Messa per il Giubileo della Curia

Devo ringraziare per questa liturgia che rende piena la sempre parziale e limitata esperienza umana. L’Eucarestia ci fa vivere oggi come saremo, non perché spiega tutto ma perché c’è Gesù, e noi siamo già suoi commensali. Ringrazio per questa Madre senza la quale non si ha Dio per Padre, non ho Dio per Padre. E senza finisco facilmente per sentirmi figlio di Abramo, riducendo tutto al soggettivo o al mio protagonismo, curando le apparenze e le osservanze esteriori, i moralismi che fanno sentire a posto e non fanno provare compassione e inquietudine, sdegno e debito.

Non dimentico che si è fratelli se si è figli, si è padri e madri se siamo figli, se ci lasciamo generare e amare, ricambiando, questa Madre che è la Chiesa. È questa Madre che ci trasmette la Parola, quella che genera nella vita. Senza la Parola di amore finiamo per essere ossessionati dal giudizio, per caricare pesi insopportabili sugli altri, per credere di avere fatto quello che dovevamo ma senza amare il prossimo, per cui restiamo prigionieri del male che diciamo di voler combattere. È il lamento, abbiamo ascoltato, di una generazione che non si piega alla Parola, resta uguale a se stessa, non si fa toccare dall’altro, non ascolta, non prende sul serio.

C’è un che di capriccioso, di inconsulto, nel banale egocentrismo per cui esisto io e non apro a chi bussa alla porta del mio cuore. Abbiamo orecchie ma non ascoltiamo. Venne tra la sua gente ma i suoi non lo hanno accolto.  Ma chi lo accoglie, poveramente e nell’umiltà, ha dato il potere di diventare figli di Dio.

L’immagine che è stata riportata sul libretto è particolarmente bella: Maria porta nel grembo il figlio dell’Altissimo che siederà sul trono e il cui regno non avrà fine. È il Verbo che si fa carne e la sua carne ci trasmette tutto il Verbo, quella Parola, che quest’anno vogliamo riprendere tra le mani e che è Gesù, perché sempre da lì dobbiamo e possiamo ripartire. È attraverso la Parola che Dio parla e ci parla oggi, ci insegna, come abbiamo ascoltato dal Profeta, per il nostro bene, ci guida per la strada su cui andare perché i frutti con Lui sono davvero abbondanti. Il nostro benessere – quello che cerchiamo follemente nell’affermazione di noi, nel non avere problemi, chiudendoci nell’idolatria dell’individualismo – ci isola mentre se siamo docili alla sua Parola, e fedeli al suo amore, diventerebbe un dono per tutti e “sarebbe come un fiume” per la discendenza, cioè ciò che lasciamo di noi, e che risponde alla domanda di senso e di futuro che ognuno porta con sé.

Per quanto mi riguarda ho ricevuto davvero il centuplo, in padri, madri, fratelli, sorelle, campi su cui lavorare, da sentire miei nell’amore e non nel possesso. E questo mi porta istintivamente a dire come Pietro “Signore, allontanati da me, perché sono un peccatore” (Lc 5,8). Gesù, che sa bene quanto lo sono, chiama proprio i peccatori ma perché servano, gettino nel mare tempestoso della vita la rete della sua amicizia. Faccio mie le parole riportate nella Bolla di Indizione del Giubileo che, in tanti modi, ha riacceso la speranza. «Sono amato dunque esisto: ed esisterò per sempre nell’Amore che non delude e dal quale niente e nessuno potrà mai separarmi».

La Parola la viviamo sempre in una storia precisa, contraddittoria, come sono sempre pure le persone, ma proprio nella loro creta viene versato il tesoro della presenza di Dio. Abbiamo pregato insieme ai Santi e ai Santi della Chiesa di Bologna perché la dimensione universale è sempre costitutiva del cristiano, e anche nei legami umani, fisici, pietre vive. Non posso dimenticare, in questo giorno in cui ricordo i dieci anni del mio servizio a Bologna, i tanti Santi che ho incontrato, gli infiniti incontri che penso sempre ritroverò tutti in cielo e che capirò pienamente lì dove nulla è perduto. Incontri che mi hanno edificato con la loro testimonianza, con il loro amore, diversissimi tra loro e tutti uniti dall’amore per questa Madre. È, in fondo, anche il motivo per cui la devozione ci lega a immagini specifiche di Maria, che diventa la nostra, la mia, ovviamente è sempre la stessa, ma che esprime una storia precisa, personale, come deve essere. Capisco la santità della Chiesa necessariamente nella dimensione umana. E le due vanno sempre insieme.

Senza quella umana finiremmo per vivere divisi, ospiti, condomini e non una famiglia, la sua famiglia. Ma senza la santità vincerebbe il nostro protagonismo, distorsione dell’amore e dei talenti piegati all’individualismo e sottratti alla comunione, smetteremmo di stupirci e quindi di ringraziare, complicheremmo quello che è semplice e che i piccoli comprendono, mentre i sapienti e gli intelligenti no. Pensiamo di comunicare il Vangelo da sapienti? Comunichiamo il Vangelo solo quando noi siamo piccoli e parliamo ai piccoli come Gesù, e lo facciamo solo se lo viviamo nella nostra vita. Cambiare non è uno sforzo in più ma amore in più! La Parola ci aiuta a riconoscere anche la semina verbi che è anche nascosta nei cuori degli uomini, nelle tante domande di infinto, di futuro, di amore che sono dirette a noi, e sono opportunità se riconosciamo, con amore, che ci riguardano. Possiamo svelare la presenza di Dio nella vita delle persone. Su questo non dobbiamo avere uno spirito di timidezza o, al contrario, la forza distaccata e fredda dei farisei, ma l’amore attento e premuroso di una madre, l’amicizia tenera e prossima di un amico. Tanti inconsapevolmente cercano, a volte in modi disperati, inconsulti, e che non capiamo se li osserviamo da moralisti e da giudici e non con i sentimenti di una madre.

Contempliamo la grandezza della comunione, nella sua dimensione verticale e orizzontale, perché si incontra con la storia e le domande di oggi, e seminiamo perché altri possano raccogliere. Qui la vediamo tutta, e tutti debbono poter trovare accoglienza, è una Madre che non si risparmia ed è da amare. Non siamo gestori di un ente, pure complesso e che va sempre governato. Il Natale ci apre gli occhi spirituali e molto umani, li apre sull’umanità fragile, senza posto, povera, minacciata, sull’altro, debole com’è (ah se lo capissimo di chiunque incontriamo!). Natale ci ripropone la vita e in questa la vita eterna che quel bambino – che è bambino ed è Figlio dell’Altissimo – venendo ci porta. “Riceviamo in Lui risorto il dono di una vita nuova, che abbatte il muro della morte, facendo di essa un passaggio verso l’eternità” (SNC 21). La vita eterna consiste nella comunione piena con Dio, nella contemplazione e partecipazione del suo amore infinito. Quanto adesso viviamo nella speranza, allora lo vedremo nella realtà. Questo serviamo, e per questo impariamo ad amarci e a servire, perché quello che non finisce entra in quello che sperimentiamo caduco. Solo di questo ringraziamo Dio perché questo è tutto, è il segreto del Suo amore che rende bella e piena la nostra vita. E personalmente ringrazio Dio insieme a voi.

Bologna. Cripta della Cattedrale
12/12/2025
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