Intervento sul tema “De Gasperi: la Fede, la Pace, l’Europa” al convegno nell’ambito della mostra «Servus inutilis”

Anche se celebriamo spesso De Gasperi come quel grande statista che è stato davvero, lui fu anzitutto e profondamente un uomo di fede. Lettore assiduo della Bibbia, in particolare dei salmi, dei libri sapienziali, dei profeti e, naturalmente, dei Vangeli. È stato un uomo di fede nella vita privata: sono toccanti lettere scritte alla moglie Francesca quando il fascismo lo ha incarcerato. Ma lo è stato anche – e direi soprattutto – nella vita pubblica: credeva infatti che la fede cristiana dovesse permeare in profondità la politica dell’Europa post-bellica, in opposizione al “neopaganesimo del nazionalsocialismo e dei suoi derivati”. Ma come? Guardando al futuro e non al passato.

Nella conferenza su «Le basi morali della democrazia», che tenne nel 1948 a Bruxelles, individuò nella paura il sentimento dominate negli uomini e nelle donne di quel tempo, per motivi molto simili a quelli per cui anche oggi la paura è un sentimento dominate. “Questa civiltà economica e materialistica che abbiamo attuato, l’incredibile interdipendenza dei problemi politici, nazionali e internazionali” ci fanno sentire “in balia di forze più grandi di noi”. E allora, si chiedeva: “Davanti ad un avvenire così oscuro, come non soccombere alla tentazione di rifugiarsi nel passato? Come impedire agli uomini di pensare con nostalgia alle soluzioni arcaiche del buon tempo antico?”. “Facendo appello – rispondeva – a tutte le risorse del Cristianesimo, la cui età dell’oro non sta nel passato, ma nell’avvenire”.

È inutile rimpiangere un passato che non c’è più e che, come tutti i passati, non può tornare: sarebbe segno di poca fede. Occorre piuttosto credere anche oggi che “l’età dell’oro del cristianesimo non sta nel passato ma nell’avvenire”: dobbiamo guardare al futuro, uscire dagli schemi, sperare in ciò che deve ancora accadere. Papa Francesco ha ricordato che, in un altro tempo, “come autentica Maestra, la Chiesa ha sentito la responsabilità di delineare e di imporre, non solo le forme culturali, ma anche i valori e, più profondamente, di tracciare l’immaginario personale e collettivo, vale a dire le storie, i cardini a cui le persone si appoggiano per trovare i significati ultimi e le risposte alle loro domande vitali. Ma non siamo più in quell’epoca. È passata. Non siamo nella cristianità, non più. Oggi non siamo più gli unici che producono cultura, né i primi, né i più ascoltati”.

Questo vuol dire rinunciare ad annunciare, rinunciare a vivere il Vangelo e a orientare in senso evangelico la realtà che ci circonda? Tutt’altro. La cristianità, nelle sue specifiche forme storiche che ha assunto in passato è alle nostre spalle, ma come ha detto Leone XIV ai Vescovi italiani, citando l’Evangelii Gaudium del suo predecessore, “è necessario uno slancio rinnovato nell’annuncio e nella trasmissione della fede” per “portare Cristo ‘nelle vene’ dell’umanità”, come diceva Giovanni XXIII. È quello che ha cercato di fare De Gasperi portando il Vangelo laddove più erano concentrati gli sforzi degli uomini e delle donne del suo tempo.

Non si è, infatti, accontentato di difendere valori, simboli, tradizioni del cristianesimo, come talvolta facciamo noi oggi con un atteggiamento spesso difensivo e rassegnato come se non potessimo osare nulla di più (quando addirittura non lo facciamo per motivi strumentali, per raccogliere qualche voto o per acquistare qualche credito). De Gasperi era più ambizioso o, meglio, aveva più fede: voleva mettere il cristianesimo a fondamento dell’intera costruzione sociale e politica post-bellica di un’Europa devastata dai totalitarismi e dalla guerra.  Capiva la paura dei suoi contemporanei ma diceva: “Non abbiamo diritto di disperare della storia”. Sapeva che la democrazia era una strada nuova e difficile da costruire ma era convinto che “la democrazia è di essenza evangelica” e che trovava nel cristianesimo le sue fondamenta più solide. Ne indicava tre:

“Il cristianesimo introduce nella vita spirituale dell’uomo lo sforzo della liberazione interiore, propria dei figli di Dio, i quali, ricorda San Tommaso, agiscono come liberi e non come schiavi […] .

Un altro elemento costitutivo è il concetto dell’uomo come persona umana […], l’uomo come dice Maritain «è più un ‘tutto’ che una parte» [dello Stato] [… ], il senso della dignità della persona umana porta […], alla democrazia […].

Il terzo e più forte impulso del cristianesimo è l’amore tanto che, secondo Bergson, “l’essenza della democrazia è la fraternità”.

E concludeva: “Tanti credenti che avevano diffidato dei principi democratici […] hanno dovuto ammettere, di fronte al carattere pagano dello stato totalitario che […] l’aspirazione democratica aveva origini evangeliche”. Indubbiamente, nell’Europa post-bellica, anche per l’influenza dei vincitori, la democrazia era un sistema politico cui si guardava con crescente favore, ma De Gasperi non accettava supinamente le tendenze dominanti. Parlare di origini e fondamenta evangeliche della democrazia significa darle un’impostazione diversa. Insistere su fraternità e solidarietà come suoi elementi essenziali non significava solo costruire un sistema politico-istituzionale ma immaginare un nuovo tipo di convivenza civile non basata sull’individualismo. Laddove il totalitarismo o l’autoritarismo avevano diviso e oppresso, umiliato e isolato gli esseri umani, la democrazia doveva unire e proteggere: era urgente ricreare i legami che uniscono gli uomini e donne in una comunità. De Gasperi, pur consapevole dell’importanza degli aspetti tecnico-giuridici, aveva una concezione sapienziale e umanistica, profondamente cristiana, della politica.

Questa visione ispirava, ad esempio, la diffidenza verso l’eccessiva concentrazione di potere.  I cristiani sanno, spiegava De Gasperi, che gli esseri umani sono sempre tentati dal peccato, che lo Stato diventa “facilmente tirannico” e che il consenso delle folle spinge i capi politici a ritenersi infallibili e insostituibili. Ben avevano fatto, a suo giudizio, i fondatori degli Stati Uniti a limitare i poteri dello Stato, introducendo molteplici istituzioni di controllo e realizzando una macchina politica complicata. “Si tratta di impedire che […] troppo potere sia posto in una sola mano o in un solo settore della vita nazionale”. Questo tipo di potere era da respingere anche quando faceva promesse generose alla Chiesa o ai cristiani. De Gasperi ricordava a questo proposito la lettera dei Vescovi belgi del 1937:

“Non ci aspettiamo nulla di buono per la Chiesa cattolica del nostro Paese – dissero allora i Vescovi belgi – da uno stato totalitario che sopprimesse i nostri diritti costituzionali anche se cominciasse col promettere la libertà religiosa”. E a quanti invocavano – vale anche per l’oggi – mani libere a chi governa perché così può prendere decisioni in tempi rapidi, De Gasperi rispondeva che privo della “pazienza misericordiosa del Cristianesimo” l’uomo non sa più dominarsi: la pazienza è “volontà tenace ed energia compressa, tenuta in riserva […] la virtù più necessaria al metodo democratico, sia nella vita interna sia nei rapporti internazionali”. E spiegava: “L’azione per il sovvertimento e la disintegrazione delle democrazie […] parlamentari e la lotta per sabotare il piano di ricostruzione europea si possono dire operazioni di guerra. Contro queste operazioni di guerra noi democratici […] difendendo il regime di libertà e la possibilità della ricostruzione facciamo opera di pace, vogliamo salvare la pace […]. Lo spirito di solidarietà europea potrà creare […] diversi strumenti di salvaguardia e di difesa, ma la prima difesa della pace sta nello sforzo unitario che […] eliminerà il pericolo della guerra di rivincita o di rappresaglia. Contro la solidarietà della libera Europa verrà ad infrangersi la propaganda dell’odio ideologico. Rinascerà nei popoli la certezza della pace e dell’avvenire democratico fondato sulle forze dello spirito, della libertà, del lavoro”.

Tutte le opinioni politiche possono essere discusse. Ma va dato atto a De Gasperi di aver cercato tra i sistemi politici quello che più gli pareva vicino al Vangelo e di aver cercato di costruirlo anche a prezzo di sacrifici personali. Quando era in carcere a Regina Coeli scrisse alla moglie Francesca: “Un giorno con uno spillo di sicurezza […] avevo inciso sulla parete bianca della cella in lettere maiuscole: “BEATI QUELLI CHE PIANGONO PERCHE’ SARANNO CONSOLATI” e “BEATI QUELLI CHE HANNO FAME E SETE DI GIIUSTIZIA” […].  Sono il riassunto di un programma […] che mi aveva imposto di lavorare (si riferisce al suo impegno politico prima del fascismo) per l’elevazione degli umili e per la giustizia e per i diritti popolari”.

Anche nei confronti del nazionalismo si avverte la sua profonda fede cristiana: «Il nazionalismo esasperato è una forma di idolatria: pone la nazione al posto di Dio e contro l’uomo». «Il cristianesimo non conosce frontiere: esso afferma la fraternità degli uomini al di sopra delle divisioni di razza e di nazione». «L’Europa unita non nasce contro le patrie, ma contro i nazionalismi che le hanno distrutte».

Cercare di agire conformemente al Vangelo è un dovere a cui nessun politico che voglia dirsi sinceramente credente può sottrarsi. Ma questo è molto diverso dal parlare a nome della Chiesa, dal pretendere di esprimere la politica della Chiesa o cercare di imporre alla Chiesa la propria politica. Anche su questo De Gasperi era molto chiaro. Verso la fine della sua vita, in un Consiglio Nazionale nel marzo del 1954, disse: “È assurdo e antistorico affermare che la Democrazia Cristiana sia “un partito […] confessionale, emanazione dell’Autorità ecclesiastica […]. Le opere politiche, cioè l’esercizio dei diritti e poteri costituzionali nell’ambito della legislazione e del governo, si svolgono con metodo democratico e cioè con la responsabilità del cittadino entro lo Stato […]. Il credente agisce come cittadino nello spirito e nella lettera della Costituzione e impegna se stesso […] e il suo partito, non la sua Chiesa”.

Cappella Farnese di Palazzo d'Accursio
15/12/2025
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