XV giornata mondiale della gioventù

Bologna, parco del Seminario
13-08-2000

Siete in cammino verso Roma, desiderosi di incontrarvi con l’apostolo Pietro che continua a vivere e a guidare la Chiesa nella persona del suo Successore.

E proprio l’apostolo Pietro qui, a Bologna, ha cominciato a parlarvi. E voi qui, in questo Vespro, già avete cominciato ad ascoltarlo.

Che cosa vi ha detto? Vi ha detto che siete fortunati.

Avete la fortuna di sapere che c’è un Dio che ci ama e ha per noi una “grande misericordia” (l Pt 1,3): una misericordia più grande di ogni nostra debolezza e di ogni nostro peccato. Sapere che c’è un Dio che ci ama, vuol dire sapere che l’universo non è un deserto, che l’umanità non è un enorme orfanatrofio, che noi non siamo i balocchi di un “Caso” anonimo, gelido e cieco.

È un Dio che non è un essere lontano, distaccato, indifferente ai nostri guai. Al contrario, è un Dio che è “padre”: è il “Padre del Signore nostro Gesù Cristo” (ib.).

Ed è la seconda fortuna: la conoscenza del Signore Gesù. Noi sappiamo che la creazione non è un’accozzaglia di oggetti dispersi e disparati: ha un “centro” e un “cuore” in Gesù di Nazaret, crocifisso per noi e risorto, oggi vivo come siamo vivi noi; vivo e attento a ciò che diciamo di lui, a ciò che facciamo per lui, a ciò che siamo capaci di donargli.

La terra nelle sue miserie e nelle sue sofferenze non può essere riscattata dalle immagini o dalle parole: ha bisogno di fatti. La storia – questa vicenda ripetitiva di errori e di crudeltà – non può essere redenta da una dottrina o da una ideologia: ha bisogno di avvenimenti.

Ebbene, il “fatto” decisivo è avvenuto, un “avvenimento” unico e imparagonabile ci è stato annunciato: è – ci ha detto san Pietro – ‘la risurrezione di Gesù Cristo dai morti, per una speranza viva, per una eredità che non si corrompe” (1 Pt 1,3-4).

E questa è la terza fortuna: abbiamo una speranza che non delude e non tramonta mai, a differenza di tutte le attese mondane. Essa – ci è stato detto dal Principe degli Apostoli – “è conservata nei cieli per noi, che dalla potenza di Dio siamo custoditi mediante la fede per la nostra salvezza” (lPt 1,4-5).

Perché di tre cose l’uomo ha un’assoluta necessità, per poter vivere decentemente e ragionevolmente da uomo: di essere certo che il suo esistere abbia un significato e la sua vita non sia una favola senza capo né coda raccontata da un idiota; di vedere sempre davanti a sé una mèta, un traguardo non illusorio, in modo che i nostri passi e le nostre giornate non siano quelli di un viandante pazzo che non sappia dove stia andando né quelli di un pellegrino smemorato che non si ricordi più quale sia la sua destinazione; di aver qualcuno da conoscere e amare, che abbia volto e cuore di uomo ma anche una bellezza divina ed eterna. Vale a dire, qualcuno come il Signore Gesù, il Figlio di Maria che è anche l’Unigenito del Padre, nel quale – come dice l’apostolo Paolo – “abita corporalmente tutta la pienezza della divinità” (Col 2.9).

Tali preziose verità sono già custodite nel vostro animo, e voi andate a Roma per essere confermati in questa fede, in questa speranza, in questa capacità di amare.

Si capisce allora perché san Pietro, nella breve lettura che abbiamo ascoltato, vi suggerisca di esprimere la vostra gioia e la vostra riconoscenza, e vi inviti a dire con lui: “Sia benedetto Dio, il Padre del Signore nostro Gesù Cristo” (1 Pt 1,3).

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