Di fronte alle incertezze della vita, che rivela tutta la sua tragica imprevedibilità e la nostra fragilità, facilmente cerchiamo sicurezza nella insana affermazione di noi stessi, nelle apparenze, nel possesso, nel consumare tante esperienze ma senza rispondere alla vera domanda che è “cosa facciamo con noi stessi?” Non servono i tanti prodotti per rassicurare il nostro io, non serve prendere dosi di benessere pensando così di trovare il bene.
Ci serve qualcuno che ci dica: “Ti affido il mio talento, quello che io ho, spendilo! Non basta possederlo, tenerselo stretto, perché va speso. Non lo investe il più abile, bensì chi vince la paura e compie la volontà del padrone. La conclusione della parabola è evidente: chi conserva la sua vita vivendo per sé la perde. La risposta è di amore e questo, se è tale, non resta inerte. Ci servono dei fratelli e delle sorelle con cui essere amici, con cui amare Dio e il prossimo. Dio affida a ciascuno i talenti, mai gli stessi, secondo le capacità di ognuno, liberandoci così anche dai confronti. Sono nostri e sono suoi. L’amore di cui sei capace lo sperimenti imparando l’arte di amare e il miglior maestro è proprio Gesù che non fa lezioni, che non fa sedute per offrire indicazioni e spiegazioni: ci ama e ci aiuta ad amare. L’esibizione delle capacità, la prestazione per vanagloria, finisce per piegare l’amore all’amore solo per sé. La vanagloria fa perdere la gloria! La luce resta se illumina il prossimo. Non passare la vita a studiare i talenti.
Non smetterai mai di capirli, ma alla fine non ci fai nulla. Li capiamo spendendoli! Si capisce il talento amando, incontrando l’altro, ad iniziare dal povero che non può dare nulla in contraccambio, e che quindi nell’economia del Signore è la garanzia che lo dai solo per amore. Solo così capisci davvero il tuo valore. Vinci la paura e ama, che è il vero investimento che restituisce tutto. L’apostolo ci ricorda che non siamo nel buio, ma siamo “tutti figli della luce e figli del giorno; noi non apparteniamo alla notte, né alle tenebre”. In realtà sperimentiamo anche noi la fatica della lotta tra la luce e le tenebre, che vogliono drammaticamente, insidiosamente, subdolamente spegnere la vita e avvolgerla con la temibile ombra di morte. Siamo nella luce perché la fede e l’amore (l’una nutre l’altro, anche se qualche volta sentiamo solo l’amore e facciamo fatica a capire e sentire la fede. Altre volte il contrario) ci indicano la vita che non può essere spenta dal male, che resta anche quando non si vede. La fede e l’amore non tolgono la fatica di camminare ma illuminano il nostro cammino, e l’amore non evita la sofferenza ma riesce a rendere anche questa occasione per sentirci amati e per amare. Non camminiamo più a tentoni, ma con la lampada accesa del nostro cuore. “La luce di Gesù brilla, come in uno specchio, sul volto dei cristiani e così si diffonde, così arriva fino a noi, perché anche noi possiamo partecipare a questa visione e riflettere ad altri la sua luce, come nella liturgia di Pasqua la luce del cero accende tante altre candele”, scrisse Papa Benedetto XVI.
La fede si trasmette, per così dire, nella forma del contatto, da persona a persona, come una fiamma si accende da un’altra fiamma. La luce della fede, cioè la speranza di Gesù, nostra salvezza, illumina le sofferenze del mondo. Non cancella tutte le sofferenze, non spiega ogni male. “La fede non è luce che dissipa tutte le nostre tenebre, ma lampada che guida nella notte i nostri passi, e questo basta per il cammino. All’uomo che soffre, Dio non dona un ragionamento che spieghi tutto, ma offre la sua risposta nella forma di una presenza che accompagna, di una storia di bene che si unisce ad ogni storia di sofferenza per aprire in essa un varco di luce”.
Ecco la gioia che viene donata a chi investe i suoi talenti. I primi due servi non sono coraggiosi ma incoscienti, disinteressati a come vada a finire. Investe chi prende sul serio la fiducia, chi costruisce con pazienza, chi migliora, chi lavora ed è insistente, chi non si accontenta di quello che già ha ma sente la responsabilità delle possibilità affidate a lui. Il padrone li chiama servi buoni solo perché hanno voluto bene. Per questo non hanno avuto paura. Tutti possiamo essere buoni. Quanto cambia la vita compiere la scelta forte, profonda, sapiente, di essere buoni sempre, quando le cose vanno bene come nelle avversità! Buono non vuol dire povero di vita, sciocco, poco concreto. Anzi! Il più furbo perde tutto! Buono è chi ama, come può, ma ama. Che facciamo, altrimenti, del nostro amore? Buono è chi regala quello che ha, chi resiste alla tentazione e non risponde al male con il male e per questo è più forte del male stesso. Buono è chi serve, perché vuole bene a se stesso e diviene prossimo per tanti; chi scopre nel voler bene per cosa vale la pena vivere. I buoni sono una benedizione perché comunicano amore. L’amore che hanno ricevuto non lo tengono per sé e vincono le paure che pure li agitano.
Spesso ci sono momenti, amari, in cui ci accorgiamo del tempo perso, del poco amore, delle parole non dette, delle occasioni mancate e che non tornano. Gesù ne parla perché vuole che prendiamo parte alla sua gioia e la nostra sia piena. Non avere paura! L’amore si moltiplica! Spendi quello che hai volendo bene. Investi, donando anche quando sembra debolezza, quando non vedi i frutti, quando ti sembra che gli altri se ne approfittano, quando pensi che non resta niente per te. E vivrai già oggi la gioia piena di Dio, che vuole solo farci prendere parte all’unica, unica gioia che ha, la stessa per tutti: amarsi.
Oggi ricordiamo tante persone morte improvvisamente, vittime della strada. Ma vittime della strada o dell’incoscienza che mette in pericolo la nostra fragilissima vita? Certo, a volte il problema è proprio la strada, quando non ci sono le condizioni, quando i ritardi non garantiscono le condizioni di sicurezza, quando per convenienza o irresponsabilità non è garantita la manutenzione necessaria. Quante volte, purtroppo, solo dopo gli incidenti si segnalano i pericoli? E quanti incidenti dobbiamo aspettare?
Ma il vero problema della strada siamo noi. Responsabilità, considerazione e rispetto per gli altri sono le tre virtù che dovrebbero caratterizzare “guidatori, passeggeri e pedoni” in modo da evitare gli incidenti stradali, che provocano sempre più vittime lungo strade e autostrade di tutto il mondo. E, in fondo, la sintesi ce la offre l’apostolo Paolo nella liturgia di oggi: “State sobri e all’erta”. Il Signore ci liberi dall’aggressività e dall’incoscienza prodotte dall’individualismo e ci insegni a pensarci insieme agli altri, perché solo questo ci rende capaci di proteggere il fragilissimo e bellissimo fiore della nostra vita.
