Il Giubileo della Speranza che si sta per concludere ci aiuta a comprendere la grandezza del Natale. Dieci anni fa, a venti dalla scomparsa di Mariele, celebravo una delle mie prime funzioni a Bologna. Sentivo di doverlo fare per una presenza che ha accompagnato la mia crescita e perciò che Mariele rappresentava per la città e per tutta la Chiesa bolognese. Passano gli anni ma come è vero che la santità non invecchia, anzi, ci aiuta a capire sempre meglio cosa non finisce. La santità è il riflesso dell’amore di Dio. È Lui che fa nascere nel nostro cuore il suo amore, ci cambia e cambia il mondo. Se io cambio, il mondo cambia. Santo non è chi è perfetto ma chi ama, come può, meglio che può se ama per davvero.
L’Apostolo Paolo, infatti, ricordava come possiamo compiere anche scelte grandiose, ma se non abbiamo la carità, cioè l’amore, non conta nulla. Mariele era un pezzo di Bologna, e quel pezzo lo ritroviamo sparso in coloro che ha amato e che sono stati raggiunti dal suo amore. Il seme dell’amore darà sempre frutto. Capiamo meglio quando questo si moltiplica e genera a sua volta altra vita. Allora, amiamo molto e saremo santi oggi con il Signore, per essere santi lassù, per continuare a vivere in quello che doniamo, che poi sarà quello che portiamo con noi e che non finisce. Così il suo amore ci fa rallegrare e irrobustire le mani fiacche: amandoci. È il suo amore che dice agli smarriti di cuore: “Coraggio, non temete!”.
Ci rallegriamo perché vediamo oggi, e vedremo domani, la forza del suo amore che apre gli occhi dei ciechi e schiude le orecchie dei sordi. Lo vediamo se amiamo gratuitamente chi, in tanti modi, è nel buio. Ecco la nostra speranza. La speranza è quella dell’agricoltore che semina, non aspetta senza fare nulla, sa che il seme darà frutto a suo tempo ma che occorre gettarlo nella nuda terra. Non lamentiamoci gli uni degli altri, come suggerisce di fare la malevolenza, l’individualismo che fa capire solo il proprio io e non sa riconoscere la grandezza del fratello.
Certo, come Giovanni Battista, anche noi possiamo sentire l’inutilità dell’attesa, la tentazione di credere che la speranza sia vana, che tutto sia inutile e vano. «Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?». Gesù non risponde a con un discorso o giudicandolo: indica i segni della forza del suo amore. Ci aiuta a comprendere che Giovanni Battista non indica una felicità passeggera, una emozione, non è nemmeno una felicità individuale in abiti importanti, forte, esibita, da prestazione. Non è questa la felicità che stiamo cercando.
La Bolla di Indizione del Giubileo della Speranza afferma: “Non un’allegria passeggera, una soddisfazione effimera che, una volta raggiunta, chiede ancora e sempre di più, in una spirale di avidità in cui l’animo umano non è mai sazio, ma sempre più vuoto”. Non dovremmo provare fastidio per il modo volgare, aggressivo, da prestazione, umiliante per gli altri ma anche umiliante per chi si esibisce?
«Abbiamo bisogno di una felicità che si compia definitivamente in quello che ci realizza, ovvero nell’amore, così da poter dire, già ora: “Sono amato, dunque esisto; ed esisterò per sempre nell’Amore che non delude e dal quale niente e nessuno potrà mai separarmi”». Ecco la grandezza del Natale, quella che, da buona francescana, Mariele vedeva come San Francesco nella concretezza dell’umanità. Per lei questa grandezza si esprimeva nel presepe, nei bambini e nel loro canto.
Non a caso Papa Leone XIV recentemente ha detto: “La musica è come un ponte che ci conduce a Dio. Essa è capace di trasmettere sentimenti, emozioni, fino ai moti più profondi dell’animo, portandoli in alto, trasformandoli in una ideale scalinata che collega la terra e il cielo. Sì, la musica può elevare il nostro animo! Del resto, il Vangelo stesso ci dice che mentre Gesù nasceva nella stalla di Betlemme, in cielo c’era un grande concerto di angeli! Gesù è il canto d’amore di Dio per l’umanità. Ascoltiamo questo canto! Impariamolo bene, per poterlo cantare anche noi, con la nostra vita”.
Ecco, Mariele si pensava come una nota di Dio, nello spartito infinito dell’armonia dell’amore. Vorrei ricordare come nel 1982, in occasione del centenario della nascita di San Francesco, scrisse testi, musicati dal M° Giordano Bruno Martelli, importanti e pieni di contenuto squisitamente francescano. Poesia e tanta fede. Dietro questa sensibilità francescana c’erano l’Antoniano con p. Berardo Rossi e gli altri frati con tanta concretezza, con i mezzi a disposizione, senza risparmiarne per se stessi ma mettendo tutto a disposizione del Signore per il bene e per la pace. Quanto le competenze musicali e la voce dei bambini possono fare del bene e, quindi, vanno impiegate in questo! Tutto è dono e tutto può diventarlo. Avvenne così nel pellegrinaggio del 1971 del Piccolo Coro in Terra Santa, salutato da Papa Paolo VI alla partenza.
Cantarono Evenu shalom alejem all’aeroporto di Tel Aviv, momento trasmesso dalla TV nazionale, che fu il loro biglietto da visita nelle case di tutti, israeliani e palestinesi. Promosso dalla Custodia di Terra Santa, fu un momento molto intenso per aprire vie di pace con una diplomazia concreta, umanissima, fatta di bambini che cantano. Quanta nostalgia! Ma è anche una domanda: cosa possiamo fare oggi? Il canto aveva una strategia musicale interessante. La melodia era quella tradizionale ebraica, ma la realizzazione musicale prevedeva un crescendo che iniziava sussurrato, quasi fosse scandaloso dire che siamo venuti a portarvi la pace, per poi crescere progressivamente sia di volume che di tono, e diventare quindi poi un grido altissimo, acuto, sostenuto, prolungato, che riempiva l’aria e i cuori.
I testimoni ricordano ancora quel pellegrinaggio come un evento straordinario, sia per la folla numerosa di persone che venivano ai concerti, per i momenti di preghiera e di fede nei luoghi santi, sia per l’impressione che portò tra israeliani e palestinesi in un evento che non aveva a che fare con i loro rancori e le loro rivendicazioni. La visita del Piccolo Coro dell’Antoniano sarebbe stata ricordata per molti anni in Israele. Il sindaco di Gerusalemme, Teddy Kollek, ricevette i dirigenti dell’Antoniano e chiese a Mariele che il Piccolo Coro facesse due concerti a Gerusalemme, a spese della municipalità: uno per i bambini arabi, nella città vecchia, zona araba; l’altro per i bambini israeliani, nella parte nuova della città, nel modernissimo auditorium del Comune, realizzato nell’edificio dell’antico caravanserraglio. Mariele fu particolarmente felice di sentirsi «operatrice di pace», secondo la beatitudine evangelica. Sogniamo che si possa cantare ancora Evenu shalom alejem, e che questo canto butti giù i muri che sono stati costruiti e diventi un ponte di amicizia e di rispetto reciproco. Lo crediamo e operiamo perché discepoli di Gesù, nostra pace, e perché la musica disarma i cuori, li unisce, libera dal rancore, insegna a cantare insieme e a comporre quello spartito che ci rende pienamente umani. Mariele prendeva sul serio i bambini, ma senza blandirli, senza inutili lusinghe e, soprattutto, senza provocare in loro rivalità e competizioni da adulti. Era un coro e per esserlo bisognava imparare ad ascoltare l’altro, a cantare assieme, a mettere la propria voce, il proprio timbro unico, nell’insieme. E così si fondo un’unica armonia. Saremo una cosa sola! E ogni volta che impariamo a pensarci insieme, e cantiamo in tanti modi l’amore di Dio, gustiamo oggi quello che non finirà.
Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra morte corporale, da la quale nullu homo vivente pò skappare: guai a quelli ke morrano ne le peccata mortali; beati quelli ke trovarà ne le tue santissime voluntati, ka la morte secunda no ‘l farrà male. Laudate e benedicete mi’ Signore e ringratiate e serviateli cum grande humilitate.
“Ti saluto, Signora santa, regina santissima, Madre di Dio, Maria, che sempre sei Vergine, eletta dal santissimo Padre celeste e da Lui, col santissimo Figlio diletto e con lo Spirito Santo Paraclito, consacrata. Tu in cui fu ed è ogni pienezza di grazia e ogni bene. Ti saluto, suo palazzo. Ti saluto, sua tenda. Ti saluto, sua casa. Ti saluto, suo vestimento. Ti saluto, sua ancella. Ti saluto, sua Madre”.
