Meditazione al Rosario del 19 aprile 2020

Bologna, cattedrale
19-04-2020

Oggi concludiamo proprio dalla Cattedrale il rosario iniziato qui con la Novena a Maria. Sembra tantissimo tempo fa. Ci accordammo per pregare assieme ed essere perseveranti. La descrizione della prima comunità, che abbiamo ascoltato oggi, è l’indicazione per ogni comunità cristiana.

Il cristiano non è un solitario, intelligente o adulto, utilitarista o spettatore che sia. Il cristiano è sempre un figlio, generato come nuova creatura dal Signore che lo fa passare dalla morte alla vita, che lo prende con sé, che lo affida a sua madre, a cui è affidata sua madre e con lei i tanti fratelli.

Sappiamo come è facile accontentarsi di essere cristiani individuali, certo, con un po’ di relazioni, ma essere figli e fratelli è altra cosa. Non serve amare le proprie idee senza considerare la concretezza della comunione, a volte sconfortante, delle nostre umanità.

Non serve sforzarsi da soli senza legarsi alla concretezza con una realtà di fratelli e sorelle da amare, servire e farsi amare e servire. La Chiesa non è mai una realtà virtuale! Lo diventa quando siamo individualisti, quando è lo scenario per il nostro protagonismo, quando non ci leghiamo per davvero e diventa un condominio, più o meno educato e socievole, dove viviamo qualcosa in comune, ma non una famiglia di fratelli e sorelle, diversissimi tra loro, ma fratelli.

Il vero rischio non è abituarsi a stare lontano, ma avere il cuore altrove! Io non mi abituerò mai a stare senza mio fratello, mia madre, mio padre, il mio amico! La distanza può aumentare il desiderio dell’incontro fisico perché l’incontro con Gesù è un fatto, un evento, una storia.

Se siamo individui cercherò un supermercato dove prendere dei servizi, cambiando magari la qualità e il tipo di fornitura. Ecco perché continueremo il rosario nelle tante comunità e nelle zone. E’ la stessa comunione che si trova qui, nella cattedrale.

E’ la chiesa diocesana che vive la comunione (ed è questa la sfida!) che qui contempliamo e che è la stessa in ogni comunità, piccola o grande che sia. Dobbiamo costruire tante comunità di fratelli e sorelle, la famiglia di Dio, dove non c’è mio e tuo, perché tutto è mio proprio perché tutto è tuo, come nell’amore. La Parola suscita sempre una casa di amore e la casa dei fratelli è sempre una casa di preghiera.

La preghiera non è mai solo un’attività cerebrale. “La sala della preghiera è il cuore, non la testa. E’ una questione di amore e non primariamente di pensiero e di testa”. Poi sappiamo che l’amore rende davvero intelligenti e saggi, con quella sapienza che i dotti e gli intelligenti non hanno e che invece appartiene a chi è come un bambino.

Il rosario è il salterio dei poveri, tanto che nei conventi del medio evo, dove i frati laici facevano fatica a pregare i salmi in latino, li sostituivano con centocinquanta Ave Maria. In realtà, non lo dimentichiamo, contempliamo Gesù. I misteri si contemplano. Preghiamo Maria ma l’essenziale è guardare a Gesù mentre ci si rivolge a lei, perché lei ci indica sempre Gesù.

E’ una preghiera che può apparire troppo sobria, che non soddisfa le emozioni nella logica dello zapping, che le brucia tutte, ma nell’insistenza per cui sappiamo ricavare tanto dal poco.

Ci aiuti Maria, madre premurosa di tutti, specie dei suoi figli più deboli, a combattere assieme il virus, a fare crescere la comunione tra noi, a costruire tante comunità di fratelli intorno alla mensa della sua Parola, a gustare la gioia di essere insieme e di essere parte di questa madre che è la Chiesa e che è la nostra Chiesa che vive a Bologna.

 

 

 

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