Non è scontato celebrare la Giornata nazionale per la Vita, occasione per contemplarla, scegliere che vita vogliamo vivere e testimoniare, e per non avere paura di donarla. Il suo segreto è proprio questo, semplice ed esigente allo stesso tempo: il dono. Quando ne facciamo un possesso la perdiamo. Sedotti come siamo dal consumismo, che ci esalta e poi ci distrugge, cerchiamo la vita in ciò che, al contrario, ce la porta via, ci illude, la riduciamo all’apparenza, alla forza, all’esibizione. Dobbiamo amarla come ci insegna l’autore della vita, Colui che è vita, che la ama più di tutti perché è amore. Dobbiamo rispettarla e capirla noi per primi, combattere il male – che la vita la disperde e la rende inutile – non con la stessa divisione e intolleranza che sono frutto del male e che riempiono di malevolenza che rende solo offensivi e chiusi! Questa Giornata ci chiede di vedere la vita dal punto di vista dei piccoli e di cercare, quindi, un mondo a misura loro e come loro lo vorrebbero. Il tema è “Prima i bambini!”, ricordando un ammonimento severo di Gesù: “Guardatevi dal disprezzare qualcuno di questi piccoli; perché io vi dico che i loro angeli in cielo vedono continuamente la faccia del Padre mio” (Mt 18,10).
“Prima i bambini” ci libera dall’imperante: “prima io!”. È terribile, perché fa male soprattutto all’io e, ovviamente, anche al prossimo! Solo se prima ci sono i piccoli capiamo chi siamo e ci liberiamo dall’inferno – perché è un inferno – dell’egocentrismo. Il messaggio di quest’anno sembra ricordare l’imperativo che quando c’è un pericolo bisogna far passare prima i bambini. Salvare loro perché più deboli e perché ne hanno più diritto. Sappiamo anche che se non diventiamo come bambini – non eterni ragazzi, adolescenti che pensano sempre di avere tempo – non entriamo nel Regno dei cieli. (cfr. Mt 18, 3). “Lasciarsi amare e servire con semplicità, riconoscersi dipendenti senza imbarazzo, attribuire primaria importanza alle leggi del cuore, desiderare il bene, sono alcune delle lezioni che i bambini danno agli adulti”. Quanti bambini santi innocenti! Pensiamo ai bambini a cui viene sottratto il fondamentale diritto di nascere, probabilmente perché non risultano perfetti in seguito a qualche esame prenatale. Sono i bambini uccisi, mutilati, resi orfani, privati della casa e della scuola, ridotti alla fame, come effetto di bombardamenti indiscriminati.
Sono vittime anche i bambini “fabbricati” in laboratorio per soddisfare i desideri degli adulti, quelli sfruttati nell’indecente, e tanto accettato dall’ipocrisia del mondo, ricco turismo sessuale, a quelli che sono costretti a lavorare, ai tanti Aylan – fratellino nostro – che ancora muoiono in mare o nel deserto o nei campi profughi anche solo per mancanza di cure. Quante sofferenze ingiuste e inaccettabili si mostrano nelle lacrime di un bambino! Basta poco per ferire: anche solo la divisione delle persone care, perché i bambini vogliono che i grandi amino e si amino. L’egocentrismo ci rende sterili, prigionieri delle paure e incapaci di perderci per qualcuno. E a che serve la vita se non la perdiamo per qualcuno ma la consumiamo per noi? Semplicemente finisce con noi! E così finiamo anche noi! “Prima i bambini” vuol anche dire che ci siano bambini, riscoprendo la bellezza della generatività, del rendere concreto il “desiderio di trasmettere la vita” (SnC 9) e di servirla con gioia non virtuale. Non dobbiamo avere paura della vita! La paura si vince con la gioia della vita, non accumulando sicurezze che non bastano mai! Dio non ci lascerà senza risposte se amiamo.
Le sicurezze che cerchiamo e accumuliamo, infatti, non le troveremo mai sufficienti. E così finiamo prigionieri di dubbi e incertezze che nutrono le paure. Non abbiamo paura della vita e non dobbiamo cercarla perfetta, da prestazione, come quella che un modello pornografico ci fa credere essere la vita! La vita è sempre limitata, parziale, ma concreta e bellissima anche quando sembra non dare nulla. Il segreto è nel vivere l’amore di Dio e amarla come Gesù ci insegna! Solo l’amore genera la vita e ce la fa scoprire meravigliosa sempre, anche nel dolore. Possibile che gli uomini la distruggono invece di conservarla, scelgano la forza che la uccide invece dell’amore che la genera? Un bambino è sempre un segno di speranza e ci mostra quello che resta della nostra vita: ciò che diamo all’altro, a cominciare dalla vita in senso stretto e poi la vita che è amore, quello che la protegge e la fa crescere sempre.
La beatitudine è il fine della vita. Tutti vogliamo essere beati. Se non cerchiamo di essere felici vuol dire che stiamo male, che ha vinto la disillusione. Beato. È felice chi si parla addosso, chi è egocentrico, chi pensa di esser a posto per qualche potere terreno, per la forza fisica, per la ricchezza economica, per il lusso o per il benessere delle cose? Noi, ingannati, pensiamo di sì e tutto il resto appare rinuncia, meno vita, meno gioia. Così non siamo beati ma solo bulimici proprio perché insoddisfatti, sterili (e non è solo la natalità avara o inesistente, ma anche quella di non rendere figli, fratelli e sorelle il nostro prossimo!). La gioia vera di donare vita con la nostra vita è quella che resta, da cui nessuno ci potrà mai separare e che sappiamo trovarla in ogni cosa. Quella del benessere è una gioia che finisce presto, è sempre minacciata e ha bisogno continuamente di essere alimentata!
Per capire la beatitudine (beati gli afflitti perché saranno consolati!) vorrei riportare l’esperienza di due genitori che portarono alla nascita, con il percorso Giacomo al Sant’Orsola, un bambino che sapevano non avrebbe potuto vivere. Hanno affrontato lo stesso il parto, l’avversità, hanno amato il mistero della vita, illuminando il dolore con l’amore e curando così la ferita. Dissero: “Siamo custodi, non padroni. Il custode serve la vita, mentre il padrone ne dispone”. “Siamo forti quando scegliamo in modo veramente libero e non diamo ascolto alla tentazione di scartare la vita che poi facilmente non troviamo più”. Ecco la beatitudine, così diversa dall’illusorio benessere che crede di poter evitare i problemi.
Perché la beatitudine, che è gioia umana, anzi, la più umana, non è non avere problemi ma dare vita, amare qualcuno per cui vale la pena vivere, dare vita al prossimo. La vita è sempre fragile, fragilissima, un soffio, un fiore di campo. La dignità umana non si misura sulla sua efficienza né sulla sua utilità. La vita ha un valore, sempre, nonostante la malattia, la debolezza, il limite. La risposta alla sofferenza non è offrire la morte, ma garantire forme di sostegno sociale, di assistenza sanitaria e sociosanitaria domiciliare continuativa, affinché il malato non si senta solo e le famiglie possano essere sostenute e accompagnate. È proprio quando la persona diventa debole che ha bisogno di una rete che la supporti, che la aiuti a vivere al meglio la fase finale dell’esistenza. Ecco perché dobbiamo essere comunità, in pace e unità. Ecco perché non permettersi mai di far entrare logiche divisive e mondane nella Chiesa!
È la speranza che abbiamo chiesto con il Giubileo: alla perdita del desiderio di trasmettere la vita, preghiamo perché riempiamo la vita di significato e di speranza. Recuperiamo la gioia di vivere, perché la persona non può sopravvivere o vivacchiare ma cantare la vita con le note dell’amore che Dio ci ha donato.
