Natale ci fa uscire. Gesù si mette in cammino e ci mette in cammino, ci fa andare incontro agli altri, Lui fa il primo passo verso di noi. Ci mette per strada perché lo incontriamo lì, perché gli incontri sono all’aperto, senza filtro, imprevisti. Gesù, poi, non ha un posto per nascere e ci chiede di accoglierlo nel nostro cuore e di preparare un posto per i tanti che posto non l’hanno, come i suoi fratelli più piccoli. Stasera ricordiamo le vittime di una strage in mare, più di cento: nessuno li ha protetti e sono morti.
“La vita è l’arte dell’incontro anche se tanti scontri ci sono nella vita”, scriveva Papa Francesco citando il poeta Vinicius De Moraes. La Stazione è spesso il luogo dell’anonimato, la folla ci umilia, ci spaventa, ci schiaccia, imprevedibile com’è. I discepoli di Gesù di fronte alle dimensioni della folla ritennero che fosse impossibile ci pensassero loro stessi e chiesero a Gesù di mandarla via. Non hanno interesse a incontrare le persone, che Gesù, invece, vede come stanche e affaticate.
La vita è l’arte dell’incontro e Gesù ci manda a fermarci con ognuno e con tutti. Noi viviamo tanto una cultura dello scontro, della polarizzazione, del pensare male, del parlare sopra o parlarsi da soli, come qualche volta il digitale in pratica significa, perché parli da solo nella grande piazza del web, ma così ti parli addosso. “Da tutti si può imparare qualcosa, nessuno è inutile, nessuno è superfluo” (DT 215). Questa notte alla Stazione contempliamo Colui che si fa incontro.
Non è una casualità, ma la provvidenza. Se mettiamo amore ogni incontro diventa un’opportunità. L’arte vera dell’incontro è l’amore, che rende ognuno interessante, che fa guardare al cuore e non all’apparenza, che ci fa trovare quello che ci unisce a Lui. Siamo figli di un Dio che si fa incontrare, che non si nasconde, che si manifesta, che va incontro. L’incontro a volte mette paura perché non sappiamo come andrà, ma genera vita se usiamo il sorriso, la gentilezza, che nei fatti e non nelle parole dice: mi interessi, stavo aspettando te.
Ci appassiona il volerci incontrare, il cercare punti di contatto, gettare ponti, progettare qualcosa che coinvolga tutti. Dio si fa vedere e ci fa scoprire che l’altro ha una bellezza nascosta, un valore. Lo fa solo con la compassione. Mettersi seduti ad ascoltare l’altro è un paradigma di atteggiamento accogliente, di chi supera il narcisismo e accoglie l’altro, gli presta attenzione, gli fa spazio nella propria cerchia. Tuttavia, «il mondo di oggi è in maggioranza un mondo sordo. A volte la velocità del mondo moderno, la frenesia ci impedisce di ascoltare bene quello che dice l’altra persona. E quando è a metà del suo discorso, già la interrompiamo e vogliamo risponderle mentre ancora non ha finito di parlare. Non bisogna perdere la capacità di ascolto. Venendo meno il silenzio e l’ascolto, e trasformando tutto in battute e messaggi rapidi e impazienti, si mette in pericolo la struttura basilare di una saggia comunicazione umana. la vita non è tempo che passa, ma tempo di incontro» (FT 49-50).
Se lasci decidere al pregiudizio non parli con una samaritana. Se non c’è l’incontro perdiamo tante opportunità, si finisce per restare indifferenti o per scontrarsi. La Parola di Dio ci apre all’incontro perché ci fa sperimentare l’interesse e l’amore di Gesù, che non ha paura di entrare nelle case dei pubblicani come nella contraddizione del nostro cuore. Non ci incontra dopo aver verificato che siamo buoni, ci parla, ci prende sul serio.
Dobbiamo fare nostro l’interesse di Gesù per l’altro, chiunque. Lui è il pellegrino che si affianca a chi cammina e non lo riconosce. Solo gli umili incontrano il bambino e una coppia di forestieri. Il Vangelo commenta in modo laconico: non c’era posto. Sappiamo come la stagione diventa (e diventava) il luogo di quelli che non hanno posto. Tanti non trovano posto e anche tanti, che posto lo avevano, lo perdono, come gli anziani o le persone fragili e in difficoltà. Dobbiamo uscire allo scoperto, come quei pastori. L’incontro è una gioia che sarà di tutto il popolo.
Può essere ovunque. Le tante domande nascoste nei cuori, le storie di ciascuno, la nostra storia, vengono tutte fuori se facciamo che ogni incontro sia un’opportunità per creare una relazione, un legame. Non è detto che incontrerai di nuovo e subito quella persona ma certamente ci incontreremo tutti alla fine. Un legame interiore. Non è una pratica che si chiude, ma è un incontro che si apre. Il Natale ci chiede di incontrare i poveri, che non sono così per caso o per un cieco e amaro destino. Tanto meno la povertà, per la maggior parte di costoro, non è una scelta, ma una condanna. Le accuse verso i poveri sono un misto di ignoranza, di pregiudizi, di paure e di rabbia. In un anno ne sono morti 399.
Scrive Papa Leone XIV nella Dilexi te: “Quando incontro una persona che dorme alle intemperie, in una notte fredda, posso sentire che questo fagotto è un imprevisto che mi intralcia, un delinquente ozioso, un ostacolo sul mio cammino, un pungiglione molesto per la mia coscienza, un problema che devono risolvere i politici, e forse anche un’immondizia che sporca lo spazio pubblico. Oppure posso reagire a partire dalla fede e dalla carità e riconoscere in lui un essere umano con la mia stessa dignità, una creatura infinitamente amata dal Padre, un’immagine di Dio, un fratello redento da Cristo. Questo è essere cristiani! O si può forse intendere la santità prescindendo da questo riconoscimento vivo della dignità di ogni essere umano?» (DT105). Guardiamolo con gli occhi di Gesù. L’amore cristiano supera ogni barriera, avvicina i lontani, accomuna gli estranei, rende familiari i nemici, valica abissi umanamente insuperabili entra nelle pieghe più nascoste della società. Per sua natura, l’amore cristiano è profetico, compie miracoli, non ha limiti: è per l’impossibile.
E il cristiano non si riconosce dalle sue dichiarazioni, ma dall’amore. Papa Leone XIV indica la Chiesa che ama, ed è quella di cui c’è bisogno: «Una Chiesa che non mette limiti all’amore, che non conosce nemici da combattere, ma solo uomini e donne da amare, è la Chiesa di cui oggi il mondo ha bisogno. Sia attraverso il vostro lavoro, sia attraverso il vostro impegno per cambiare le strutture sociali ingiuste, attraverso quel gesto di aiuto semplice, molto personale e ravvicinato, sarà possibile per quel povero sentire che le parole di Gesù sono per lui: ”Io ti ho amato”» (Ap 3,9). Gesù è venuto incredibilmente a incontrarci, perché il suo amore sia la risposta alla domanda del nostro viaggio, del senso, della direzione, perché l’ultima stazione è il cielo dove Lui prepara un posto. “Quanti hanno Dio nel cuore hanno ricevuto il dono di una stella polare verso cui tendere. L’amore che abbiamo ricevuto da Dio è motivo dell’amore che dobbiamo offrire alle altre persone”.
Lui ci rimette in movimento! Non possiamo stare fermi. Facciamo il primo passo verso gli altri. Il Natale ci incoraggia a guardare al mondo con fiducia, a fermarci a parlare, ad invitare, a servire, a costruire comunità. Ogni comunità, e ogni nostro cuore, sia una casa di pace, di incontro con Gesù attraverso di noi, e dove tanti possano vedere l’amore del Signore che si fa carne.
