Cento anni di presenza delle suore Figlie di Maria Ausiliatrice. Se si fossero rassegnate allora davanti alle difficoltà, se avessero aspettato, cercato sicurezze sufficienti, tutte le garanzie, o si fossero accontentate di una misura modesta, non ci sarebbe nulla, o molto poco, a Corticella. La loro è una storia di amore che contiene infinite storie di amore. Non si possono calcolare. È la grandezza di una storia più grande di noi alla quale apparteniamo e che amiamo: la Chiesa. Amiamola, proteggiamola, perché sia sempre la famiglia di Dio. Il bene produce bene. Hanno donato, donando se stesse, perché non è un’occupazione ma amore. Non si può donare senza amare, come sappiamo dall’Apostolo. Non serve a nulla!
Le sorelle hanno seminato amore nei cuori, hanno aiutato ad avere fiducia in se stessi, hanno educato tanti che non avevano possibilità, cioè hanno creduto possibile un futuro per persone alle quali il mondo non offriva nulla, anzi, spesso guardava con diffidenza. Avevano speranza, cioè la certezza che quello che seminavano avrebbe dato frutto. Hanno insegnato rispetto verso tutti. Ma quanta violenza c’è ancora! E la violenza produce violenza! Guai quando si colpisce, fisicamente o con le parole, credendo di difendere così le proprie idee o diritti: si perdono tutti! Ieri all’inaugurazione dell’Anno Giudiziario è stato evidenziato come sono aumentati gli interventi giudiziari per ragazzi sotto i quattordici anni e le misure rieducative per minori sono cresciute del trenta per cento (281 rispetto a 196). Un dato che mostra il «precoce esordio di condotte irregolari e comportamenti delittuosi da parte di giovani non ancora imputabili, un aumento preoccupante e allarma la gravità dei reati commessi da minori imputabili, di particolare aggressività e violenza».
Si registra soprattutto in tenera età il porto di coltelli. Quanta violenza nelle parole e nel non sapere ascoltare e parlare! La violenza non è un destino! Quante etichette che non fanno incontrare la persona che abbiamo davanti per quella che è, per il pregiudizio che le viene appiccicato addosso! Qui c’era e c’è posto per tutti per imparare a stare e a pensarsi insieme, ad essere parte di una comunità e non un lupo che deve rubare per sé, possedere per sentirsi qualcuno, imporsi a tutti i costi per mostrarsi capace o per essere accettato. Qui all’oratorio, nella scuola e nelle varie attività, qualcuno ci guarda per quello che siamo e ci aiuta a cambiare, imparando a stare insieme. Perché solo così siamo qualcuno!
Corticella allora non era certo un posto importante di Bologna. Anzi! Era fuori dalla città che conta. Le sorelle credevano alla Provvidenza, che chiedeva tutte le loro forze ma sempre sapendo che l’amore di Dio è più grande di noi e dà le opportunità se noi le cerchiamo! Dio ha scelto quello che è stolto per il mondo per confondere i sapienti, quello che è debole per farci capire qual è la vera forza della vita. Esse vivevano concretamente il carisma di San Giovanni Bosco e della Santa Maria Domenica Mazzarello. Avevano chiaro che il male faceva credere che servire il Signore fosse una vita malinconica e lontana da ogni divertimento e piacere. «Prima di me ho messo Te».
E chi mette davanti il Signore, come chi ama mette prima l’amato, trova il prossimo, cioè gli amici. Ecco il loro segreto personale ma che è anche quello di ogni cristiano. Erano magnanime, cioè larghe non rigoriste, comprensive come coloro che non dimenticano che “Dio ti invita a fare quello che puoi e a chiedere quello che non puoi” (GE, 49). Sentivano come propri i problemi dei giovani e facevano sentire i ragazzi amati, che erano magnifici e che Dio aveva grandi progetti per ognuno di loro, ma un progetto grande e diverso da quello che insegnava il mondo. Grande è colui che serve, che ama! Vedevano la bellezza dove altri giudicavano che erano solo “l’obbrobrio della patria, il disonore della famiglia”. Le sorelle hanno seminato amore che è diventato un albero grande che dava riparo, protezione, umanità, speranza a tanti. Ecco, hanno avuto speranza e noi ringraziamo oggi per questa storia di amore. Questa storia ci chiede amore e di seminare a nostra volta. Questo non coinvolge solo chi qui getta come seme la sua vita – e ringraziamo le sorelle che lo hanno fatto in passato e lo fanno oggi – ma chiede a tutti noi di farlo.
Cosa posso fare io per donare amore, comprensione, attenzione al prossimo? C’è bisogno di tanta comunità, perché siamo diventati tutti più isolati e spesso si accettano la diseguaglianza e i pregiudizi. Qui non ci si isola, anzi, si vince l’isolamento, perché questo fa star male e incattivisce. Gesù ci insegna: non si è felici da soli! Per questo ci insegna ad amare, ad amarci, per questo è venuto. Gesù non ci fa una lezione come tanti professoroni che ci spiegano tutto ma non vivono nulla e non sono interessati a noi. Ci ama con la sua vita. Vuole che siamo felici insieme, insieme con Lui e insieme tra noi. È possibile una felicità da soli? Amare ci toglie qualcosa o ci fa trovare tutto? Senza amore vince la rassegnazione, tutto diventa difficile e non sappiamo vedere i tanti doni che abbiamo intorno a noi e anche dentro di noi. Ci sono tanta solitudine, paura, rabbia, proprio perché c’è poco amor e poca comunità. Ma tutti possiamo costruirla, amando.
Quando venni proprio qui, tanti anni fa, mi colpì la storia che raccontò una donna che parlò della sua vicina di casa che, da quando era morto suo marito, praticamente non usciva più e non apriva a nessuno. Aveva paura, o forse era solo rassegnata, perché quando viene a mancare una persona cara c’è un vuoto grande e la solitudine fa sentire tutto senza gusto, tanto da appare inutile, fastidioso. La vicina cercava tanto di parlarle, perché non era solo vicina di pianerottolo, ma perché amava.
Ecco, questa vicinanza ci serve e serve. L’anziana non apriva mai la porta, ma soltanto lasciava con la catenella una piccola fessura. La donna insistette e, poi, un giorno l’anziana vide la figlia di questa signora giovane che giocava sotto la sua finestra e così con un cestino le fece cadere delle caramelle. L’amore aveva aperto un po’ di amore e aveva vinto la paura e la diffidenza, aveva riacceso l’amore. Da questo piccolo gesto la porta si aprì e quell’anziana sola divenne mamma e nonna delle vicine di casa. Ecco l’amore, quello gratuito, senza interessi, che Gesù ci chiede sempre anche quando lo penseremmo inutile o anche impossibile.
Ecco la beatitudine, la gioia che non finisce, che è per il dopo, per il cielo, ma che inizia oggi, perché è il cielo sulla terra. Perché è contento non chi si esalta con la forza ma chi è ricco di cuore perché “povero di spirito”. È contento chi piange con chi è nel dolore, perché consola e farà sentire la consolazione di Dio. È contento chi è mite perché non si fa incattivire dal male, spezza la catena della violenza. È contento chi non è indifferente ma cerca giustizia e trova misericordia. Chi è malevolo non vede altro che il male, diventa diffidente verso tutti perché non ha un cuore puro che vede il bello anche quando sembra che tutto sia brutto. È contento chi opera la pace oggi, iniziando da lui, disarmato svuota le tasche, la lingua, la testa, le mani da tanti coltelli perché non faccino male a chi amo. Sì, siamo beati se amiamo, se amiamo sempre, anche quando sembra che non ci conviene, perché ce lo chiede il Signore e perché conviene sempre. L’amore vince e vincerà. Beati, felici. Insieme a Dio e insieme alla comunità. Sia così.
