Meditazione al Rosario del 12 aprile 2020

Bologna, arcivescovado
12-04-2020

La sera di Pasqua si legge il Vangelo di Emmaus. E si capisce! Pasqua non è affatto scontata. Tutt’altro. Che vuol dire sperare quando tutto sembra finito ed è finito, quando non c’è sogno per il futuro e hanno vinto i furbi, quelli che hanno salvato se stessi, i calcolatori, gli aizzatori della folla e per certi versi la folla stessa contenta di aver ucciso l’unica salvezza.

E se pesiamo a noi, alle ore di preoccupazione per i parenti colpiti da virus, all’angoscia di chi non è visitato e di chi non può visitare, a chi ha ricevuto un vaso con le ceneri della persona alla quale non ha potuto potuto stare vicino. Ecco perché i due discepoli di Emmaus erano tristi.

Discutevano tra loro, sappiamo, ma vanno verso il passato, non verso il futuro. Avevano perduto l’unico che aveva saputo parlare di “domani luminosi” dove “i muti canteranno e taceranno i noiosi”. La pasqua è una lotta, in realtà, che continua, sospesa tra l’evidenza del male e le sue conseguenze, che durano a lungo, per sempre se non incontrano un amore affranchi, che redima, che ripari quello che il male rompe.

Quante delusioni agitano i cuori e quanto appaiono credibili, vere, definitive! A volte è la delusione di noi stessi, di trovarci con sentimenti vecchi o di avere compiuto il male che non avremmo voluto. E’ la delusione e smarrimento per la scomparsa di qualcuno cui abbiamo voluto bene e che non possiamo più amare come vorremmo.

La disillusione è la nostra difesa di fronte alla cattiveria degli uomini, così assurda, facilmente contagiosa, imprevedibile, frutto di quell’abisso che è il cuore dell’uomo, che condiziona perché fa vedere solo quello che è negativo. Per i due discepoli la rassegnazione è naturale, quasi necessaria, preventiva; serve ad attenuare il dispiacere e ad evitarne altri.

A volte può sembrare manifestazione di maturità ed equilibrio! Essi pensano non debbano avere più sogni, speranze, restano isolati anche dopo. Il male spegne la speranza. Sono sconfitti. Ritornano alla vita di sempre e la speranza se la buttano alle spalle. Certo, camminano, forse programmano cose da fare, agende, impegni.

Ma non hanno speranza. Hanno anche ascoltato l’annuncio della resurrezione senza che questo trasformasse la loro vita. E’ rimasto in loro un dubbio, tanto che lo esprimono subito a quell’interlocutore stranamente interessato alla loro discussione.

Si dichiarano, infatti, “sconvolti” dall’annuncio delle donne che non avevano trovato il corpo ed avevano avuto una visione di angeli. Ma, appunto, una visione. L’amore appare una visione. “Resta con noi Signore, perché si fa sera”. Vogliono che si fermi, con loro. Non sanno chi è, ma ne desiderano l’amicizia.

Spesso sperimentiamo prima questa e poi scopriamo che è Gesù! E per questo non dobbiamo camminare guardando solo noi stessi, ma cercando di essere amici con tutti, proprio come Gesù. Dobbiamo anche noi farci viandanti, pellegrini con tanti.

Chi ha bisogno? Loro che desiderano la compagnia di quel pellegrino o quell’uomo che deve affrontare un viaggio di notte? La misericordia é proprio quando i due bisogni coincidono! Chiedendo: Resta con noi, perché si fa sera, i due discepoli si preoccupano di lui. La misericordia ricevuta diventa misericordia verso gli altri, chi cammina con noi.

Continua a spezzare il suo corpo, tutto se stesso. E’ l’amicizia, la fraternità, la condivisione. E’ il dono. Ecco, adesso si aprono gli occhi e lo riconoscono, credono nell’amore che vince il male, vedono quello che sembra impossibile! Sì, dov’è carità ed amore lì c’è Dio. E lì c’è Maria, la madre del Signore che continua a dirci.

L’amore, come il male, non si vede subito. Ma si vedrà. Perché la vita è avanti, non indietro e ci insegni a non avere paura di ricominciare, di essere fratelli nuovi perché pieni di amore che rende nuove tutte le cose e che dona vita a quello che è vecchio, perché il suo Spirito è vento che soffia dove vuole.

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