoscere che alcuni di questi gruppi hanno segnato il passo. Continuano quelli che avevano un buon animatore e partecipanti motivati. Sono divenuti una esperienza consolidata nel tempo che ha anche creato relazioni amicali tra i componenti. Proprio questa solidità relazionale dei partecipanti (non sono forse delle piccole comunità di base?) è il punto di forza aggregante che può diventare però un limite se i gruppi si chiudono e smettono di invitare nuovi partecipanti.

23. L’animatore dei gruppi della Parola

Un importante elemento di questi gruppi è l’animatore. A lui spetta spesso il compito di rispondere alle domande dei partecipanti e aiutare a incontrare il volto di Dio e il Mistero della salvezza che ci coinvolge oggi. Non è facile saper gestire le dinamiche di un gruppo a volte eterogeneo, dove è necessario saper valorizzare gli interventi di tutti o frenare gli interventi polemici, infiniti, impersonali, ripetitivi. D’altra parte è necessaria una esperienza coinvolgente, che prenda sul serio gli elementi umani, fisici e psichici, con cui le persone fanno esperienza di Dio. La Parola di Dio è il Verbo fatto carne, che parla ai sensi, alla carne e al sangue degli uomini, e chiede di essere creduto, ascoltato, “mangiato”. Nel testo delle sante Scritture non c’è solo un concetto mentale da apprendere, ma una esperienza religiosa da vivere, ossia l’essere convocato da Dio che vuole rivolgermi la sua parola, svelarmi la sua misericordia in Cristo Gesù. Sarà opportuna una formazione, a cura della Scuola di Formazione Teologica e dell’Istituto Superiore di Scienze Religiose, come anche un incontro annuale diocesano con tutti gli animatori dei gruppi della Parola e i lettori per crescere nella consapevolezza e del cammino sinodale.

24. Un clima di ascolto

Gli incontri dei gruppi della Parola devono avere una struttura semplice, familiare, aperta, accogliente, dove sia centrale l’ascolto della Parola di Dio, in un clima di ascolto di essa e anche dei fratelli. Occorre una spiegazione del testo biblico, senza tono scolastico e con i dettagli esegetici utili per una comprensione del testo. È preferibile che l’incontro sia legato ad un clima di preghiera e di meditazione, ma sempre nella familiarità umana e di vicinanza alle situazioni personali, dove tutti si sentano “a casa”. Non sia troppo prolungato nel tempo e ad orari che permettano la partecipazioni di tanti e un confronto sereno, personale per aiutarsi a rispondere a quanto Dio chiede alla nostra vita e alla nostra comunità. A titolo indicativo si può immaginare un’introduzione, che aiuti la consapevolezza della presenza del Signore in mezzo a noi: Lui è il protagonista. Una icona, l’accensione della candela, la collocazione del libro delle Scritture possono essere alcuni “segni”. Si può pregare con una invocazione dove ognuno può liberamente chiamare il Signore Gesù con un titolo cristologico che sia significativo per lui, oppure con la lettura di inni o di uno o più salmi. Si proclama il brano del Vangelo o della Scrittura, con un momento di silenzio, seguito da un commento preparato dall’animatore, sempre lo stesso o a turno, aiutato dal parroco o da testi preparati dall’Ufficio Liturgico o da altri o dallo stesso animatore, nel quale offre alcuni punti di spiegazione del testo biblico, preferibilmente in prima persona, favorendo un dialogo intimo con il Signore, per aiutare il confronto su cosa abbiamo capito di lui, di noi, del nostro destino di salvezza, quali domande ci suscita, quali lodi e benedizioni. Terminato il commento, si invitano i presenti che desiderano ad offrire la loro comprensione, quello che il Signore ha detto a loro, anche solo ripetendo un versetto, proponendo un pensiero che sentono nel loro cuore, confidando le personali domande e considerazioni.

È tanto utile dare carne alla Parola soprattutto con la propria situazione, lasciandola illuminare dalla sua luce, condividendo le preoccupazioni concrete e anche quanto provoca di cambiamento, di consapevolezza, di senso del peccato e di lode nel cuore di ciascuno. Non manchi mai una lettura attenta dei “segni dei tempi”, di quanto della vita del mondo, vicino o lontano, interroga o spiega e motiva la Parola di Dio, la rende concreta nel nostro presente e diventa domanda di conversione, di consapevolezza. Infatti non c’è contrapposizione tra spirituale e umano e una dimensione aiuta l’altra.  Infine, dopo l’ascolto della Parola, il momento di rispondergli con la preghiera personale, su quanto Lui ci ha detto, chiedendo perdono, lodando, ringraziando, supplicandolo di compiere le speranze che ci ha acceso, affidando le intercessioni che portiamo nel cuore. Dopo alcune intenzioni già formulate che l’animatore propone come esemplari, tutti possono intervenire. La preghiera poi, oltre che personale, sia anche comunitaria, con la eventuale recita di un salmo adatto e si concluda con il Padre nostro. La conclusione e il ringraziamento al Signore concluda sempre l’incontro, che può svolgersi nelle case come nella stessa parrocchia, che deve essere sempre di più un luogo familiare e accogliente, invitando i vicini e gli amici. Se al termine vi è anche la possibilità di mangiare assieme è occasione importante di condivisione e di fraternità, che aiuta e rafforza le indispensabili relazioni personali e di amicizia.

25. I ministeri

La scelta ministeriale, che già da anni la Chiesa di Bologna vive aprendosi in maniera rinnovata ai carismi dello Spirito, vuole riconoscere e valorizzare in tutti il senso di responsabilità e di servizio. I ministeri non sono concepiti come supplenza, ma come valorizzazione dei doni dello Spirito alla Chiesa di Bologna. Nei prossimi mesi si apriranno prospettive concrete per una Chiesa che cresca nella ministerialità, cioè nella dimensione di servizio che significa responsabilità, disponibilità, costruzione.

26. La formazione dei catechisti

Lo sforzo di formazione di catechisti si è quasi esclusivamente concentrata sui catechisti per l’iniziazione cristiana dei bambini e dei ragazzi. La formazione di educatori e soprattutto di adulti accompagnatori di altri adulti è stata sporadica e sicuramente insufficiente. Spesso sono stati i preti, i diaconi e a volte alcuni laici a proporre concretamente una catechesi agli adulti. Occorrerà pensare di coinvolgere e formare persone con itinerari di crescita nella fede personale e comunitaria per accompagnare gli adulti a crescere nella fede e nel vivere un’esperienza matura di discepolato.

IV. LE TAPPE DELL’ANNO 2020 – 2021

27. Inizio anno pastorale e beatificazione di P. Marella

L’anno pastorale inizierà con l’Assemblea Diocesana di sabato 12 settembre, con la Tre giorni del Clero, dal 14 al 16 settembre, e domenica 4 ottobre, solennità di san Petronio per la città di Bologna, che questo anno sarà impreziosita dalla convocazione in piazza maggiore per la Messa di beatificazione di Don Olinto Marella. In quella occasione sarà consegnato a tutti i fedeli della diocesi, alle parrocchie e alle zone, il nuovo testo del “Padre nostro”, con un santino, un poster per le chiese, di modo che da quel giorno, cominciamo tutti in diocesi a recitare e a cantare il nuovo testo.

La beatificazione di Padre Marella cade in un periodo di domande, inquietanti, sulle tante povertà che la Chiesa vuole affrontare. La carità, non dimentichiamolo, non è solo una questione di organizzazione, perché soprattutto è di cuore. Non coinvolge solo “gli addetti ai lavori” ma tutti, perché ogni cristiano è coinvolto nella carità. È amore eucaristico. Sentiamo l’urgenza di viverla a tutti i livelli della nostra pastorale (catechetico, formativo…) non come accessoria, ma come intimamente legata alla dimensione spirituale. Ricordo la lettera di Giacomo che ci impegna nelle opere, perché la nostra fede non sia morta e che ci fa scoprire l’essenziale per aiutare un mondo sofferente.

28. L’assemblea di zona e gli incontri per ambiti

Come gli anni passati il cammino delle zone pastorali inizierà con un’assemblea. Speriamo di poterla organizzare “in presenza”, trovando i modi opportuni perché il maggiore numero di persone possa partecipare. Ci confronteremo tutti sul testo della parabola, perché partiamo sempre dalla Parola.

Seguiranno gli incontri negli ambiti, con alcune tappe previste per tutti. Ritengo che il primo incontro per tutti debba essere una condivisione su quello che ci sembra necessario cambiare partendo proprio da quanto è successo, per condividere le nostre preoccupazioni, aspettative, desideri che abbiamo ascoltato e maturato nei giorni della pandemia. Un confronto personale e aperto a partire da quello che abbiamo vissuto ci aiuterà a capire come crescere dopo la pandemia. Gli Uffici della Curia hanno preparato alcuni materiali e ci accompagneranno nella riflessione per i momenti successivi.

29. Tre tappe sul Padre Nostro

Vorremmo raccogliere l’itinerario unitario attorno al “Padre nostro”, anche considerando l’evento del cambiamento di questa preghiera nella versione italiana con l’entrata in vigore della terza edizione tipica del Messale Romano in lingua italiana.

Saranno tre temi, indicati per aiutarci a raccogliere l’esperienza della pandemia e per un cammino di crescita spirituale che aiuti i discepoli del Signore ad essere lievito per questo nostro tempo, seme per il campo di Dio.

1) «Abbà, Padre», fino a Natale

La pandemia ha fatto riemergere la necessità di sentire la presenza di Dio in mezzo alla tempesta, nella domanda spaventata che non gli importa che moriamo, come ha detto Papa Francesco il 27 marzo scorso. Siamo tutti sulla stessa barca. E anche il Signore sale nella nostra. Non siamo orfani e dobbiamo riscoprire cosa significa pregare, come pregare assieme e da soli. Ci interrogheremo su come non perdere l’esperienza domestica di questi mesi, dove abbiamo vissuto una dimensione di preghiera inaspettata e nuova. La pandemia ha rilevato una povertà di preghiera dei fedeli, privati della Messa. Non si vuole togliere nulla alla centralità della Messa, ma dobbiamo registrare come, oltre 50 anni dopo il Concilio, non abbiamo ancora maturato la capacità di pregare da soli con la Liturgia delle ore, nonostante la diffusa possibilità on line di reperire il materiale. Sarà utile una adeguata promozione della Liturgia delle ore nelle parrocchie, attraverso strumenti che sul sito della diocesi potranno essere accessibili per le parrocchie e incoraggiare la celebrazione delle Lodi e dei Vespri o migliorarle dove sono presenti.

2) «Il pane quotidiano», da Natale all’inizio della Quaresima

Tra Natale e la Quaresima abbiamo provato fame e siamo tornati a chiederci cosa fosse veramente essenziale nella nostra vita, dovendo rinunciare a tante cose. Sentiamo il bisogno di annunciare la fedeltà quotidiana di Dio, e la sapienza che fa cogliere l’unum necessarium nella relazione con Dio che parla e non nel possesso di beni. Ci aiuterà anche ad una riflessione sull’Eucarestia, pane del cielo, per la fame dei suoi figli.

3) «Liberaci dal male», tempo di Quaresima e Pasqua

Nel ciclo pasquale intero, dalle Ceneri fino a Pentecoste, per la percezione così fisica di essere in lotta con il male e allo stesso tempo di non capire chi fosse il nemico, facendoci sentire soli, in balia della sua forza. Quante domande di fronte al nemico, il Divisore (diavolo) e quanto dobbiamo annunciare che il Signore Gesù è il forte che ha già vinto la morte, anche la mia, che permette di riaffermare che il nostro nemico non è il fratello, ma il male e colui che ne è l’istigatore, il Maligno. Nella povertà di preghiera che la pandemia ha fatto emergere abbiamo constatato l’incapacità di avere parole per accompagnare i fedeli nell’ora della morte. Spesso ci siamo trovati senza parole per esprimere la fede nel momento del congedo. Sarà preparato un sussidio di preghiera per accompagnare la malattia e la morte che possa aiutarci a trovare le parole per esprimere con la Parola di Dio il proprio dolore e la propria speranza.

30. La Veglia di Pentecoste

Sarà il momento nel quale invitare tutti quelli che nei centri di ascolto, nei gruppi di annuncio e di catechesi, nei vari ambiti di vita, hanno elaborato il percorso per la recita comune del “Padre nostro”, arricchito della consapevolezza acquisita nell’anno.

V. MOMENTI OPPORTUNI E ATTENZIONI PARTICOLARI

31. Alcune ricorrenze da valorizzare

1) L’Ottava dei defunti (tra il 2 e l’8 novembre)
Può aiutarci a organizzare confronti a più voci, sia diocesani sia zonali, sul volto di Dio a partire dalla pandemia, sulla paura, sulle cose ultime. È necessario partire anche dalle esperienze così drammatiche che tanti hanno vissuto di solitudine e di sconforto. Sempre in questo periodo sia nei cimiteri come nelle Chiese possiamo pensare celebrazioni che aiutino a ricordare le persone che non sono state accompagnate a causa della pandemia.

2) La giornata dei malati (11 febbraio 2021)
Offre la possibilità di incontro sul tema “Basta la salute?”, ovvero sull’essenziale nella cura, tra medicine e relazione.

3) Giornata nazionale dei caduti per la pandemia (18 marzo 2021)
In occasione della giornata si possono pensare incontri diocesani e zonali di preghiera per le vittime anche con carattere interreligioso.

32. Il nuovo Messale

La pandemia ci ha fatto sentire la nostalgia della Messa e insieme, dal nostro divano, ci ha disabituato alla ritualità. Siamo tornati a celebrare, ancora con vincoli pesanti per la nostra ritualità, e speriamo di tornare presto ad una normalità. Sarebbe bello se tornassimo ad una normalità migliore nella celebrazione. Nel secondo periodo, avremo cominciato a familiarizzare con il nuovo Messale italiano, dopo il tempo di Avvento e di Natale. Saranno pensati itinerari sui riti, per mettere in luce i linguaggi rituali, assieme al linguaggio verbale rinnovato della lingua italiana.

33. La pietà popolare

Nel tempo della pandemia abbiamo recitato il Rosario, in casa, da soli o in famiglia. Questo ci ha fatto toccare con mano quello che diceva papa Francesco in Evangelii Gaudium sulla pietà popolare e sulla sua forza evangelizzatrice. Nel tempo pasquale, dove troneggia l’esperienza della Madonna di san Luca o delle rogazioni, proponiamo di promuovere e di migliorare il Rosario nei cortili e nelle famiglie, e di valorizzare con apposite preghiere e devozioni alcuni elementi di fede che sono nelle nostre parrocchie e zone pastorali, per le quali l’Ufficio Liturgico si mette a disposizione. C’è una forza di evangelizzazione intergenerazionale e pubblica nella pietà popolare, specie attorno a luoghi e immagini particolarmente venerate.

CONCLUSIONE

Tantum aurora est, siamo soltanto all’inizio

Loris Capovilla, Segretario personale di papa S. Giovanni XXIII, amava l’espressione Tantum aurora est. Sì, siamo chiamati alla laboriosità e alla generosità di ricostruire, a fare incontrare e incontrare tanti nella speranza, a leggere questo segno dei tempi perché vi sia l’inizio di un nuovo giorno e di un nuovo passo per seminare e fare crescere la presenza di Dio nella stanza del mondo, in quella casa comune che ci è affidata e che sentiamo tutta nostra.

Lo faremo, tenendo presente quanto scrive l’Apostolo: “chi semina scarsamente, scarsamente raccoglierà e chi semina con larghezza, con larghezza raccoglierà. Ciascuno dia secondo quanto ha deciso nel suo cuore, non con tristezza né per forza, perché Dio ama chi dona con gioia. Del resto, Dio ha potere di far abbondare in voi ogni grazia perché, avendo sempre il necessario in tutto, possiate compiere generosamente tutte le opere di bene. Sta scritto infatti: ha largheggiato, ha dato ai poveri, la sua giustizia dura in eterno. Colui che dà il seme al seminatore e il pane per il nutrimento, darà e moltiplicherà anche la vostra semente e farà crescere i frutti della vostra giustizia. Così sarete ricchi per ogni generosità, la quale farà salire a Dio l’inno di ringraziamento per mezzo nostro. Perché l’adempimento di questo servizio sacro non provvede solo alle necessità dei santi, ma deve anche suscitare molti ringraziamenti a Dio. A causa della bella prova di questo servizio essi ringrazieranno Dio per la vostra obbedienza e accettazione del vangelo di Cristo, e per la generosità della vostra comunione con loro e con tutti. Pregando per voi manifesteranno il loro affetto a causa della straordinaria grazia di Dio effusa sopra di voi. Grazie a Dio per questo suo dono ineffabile!” (2 Cor 9, 6-15).

Matteo Maria Card. Zuppi
Arcivescovo di Bologna

Bologna, 3 settembre 2020, Memoria di S. Gregorio Magno

Bologna
03-09-2020
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