Messa con Candidatura al diaconato e al Presbiterato di due seminaristi tanzaniani

Ringrazio il Signore e contemplo questa sera con voi la bellezza dell’essere Chiesa. Non dobbiamo mai farci avvelenare dall’abitudine, dalla scontatezza, per cui tutto è acquisto, addirittura dovuto. È un veleno, in effetti, perché non comprendiamo la grandezza del dono di essere suoi e di sperimentare i tanti segni della sua presenza. Certo, ci scontriamo con i nostri limiti, con le difficoltà del tempo presente, con le sfide e la durezza del male, che si rivela implacabile, traditore, capace di spezzare i legami o di svuotare di sapore le nostre relazioni, di imprigionarci nella rassegnazione, di farci credere che c’è più gioia nel possedere, nel prendere, nel ricevere che nel donare.

Non roviniamo questa casa – oggi che ricordiamo la Madonna di Loreto, la casa di Nazareth, e questa famiglia che è la famiglia del Signore – con la malevolenza, con la piccineria del ridurre tutto a sé, del calcolo, delle personali convenienze. E sento anche la gioia di una famiglia che unisce il mondo, che supera le divisioni, che ci rende fratelli e sorelle universali, quali siamo, ma anche quali dimentichiamo di essere chiudendoci in orizzonti limitati e riducendo così il mondo al nostro piccolo, non coltivando l’incontro, il dialogo che solo permette di scorgere nel prossimo, qualsiasi esso sia, la bellezza della presenza di Dio, un fratello anche quando lui non lo sa. Vediamo anche i frutti di amore, come la storia dei nostri due fratelli che accogliamo come tali, senza gelosia, figli, in una casa che è vostra e nostra perché casa di Dio, dove non c’è possesso ma solo amore.

È l’amore che chiama per nome, che trasmette la vera forza per cui corriamo senza affannarci e camminiamo senza stancarci. È questa la vera, ma anche l’unica, forza del cristianesimo, e penso anche quella più umana, forza che dona vita e ci libera dalle tante paure che in realtà pensiamo di sconfiggere, o risolvere, con la prestazione, con l’affermazione di sé, con il potere, con i soldi. E quando i cristiani hanno rincorso la forza del mondo hanno perso quella del Vangelo. Ciò non significa essere deboli, anzi! È la forza dei piccoli, degli umili, è la forza di Gesù. È quella che ci dona beatitudine: “Ecco, viene il Signore a salvare il suo popolo: beati coloro che sono preparati all’incontro”.

L’invito di Gesù spiega questa nostra casa dove tutti troviamo ristoro. Chi è stanco o oppresso non è lasciato solo, non è rimproverato da un giudizio negativo, e troviamo la forza della sua misericordia se impariamo da Gesù, mite e umile di cuore. Il legame con lui è dolce e il mio peso leggero. Molti pensano di essere se stessi quando sono slegati dagli altri. Lo affermiamo con il nostro protagonismo, con l’affermazione banale del nostro io, tanto da non saper dialogare, dal nascondersi oppure dal sommergere l’altro, da mettere limiti e misure, quando invece l’amore li supera tutti. La Chiesa è una casa che ospita una famiglia. Guai a renderla un’azienda, a immiserirla come fosse in nostro possesso, al contrario, ci aiuta a vivere da figli e da fratelli.

Oggi accogliamo la domanda di Alberto Festo Katindasa, di Usokami, Fungo Petro Cassian, di Makongati- Iringa, quella di poter essere ammessi fra i Candidati al Diaconato e al Presbiterato della Chiesa di Mafinga e di Iringa. Dobbiamo ringraziare la vostra famiglia Festo Katindasa e Yuster Hongosi, Cassian Fungo e Imelda Mkwama. Ma anche i sacerdoti, i catechisti e tutti i laici di buona volontà che vi hanno aiutato a crescere. E poi qui avete trovato un altro pezzo della vostra famiglia, ad iniziare da quella del seminario, e poi quella di S. Giovanni in Monte e del Corpus Domini che, anche quando, per poco tempo, non capivate bene l’italiano, hanno parlato con voi e vi hanno capito nella vostra generosità e nel sorriso.

E fanno parte di questa vostra e nostra famiglia i nostri fratelli più piccoli, perché lo sono di Gesù i malati del S. Orsola e quelli della mensa di S. Caterina, altra stanza di questa unica casa. Voi siete figli di una storia che ci unisce profondamente, e il cui legame abbiamo la grazia di capirlo attraverso persone che conosciamo e che vi e ci sono state care. Perché la comunione non è virtuale, impersonale, ma significa rapporti umani. Per questo non è mai secondario come ci trattiamo, come ci ascoltiamo, come ci cerchiamo! Gesù ce lo ha fatto vedere con la sua vita cosa significa amare. E lui ci ha chiamato e ci offerto il suo giogo, davvero dolce e leggero perché, in realtà, il peso grande lo porta lui!

E il suo giogo, a differenza di quello del mondo, libera, orienta, ci unisce a lui perché lui si è unito a noi. È il giogo dell’amore, non della supremazia, del potere, della sottomissione. Ecco, avete sentito in voi la chiamata del Signore. Coltivatela, che vuol dire anche farla crescere nell’ascolto della Parola, custodirla, verificarla, sempre con la libertà di servire il Signore secondo il suo disegno, che è anche il nostro, perché Dio vuole la nostra felicità. Dobbiamo costruire questa casa e far sentire a casa le persone. Nella casa del Signore nessuno è più straniero.

Ricordando Maria, che umile accoglie l’Angelo e si proclama serva del Signore, chiediamo anche per tutti noi, oltre che per Alberto e Petro, di offrire la nostra vita perché sia una casa per Lui, di accogliere lui liberando il nostro cuore dall’individualismo che lo occupa tutto. Come Maria chiedo al Signore che sappiate voi – ma guardate è qualcosa che tutti noi possiamo rinnovare o intraprendere – ascoltare cosa l’Angelo della Parola chiede a noi oggi, capire e poi scegliere.

Maria non dubita ma vuole capire e non resta ad aspettare, non rimane prigioniera delle paure, dell’incertezza. «Avvenga per me secondo la tua parola». Affidiamo alla Madre di Dio le nostre scelte perché siano accompagnate e sostenute da Lei, specialmente oggi in un mondo – come non dimenticare anche le tante sofferenze che vive la Tanzania – dove in molte terre viene sparso il sangue di Abele nelle ingiustizie e nelle sofferenze, chiediamo di servire questa casa con tutto noi stessi. Tutti e con tutto noi stessi, e voi nel cammino verso il sacramento dell’Ordine. Vi e ci protegga la Madre benedetta di Dio. La Madre del «sì», che ha ascoltato l’Angelo ci aiuti ad essere umili e grandi, piccoli e forti, per camminare con Gesù e diventare casa di Dio. Amen!

Seminario, Cappella
10/12/2025
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