Ogni domenica contempliamo la gioia della casa del Signore e della Sua famiglia nutrita con la Sua Parola e il Suo Corpo. La Chiesa è una famiglia, non estranei che restano tali con qualche scopo in comune. È comunione non un condominio dove mettiamo qualcosa in cambio di qualche sicurezza. Non è solo il mondo che la legge in modo “politico”, come fosse un partito, attenta ai ruoli e non al servizio. Questa lettura è praticata anche da chi dovrebbe pensarsi figlio e fratello, e così deforma tutto, arrivando a diventare presuntuosamente complice del divisore. Dio ha messo tutto se stesso, tutto quello che aveva e non chiede qualcosa, ma tutto.
Egli vuole la nostra gioia, e questa ci libera da una gioia che non esiste, e risponde alla domanda che portiamo nel nostro cuore e nel nostro corpo. La domenica è il giorno della comunità con il Signore e con la Chiesa, questa comunità e tutta la Chiesa. Ringraziamo oggi di questo corpo che unisce tante membra, tutte importanti, e che ha bisogno di ministri che lo presiedano e lo servano per la comunione. Oggi ringraziamo per il nostro Seminario, comunità e casa – lo è anche negli ambienti stessi – che aiuta ciascuno a trovare la sua vocazione, a capirla, a scegliere. Preghiamo perché tutti sentano che il Signore li chiama a lasciare tutto e a seguirlo.
Lì si formano i candidati al sacerdozio. Ha scritto Papa Leone XIV che è “una scuola degli affetti” perché “abbiamo bisogno di imparare ad amare e di farlo come Gesù”. Dobbiamo, in realtà, sempre imparare a essere cristiani felici di esserlo, e felici di esserlo in ogni vocazione. Si preparano ad essere preti felici perché solo uomini “umanamente maturi e spiritualmente solidi, cioè persone in cui la dimensione umana e quella spirituale sono ben integrate, sono capaci di relazioni autentiche con tutti, possono assumere l’impegno del celibato e annunciare in modo credibile il Vangelo del Risorto”. Vocazione è trovare se stessi e perdersi per gli altri, perché troviamo quello che siamo donandoci e servendo la comunione.
“Questo è vero per tutti, perché ciascuno con il proprio ministero sia fratello tra i fratelli, condividendo l’uguale dignità battesimale, senza primeggiare o concentrare tutti i compiti in se stessi”. Il presbitero è radicalmente al servizio e lo ricorda a tutti, perché questo è essere cristiani. Matura e maturiamo nella preghiera, nello “stare cuore a cuore” con Lui, nella lettura della Parola, lettera di amore che ci coinvolge nella storia di amore con Dio e con gli uomini. Perché questa è la vita del cristiano. Ringrazio tutta la comunità di formazione per questo delicato e importante servizio di discernimento umano e spirituale. Ringrazio il Signore per il dono di questi tre fratelli che nel loro cammino verso il presbiterato oggi diventano lettori e accoliti. Elias e Paolo per il lettorato; Gabriele per l’accolitato. Elias e Paolo vengono dall’Iran, passando per la Turchia. Padre Paolo Bizzeti, gesuita che tanto ha camminato con noi a Bologna, li ha legati alla nostra comunità e la loro presenza ci aiuta a comprendere la grandezza della comunione e la bellezza della Chiesa cattolica. Sosteniamoli con la nostra preghiera e con la nostra testimonianza, perché comunità vive generano servizi, ministeri, persone che donano la loro vita al Signore. Ogni ministero lo capiamo nella comunione – reale, non virtuale – di persone che camminano insieme e per la quale vale la pena lasciare tutto perché famiglia di Dio. Ogni vocazione ha senso se la viviamo non per l’affermazione di sé ma per il servizio di una casa.
Il lettore proclama la Parola di Dio nell’assemblea liturgica e unisce la liturgia alla vita e la vita alla Parola, portando il Vangelo ovunque e spezzando il pane buono che sazia il cuore. L’accolito apparecchia questa Eucarestia e la porta a chi è impedito a parteciparvi, presenza di Cristo che fa sentire parte della comunità, anche attraverso la vostra presenza. Papa Leone XIV sempre ha messo in guardia voi carissimi seminaristi, ma in realtà tutti noi, dalla tentazione di una mentalità efficientistica per cui il valore di ciascuno si misura dalle prestazioni, dalla quantità di attività e progetti realizzati, tanto che viene prima ciò fai a ciò che sei e così si diventa autoreferenziali, egocentrici. Una seconda tentazione, all’opposto, è il quietismo, per cui ci si ritira in se stessi assumendo un approccio pigro e disfattista, facendo vincere la pigrizia e le paure.
Ci guida il Vangelo: siate voi, e siamo tutti, cristiani felici, appassionati nonostante tutte le debolezze umane, per amare come possiamo e seminare con la nostra vita la presenza di Gesù. Viviamo in un tempo difficile, duro. In ogni tempo, in realtà, ci dobbiamo misurare con la forza del male. Il cristiano non è felice perché ha trovato il benessere o perché tutto va bene, ma perché segue il Signore che ci mostra la vera gioia e trasforma la nostra vita senza sapore nel vino più buono, e che apre alla fine. Ce lo ricordano i martiri.
Sofonia descrive le ingiustizie, soprattutto verso i poveri. Le sue parole fanno sentire inaccettabile la violenza. Dio non perde la speranza sul mondo, ci mostra la vera forza, la Sua, quella del servizio ai più deboli. Siamo chiamati ad essere Chiesa, a costruire in tanta solitudine comunità, legami tra noi, perché chi ama il Signore impara ad amare i fratelli e le sorelle. Non è un destino essere soli! Impariamo ad amare, è una liberazione poterlo fare, e se troviamo la nostra vocazione capiamo perché stiamo a questo mondo.
Gesù parla a tutti, non seleziona i campi dove getta il seme della Sua Parola, che poi è tutta la Sua vita. Lui si fida di noi, perché noi impariamo a fidarci di Lui. Ci vuole Beati ma non da soli, perché la Sua gioia non è individualistica ma la prossimo trovare solo in relazione al prossimo. Beato lo possiamo essere ognuno di noi. Dipende da noi. Non c’è il fortunato che eredita.
Non si è felici prendendo ma donando. Felice è chi è povero in spirito, cioè non giudica come i dottori della legge pieni di sé e poveri di cuore, malati di personalismo e che finiscono per celebrare se stessi. Beati siamo quando ci facciamo piccoli perché Lui sia conosciuto e glorificato, quando siamo poveri per rendere ricco il prossimo. Felice è il mite in un mondo violento e prepotente che si distrugge umiliando i piccoli con la forza e l’ignoranza. Felice è chi ha fame e sete di giustizia, non chi si accontenta, non chi dice ho già fatto molto, perché la giustizia significa vincere le disuguaglianze, pensarsi insieme, sconfiggere il male. Felice è chi cerca la pace anzitutto disarmandosi e la dona per questo a tanti che la cercano. Felice è chi è puro di cuore, non perfetto ma benevolo in un mondo malevolo. È un peccato portare la malevolenza nella Chiesa, nostra Madre, da amare, custodire e difendere sempre, ma sempre solo amandola, non dividendosi e dividendola, sempre cercandone il bene, servendola.
Grazie Signore per la vita che prepari per noi nel mare confuso del mondo. Fa’ che la nostra vita sia beata e renda beato il prossimo. Sia forte di una felicità interiore, frutto del seme di vita eterna della Tua Parola che Tu hai gettato nella terra del nostro cuore e della nostra vita perché dia frutto. Amen
