È una gioia per me celebrare proprio qui l’Epifania di Dio perché è nella notte che capiamo l’importanza della luce. Questo è un luogo di sofferenza, per alcuni traumatica (che non significa solo rompersi qualcosa!), per altri prolungata nel tempo. Tutte storie di lotta per la guarigione o semplicemente per essere curati. Non si guarisce senza essere curati e la cura è sempre la guarigione.
Devo ringraziare tutti gli operatori sanitari che, in condizioni non di rado difficili, esercitano la loro missione per le persone malate e, quindi, fragili. La sofferenza diviene reale quando ci confrontiamo con il limite della nostra vita, che può apparire senza fine o della quale sappiamo poco contare i giorni. Se capissimo che noi siamo tutti uguali di fronte all’inesorabilità e all’insensatezza della malattia e della morte, che lascia senza parole e riempie di amarezza e di turbamento, “la guerra di tutti contro tutti lascerebbe il posto a quella pietas che sola ci rende umani”! Vi ringrazio anche perché accogliete persone che vengono da lontano, da diversi scenari di povertà e anche di guerra, come i bambini venuti da Gaza.
Curate sofferenze inaccettabili che ci rendono fisicamente consapevoli di cosa significhi parlare di bombardamenti o di condizioni impossibili per garantire la cura, cioè la sopravvivenza. Non ci dovremmo preoccupare che tanti investimenti vadano per distruggere e molti meno per curare? Dio si manifesta proprio per non lasciarci nell’oscurità e Lui stesso affronta la durezza della nostra vita. Non ne parla sopra (come tanti sani che danno lezioni ad altri) ma fa sua la nostra vita, perché noi facciamo nostra la Sua. La condizione umana è fragile e questo si rivela spaventosamente quando si manifesta nel corpo stesso.
Diceva Papa Luciani: “È legge di Dio che non si possa fare del bene a qualcuno se prima non gli si vuole bene”. Gesù prima di farci del bene, e proprio per essere credibile, ci ama e ci insegna ad amare, a farci carico della condizione dell’altro a cui i banditi della vita portano via metà della vita, e solo se ci fermiamo e abbiamo compassione di lui impediamo che perda anche l’altra metà. E, poi, noi stessi troviamo il nostro prossimo, il più vicino, colui che rincontreremo per le strade del mondo e che ritroveremo in cielo e che ci dirà: “Ero malato e sei venuto a visitarmi”.
Dio si manifesta nell’umanità! Gli uomini spesso si pensano superuomini nell’esibizione della forza, che finisce sempre inevitabilmente per essere volgare, ridicola, pericolosa. Solo gli umili, che si pensano per il prossimo, sono davvero se stessi e scoprono il prossimo essendolo. L’Epifania ci aiuta a vedere le cose invisibili e a vederle non chiudendo gli occhi ma aprendoli, non entrando in un’altra dimensione ma, proprio al contrario, nella storia, nella realtà vera, sfidante, faticosa com’è e come qui si vive. Ma qui troviamo proprio la forza vera dell’amore che diventa competenza, attenzione, delicatezza, cura, pazienza, tenerezza.
È una porta della speranza, proprio come quella del Giubileo che si chiude e che qui rimane aperta. L’apostolo Paolo ci invita ad aprire gli occhi del nostro cuore (Ef 1,18), quelli che vedono nel profondo, che capiscono la vita così com’è, che sanno contemplare la bellezza nella fragilità, che comunicano la vera forza. Il Signore non vuole che restiamo nelle tenebre e nell’oscurità. Non dobbiamo cercarlo nelle cose imponenti, nei grandi gesti, ma nei piccoli e inibiti gesti della cura. Tutti noi siamo come Magi, in ricerca di speranza. Lo è chi arriva qui dentro, spesso con smarrimento, stordito, alla ricerca di risposta.
Tante volte noi pensiamo come i discepoli stessi e come quelli che cercano Gesù perché metta le cose a posto, trionfi, faccia vedere qualcosa di inequivocabile, liberandoci dalla responsabilità di scegliere. Contempliamo invece proprio nella debolezza la grandezza di Dio che si fa debole! Lui ama per mostrarci che la vera e unica forza è l’amore, il donarsi, e che solo questo illumina le tenebre della vita.
Gesù ci visita perché anche noi impariamo a visitare. “Le loro sofferenze possano trovare sollievo nella vicinanza di persone che li visitano e nell’affetto che ricevono. Non manchi l’attenzione inclusiva verso quanti, trovandosi in condizioni di vita particolarmente faticose, sperimentano la propria debolezza, specialmente se affetti da patologie o disabilità che limitano molto l’autonomia personale. La cura per loro è un inno alla dignità umana, un canto di speranza che richiede la coralità della società intera”.
I Magi hanno seguito la stella. È la Parola di Dio che ci porta sempre da Gesù, nel Verbo che si fa carne e nei suoi fratelli più piccoli. Egli è presente come allora in Betlemme. Offriamo il nostro incenso, la nostra mirra, il nostro oro. L’incenso è la nostra invocazione che adesso sappiamo a chi si rivolge, non a un’entità senza volto, ma a Gesù. La mirra, simbolo delle sofferenze, delle nostre paure, della tristezza che a volte abita il cuore di ciascuno di noi, ma anche della cura che dona consolazione e speranza.
L’oro è l’amore, la gioia donata e ricevuta che è per davvero ciò che abbiamo di più prezioso. Li mettiamo lì vicini a Gesù e Lui ci restituisce la sua preghiera per noi, la tenerezza che si fa vicina nella difficoltà, l’oro del suo amore che non finisce. Di questo ringraziamo perché riconosciamo che il bene e l’amore vengono da Te, ci parlano di Te e ci rendono capaci di moltiplicarli perché tanti che sono nelle tenebre possano scorgere la luce.
