Messa per l’8° centenario della nascita della beata Beatrice d’Este nel monastero di Sant’Antonio in Polesine a Ferrara

Che gioia ritrovarci in questa casa di preghiera e di comunione. La contempliamo, perché Dio è comunione, la Chiesa è comunione, la vita è comunione. Siamo comunione, una cosa sola, e quando iniziamo ad esserlo – nell’amore – la terra torna ad essere il giardino che Dio voleva e noi viviamo già oggi pezzi di Paradiso. Viviamo una stagione di sfacciato egocentrismo, che diventa inevitabilmente forza che cancella l’altro, lo disprezza, lo usa, perché l’egocentrismo, individuale o di gruppo, non sa vivere insieme e non ama il prossimo. I cristiani sono chiamati a costruire case di amore, dove l’altro non è nemico o un estraneo, ma sempre il prossimo, perché al centro c’è il Signore.

Ringraziamo la Beata Beatrice d’Este – che nasceva nell’anno nel quale San Francesco guardava negli occhi sorella morte e nasceva al cielo – perché ha sentito l’amore che la univa a Dio e alle sue sorelle. La Beata ha fatto suo il sigillo di amore che è stare nel cuore di Dio, amore forte come la morte, che libera dalla morte. L’amore unisce Dio alla nostra povera vita, e viceversa! Il mio e il tuo nell’amore si identificano. È la comunione, pienezza dell’amore, che non annulla la persona, ma la completa in una relazione piena. È l’egocentrismo che annulla la persona! L’amore non è tiepido, ma forte; non è da schiavi, ma da liberi, perché solo se scelto l’amore è tale e solo nel pensarsi insieme si può compiere. L’Apostolo parla di una specie di gelosia divina, che non ha niente a che vedere con la gelosia umana che è possesso, cupidigia, frutto proprio dell’egocentrismo. È amore, per il quale non è affatto indifferente come viviamo, è sempre pieno di rispetto, libero, personale e vero, ed anche appassionato.

Il Regno dei Cieli sarà simile a dieci vergini che presero le loro lampade e uscirono incontro allo sposo. Il Regno è la gioia di un incontro, di vedere lo sposo venire proprio per me e per noi, di accogliere ed essere accolti dall’atteso, compimento della promessa. “Viene”: non siamo soli, la notte non vince, la festa sta per iniziare. Pensando alle tante inquietudini ed incertezze che segnano il nostro cuore, alla notte profonda che avvolge il mondo, alle tenebre che scendono nei cuori e scatenano l’istinto di Caino, sentiamo la gioia di questo sposo che viene ad abitare con noi e ci fa abitare con Lui. La differenza tra le dieci vergini è l’olio. In piccoli vasi. La questione non è un impegno difficile, ma la semplice consapevolezza di aver bisogno. Chi confida in sé non si cura di prenderne; chi pensa che andrà tutto bene, che sarà sempre giorno, chi pensa di avere già la verità senza amare, non prende con sé l’olio.

L’olio è l’amore senza il quale non si incontra il Signore, perché solo l’amore tiene accesa la lampada della nostra vita e ci permette di affrontare il buio. Il Signore vede chi ama e ha bisogno di amore. Ce ne accorgiamo tutti nella notte, perché il problema della vita è il suo compimento, l’avvento dello sposo. Non siamo e non saremo soli, ma insieme. Se manca l’amore possiamo avere con noi la lampada ma diventa inutile. È come parlare di Dio senz’amore, ma così si riduce ad una legge. Senza la carità nulla giova. È questa la vera saggezza, possibile a tutti. Saggi, infatti, sono i piccoli e gli umili, i peccatori, coloro che hanno bisogno e non possono fare a meno di Lui. Stolti sono i dotti e gli intelligenti che credono di vedere e sapere già. “Chi crede in Dio-Amore porta in sé una speranza invincibile, come una lampada con cui attraversare la notte oltre la morte, e giungere alla grande festa della vita”, scriveva Papa Benedetto XVI.

Beatrice visse una relazione d’amore con Dio, che le ha fatto attraversare la cruna dell’ago, lei ricca com’era, e l’ha resa forte, fortissima, per superare una vita “trapuntata di spine”, come la violenza, l’assassinio del fratello, l’incomprensione familiare per la sua scelta di abbandonare ogni bene. In questa casa visse la preghiera e il lavoro, il tempo non come cronos ma come kairos, le ore scandite non dalla compulsività degli affanni ma dalla preghiera di Maria e dal lavoro di Marta, che scelgono tutte e due la parte migliore perché tutto con il Signore. La comunione non è virtuale o assenza di umanità, anzi! È dentro una comunità fisica, e non in una ineffabile o privata della nostra concretezza e dove si pensi la perfezione come assenza di vita. L’amore non finisce e la santità dà frutti sempre. La Beata Beatrice ce lo attesta con una presenza che continua ad essere di guarigione, che dona speranza e protezione ancora oggi, come l’acqua viva che continua a zampillare dal cuore di chi crede in Lui.

Doniamo la santità, cioè il nostro amore riflesso di quello di Dio, e questa diventa il tesoro del cielo, al quale noi e tanti altri potranno ricorrere. Noi non lo sappiamo ma è “certo che nel mezzo dell’oscurità comincia sempre a sbocciare qualcosa di nuovo, che presto o tardi produce un frutto” (EG 276), perché il bene tende sempre a ritornare a sbocciare e a diffondersi, sapendo con certezza che chi si offre e si dona a Dio per amore, sicuramente sarà fecondo (cfr Gv 15,5). “Uno è ben consapevole che la sua vita darà frutto, ma senza pretendere di sapere come, né dove, né quando. Ha la sicurezza che non va perduta nessuna delle sue opere svolte con amore, non va perduta nessuna delle sue sincere preoccupazioni per gli altri, non va perduto nessun atto d’amore per Dio, non va perduta nessuna generosa fatica, non va perduta nessuna dolorosa pazienza. Tutto ciò circola attraverso il mondo come una forza di vita. Il Signore si avvale del nostro impegno per riversare benedizioni in un altro luogo del mondo dove non andremo mai. Lo Spirito Santo opera come vuole, quando vuole e dove vuole; noi ci spendiamo con dedizione ma senza pretendere di vedere risultati appariscenti. Sappiamo soltanto che il dono di noi stessi è necessario. Impariamo a riposare nella tenerezza delle braccia del Padre in mezzo alla nostra dedizione creativa e generosa”.

Questo lo vediamo nella Beata Beatrice e non sappiamo a quanti continua a dare consolazione, speranza, guarigione. Ringraziamo per questa sua famiglia, perché il Monastero è una casa di accoglienza, dove si distribuisce a ciascuno proporzionalmente al bisogno, come nella prima comunità cristiana. Tutti possiamo costruire la comunità, sentendoci parte di quella famiglia di Dio e non di un condominio. Il Monastero è tutt’altro che fuori dal mondo, mentre fuori dalla realtà e dalla storia sono i tanti che pensano di dominarla e che costruiscono relazioni virtuali, povere di vita e di amore, possessive e non donative. Lo spirituale, cioè l’interiorità nostra e l’intimità con Dio, non è mai fuori dai bisogni concreti e non ha paura di piegarsi a questi perché il Signore non è funzionale ad un’autorealizzazione egocentrica, ad un benessere individuale, ma all’amore che ci unisce a Lui e al prossimo. Questo si impara alla “scuola del servizio del Signore”, perché non si è se stessi se individui convinti che basti difendere i propri diritti o una felicità individuale, ma persone immerse in una comunità, mentre l’individuo concepisce tutto solo come un anonimo condominio. Siamo noi stessi nel silenzio della cella del nostro cuore, non per isolarci ma per pensarci insieme nella famiglia del Signore, nella relazione e nell’accoglienza. Come si fa a pensare ai Monasteri come ad una cassaforte dell’amore cristiano, dove è ossessivamente conservato invece di spenderlo, tanto da ridurlo a ideologia astratta e povera di vita?

Ci aiuti Beatrice d’Este con il suo amore che non diminuisce e che continua ad aiutare tutta la città di Ferrara, e la terra tutta, spandendo il buon profumo di Cristo, la soave fragranza dell’amore che guarisce, la luce dell’amore che libera dalle tenebre, che ci rende umani sulla terra e nel cielo, perché amici di Dio e tra di noi.

Chiesa del Monastero delle benedettine di Sant’Antonio in Polesine, Ferrara
18/01/2026
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