Messa della IV domenica di Avvento

Tutti aspettano l’Emmanuele, il Dio con noi! In tanti modi, espliciti o inconsapevoli, ogni persona ha bisogno del segreto che spiega tutto, che risolve il problema della vita che è il suo limite, l’ombra di morte che si proietta su di essa. Senza il sole che sorge questa ci segue e si proietta sull’esistenza. Quando misuriamo la nostra fragilità – e come è possibile fuggirla, nasconderla, fingere che non ci sia, a tal punto da vivere senza umiltà e rincorrendo una forza che ci fa male e finisce per distruggerci? – capiamo quanto è necessario il Dio con noi. E lo capiamo quando ci confrontiamo con la forza del male che divide, arma le mani e le menti, mette in pericolo il mondo, rovina la bellezza e inquina le relazioni.

Abbiamo bisogno del suo amore che libera dalla tristezza e dalla malinconia che ci avvolgono, come quando sperimentiamo la vanità che inghiotte tutto quello che abbiamo fatto, distrugge quel mistero che è ogni persona, con le sue emozioni, la bellezza, i ricordi, le attese, gli incontri, le capacità. Aspettiamo un Dio con noi che conservi quello che altrimenti è nel nulla. Quanto nichilismo! Proprio perché ci affidiamo solo a noi stessi, non sappiamo rispondere a questa domanda, che ha solo una risposta, che non è il nostro io, ma un tu. Abbiamo bisogno di un Dio con noi, presente, non di un’entità diffusa che non scalda. Dio con noi significa anche noi con Dio, aver fiducia che la nostra vita è amata da Dio e che saremo con Lui, così come oggi Lui è con noi.

Questa è la nostra speranza: affidarsi a quello che non vedo, ma che c’è e ci sarà; che non finisce ed è più forte delle delusioni; che è invisibile ma accende tutto quello che mi raggiunge. Secondo Martin Buber la parola “Dio” andrebbe sostituita dal “Tu”. Il peccato, con le sue conseguenze mortifere, è proprio il peccato di idolatria, che ci rende prigionieri di noi, negando la relazione con l’Altro, con il Creatore. E il nostro non è solo un Tu ma è Padre. Il Signore ricostruisce il legame tra la terra e il cielo diventando Dio con noi, e ricostruisce la fraternità aiutandoci a vedere nell’altro il prossimo, sempre un fratello, e nell’uccisione del fratello un’offesa, la più grave, al Padre comune. Ecco il sogno di Dio.

Giuseppe è chiamato a fare suo il sogno del Dio con noi, che è anche quello di Dio che ci cerca perché ci ama. Era uomo giusto e non voleva accusare Maria pubblicamente. Ha rispetto per lei, cosa molto poco comune. Non vuole per lei il male, non si difende attaccandola, non si vendica per i suoi progetti distrutti. Spesso noi lo facciamo pensando così di proteggerci e ci sentiamo giustificati per la nostra condizione. Giuseppe nel sogno scopre qualcosa che supera la giustizia: l’amore, che è la giustizia di Dio, che va oltre le nostre misure. Stava pensando cosa fare, era nella cella del suo cuore, nella sua interiorità, nel profondo della sua anima, nel viaggio più lungo, quello con se stesso. Lì parla l’Angelo che scompagina le sue abitudini e chiede a lui di fidarsi.

Giuseppe non recrimina, non si lamenta, non immagina le chiacchiere del paese e non si fa condizionare da queste, non si preoccupa della sua immagine, non giudica con malevolenza. Giuseppe non si nasconde dietro le abitudini, non difende le sue convinzioni. Non mette avanti l’impotenza, che rende tutto troppo difficile, rischioso, impossibile. È proprio l’uomo dell’ascolto: si affida, prende sul serio la parola dell’Angelo non la sua. La Parola ascoltata diventa la sua, tanto che nel Vangelo non parla. Parla l’Angelo. Non è passivo, è coinvolto pienamente, è responsabile, non è un esecutore, un servo! Sarà lui a chiamare il figlio Gesù. Si trova di fronte a qualcosa di enorme che è affidato alla sua persona.

È umile e per questo compie le cose grandi. Invece dei suoi progetti fa suo il progetto di Dio: Gesù salverà il suo popolo dai suoi peccati. I frutti del peccato li vediamo nelle ingiustizie, nelle guerre, nelle divisioni, nell’incapacità a volersi bene, nella solitudine. Insomma, vuol dire liberare il mondo da ciò che lo rende un deserto e aiutarlo a trovare la vera felicità. In sogno non vuol dire “mentre dormiva”, ma nel profondo “mentre era concentrato in se stesso”.  Egli deve andare oltre, superarsi. Ci si supera solo per amore. La realtà diventa il sogno e il sogno realtà. La grandezza di Giuseppe è proprio ascoltare non come i sapienti, ma come i piccoli. L’umiltà può passare inosservata, specialmente nel mondo delle apparenze, del protagonismo del credersi grandi per la prestazione e la esibizione di sé. Scrisse Papa Francesco: “San Giuseppe ci ricorda che tutti coloro che stanno apparentemente nascosti, o in seconda linea, hanno un protagonismo senza pari nella storia della salvezza. A tutti loro va una parola di riconoscimento e di gratitudine”. Il Dio con noi ha bisogno di Giuseppe per essere difeso, protetto, accudito, cresciuto.

“Dio si fida di quest’uomo, così come fa Maria che in Giuseppe trova colui che non solo vuole salvarle la vita, ma che provvederà sempre a lei e al Bambino. Ogni bisognoso, ogni povero, ogni sofferente, ogni moribondo, ogni forestiero, ogni carcerato, ogni malato sono “il Bambino” che Giuseppe continua a custodire”. Scrisse sempre Papa Francesco: “La Chiesa di oggi ha bisogno di padri. Essere padri significa introdurre il figlio all’esperienza della vita, alla realtà. Non trattenerlo, non imprigionarlo, non possederlo, ma renderlo capace di scelte, di libertà, di partenze. La castità è la libertà dal possesso in tutti gli ambiti della vita. Anche verso Dio: Giuseppe lo serve, non gli fa dire quello che vuole lui, non lo possiede. Solo quando un amore è casto, è veramente amore. L’amore che vuole possedere, alla fine diventa sempre pericoloso, imprigiona, soffoca, rende infelici. Dio stesso ha amato l’uomo con amore casto, lasciandolo libero anche di sbagliare e di mettersi contro di Lui. La logica dell’amore è sempre una logica di libertà, e Giuseppe ha saputo amare in maniera straordinariamente libera. Non ha mai messo se stesso al centro. Ha saputo decentrarsi, mettere al centro della sua vita Maria e Gesù”.

La Chiesa, le nostre comunità, il mondo, hanno bisogno di padri, perché fanno male quelli che usano il possesso dell’altro per riempire il proprio vuoto, quelli che “confondono autorità con autoritarismo, servizio con servilismo, confronto con oppressione, carità con assistenzialismo, forza con distruzione”.  Giuseppe ci aiuta a vedere la bellezza dell’Avvento e a prendersi cura di Gesù. “Noi, invece, in virtù della speranza nella quale siamo stati salvati, guardando al tempo che scorre, abbiamo la certezza che la storia dell’umanità e quella di ciascuno di noi non corrono verso un punto cieco o un baratro oscuro, ma sono orientate all’incontro con il Signore della gloria. Viviamo dunque nell’attesa del suo ritorno e nella speranza di vivere per sempre in Lui: è con questo spirito che facciamo nostra la commossa invocazione dei primi cristiani, con la quale termina la Sacra Scrittura: «Vieni, Signore Gesù!» ( Ap 22,20).

Quando si destò dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’Angelo del Signore e prese con sé la sua sposa. Non ha capito tutto, ma ha ascoltato e messo in pratica, e così vede e vediamo il Dio con noi.

Vieni Signore Gesù, Dio con noi, in noi, in mezzo a noi. Abbiamo bisogno di Te.

Bologna, Cattedrale
20/12/2025
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