“Voi stessi date loro da mangiare” (Mt 14,16). Non è scontato. È una richiesta sempre sorprendente che vi ha accompagnati in questi giorni vissuti insieme a San Francesco. Il Giubileo continua perché ci aiuta questo fratello maggiore, senza supponenza, senza dare lezioni, perché abbiamo un maestro, l’unico, che non dà lezioni ma dà la vita e tutto se stesso. San Francesco è un fratello maggiore che ci libera dalla tristezza e ci ricorda la radicalità del Vangelo perché lo vive sine glossa (e le glossa si insinuano facilmente e stemperano la forza e l’immediatezza del Vangelo), cioè come è, Parola di Dio che parla al cuore, è possibile a tutti e va annunciata a tutti. San Francesco l’accoglieva con venerazione, ad iniziare dal nome di Gesù che gustava come “dolce miele” e “melodia soave” tanto che, quando solo lo pronunciava, si commuoveva. La semplicità francescana ci aiuta, in questo tempo di esaltazione di sé e di deformazione dal mondo digitale che colpisce sia gli influencer sia i follower, a comunicare il Vangelo con la nostra vita, ad essere figli di un Dio in presenza, non in remoto! Date voi da mangiare. Pensateci voi a non mandarli via ma a farli sedere.
Gesù lo chiede senza stabilire il numero e lo chiede a discepoli che hanno poco, non per umiliarli ma per renderli consapevoli di ciò che moltiplica la vita, del potere che hanno, del poco che può diventare tanto. Meno è di più, scrisse Papa Francesco, e questo ci libera dall’idea del consumismo che ci fa credere di star bene perché possediamo sempre di più. Voi date da mangiare. Sembra poco rispettoso per una generazione che mettendo l’io al centro è abituata, al contrario, a calcolare, a chiudersi nei limiti, che ha paura di fare qualcosa di troppo grande, che vuole capire prima, avere un programma ben definito e garanzie sufficienti. “Voi date da mangiare” significa anche che non possiamo pensare di star bene solo tra di noi e che il Signore ci lega a quella folla. Quale? Quella che incontriamo nella vita vera, non selezionata o corrispondente ai nostri giudizi, non quella che vogliamo noi ma quella come è.
Gesù non la condanna e non ci permette di star tra di noi, di mandarla via con la scusa che non è possibile fare altro o con l’idea di chiuderci per difendere l’identità personale. I farisei condannano, non credono che il peccatore possa essere perdonato e che il vecchio possa nascere di nuovo. In questo tempo duro, che fa sentire smarriti di fronte a tante certezze che in modo irresponsabile vengono messe in discussione, aiutiamo Gesù a dare da mangiare, consapevoli del poco che sono le nostre persone e del poco che abbiamo. Noi invece andiamo da Gesù a mettere limiti, come se Lui non si rendesse conto della situazione e fosse proprio Lui a mettere a rischio la folla impedendo loro di andare a comprarsi da mangiare, in fondo ciò significa che ognuno deve pensare a sé e tu non devi pensare a tutti.
Quante volte ripetiamo agli altri, o dentro di noi, che non possiamo farlo, e così finiamo per negoziare con il Signore invece di aiutarlo, perché ci sembra esagerato pensarlo e impossibile farlo! Cinque pani e due pesci, a volte abbiamo la preoccupazione di perdere anche quelli, altre volte siamo sconfortati perché vorremmo fare di più ma pensiamo sia impossibile per il poco che abbiamo. Solo chi ascolta la Parola di Dio e la mette in pratica, anche senza capire nulla ma perché ce lo chiede Lui, lo fa di aiutare. Noi li avremmo mandati via. Guardiamo la folla che ha fame di pane buono, di pane dello Spirito, perché quello materiale, pur con tutte le pietre trasformate in pane, non basta. Sono i tanti senzatetto spirituali che hanno bisogno di casa e di pane.
Noi il pane l’abbiamo, anche se ci sembra poco. Quante domande di speranza, di senso, di interiorità, di quello che non finisce, di paternità e non di qualche consiglio a poco prezzo! La sazietà per tutti si realizza solo insieme e nella condivisione, facendo sedere la folla, raccogliendola, facendone una famiglia, pensandoci insieme, costruendo cioè comunità, legami, relazioni. Per ricevere il cento volte tanto bisogna prima lasciare tutto. Per essere saziati e saziare la folla dobbiamo partire dalla nostra povertà. Davide, come abbiamo ascoltato, pensa di fare il censimento, di possedere, di mostrare prestazione, efficienza.
Dimentica che è solo servo. Sperimenta così la delusione, la fine, l’espropriazione, l’impotenza l’inutilità senza il Signore. Il popolo è di Dio, le comunità sono sempre solo un dono, e sono nostre solo se le serviamo. Non ne siamo mai padroni, perché altrimenti le perdiamo. È così anche la sapienza triste e senza speranza di Nazareth, dove non avvengono prodigi perché sono prigionieri della propria conoscenza triste. Il loro è un mondo piccolo, sicuro, e la grandezza di Gesù svela la loro modestia, e anche la resistenza di ricondurre tutto a quello che già sapevano. Il si è sempre fatto così, insomma, e quei certi riti associativi dove si difende quello che si pensa nostro senza però rendersi conto che è nostro ma non come lo intendiamo noi. A Nazareth non sono umili, sono mediocri e vogliono ridurre tutto a sé, non fare il contrario, cioè abbandonarsi ad una speranza tanto più grande. Sono sicuri e rassegnati. Non sanno vedere in modo spirituale e non sanno riconoscere la novità che, se siamo con Gesù, c’è sempre. Gli abitanti di Nazareth hanno ragione: è il figlio di Maria e Giuseppe e i fratelli stanno in mezzo a loro.
Ma non sanno vedere il Signore nell’umanità ordinaria. “L’obbedienza alla propria chiamata si costruisce ogni giorno. Curate la vostra vita. Come preti impariamo a viere insieme per fare stare insieme”. Papa Leone XIV ci ha invitato ad un “rinnovato impegno a investire e promuovere forme possibili di vita comune”, così che “i presbiteri possano reciprocamente aiutarsi a fomentare la vita spirituale e intellettuale, a collaborare più efficacemente nel ministero, ed eventualmente evitare i pericoli della solitudine”. Ma la comunità, le comunità – perché sono tali e le pensiamo in comunione – chiedono a noi ministri ordinati di “vivere la comunione tornando all’essenziale, facendosi prossimi alle persone, per custodire la speranza che prende volto nel servizio umile e concreto”. Avete una grazia speciale perché sono proprio dell’Azione Cattolica la corresponsabilità e la formazione, così da poter vedere come i presbiteri “con il loro specifico compito, sono fratelli tra i fratelli condividendo l’uguale dignità battesimale, unendo i loro sforzi a quelli dei fedeli laici e giovandosi della loro esperienza e competenza nei diversi campi dell’attività umana, in modo da poter assieme riconoscere i segni dei tempi”.
Anziché primeggiare o concentrare tutti i compiti in se stessi, essi devono scoprire “con senso di fede i carismi, sia umili che eccelsi, che sotto molteplici forme sono concessi ai laici”. Il processo sinodale è il modo di vivere la Chiesa, segno di forza e non di debolezza. Fa tanto parte della vostra storia un’ecclesiologia di comunione nella quale il ministero del presbitero supera “il modello di una leadership esclusiva” per una vera corresponsabilità. Vorrei concludere ricordando le due tentazioni che Papa Leone XIV ci ha indicato: la prima è la “mentalità efficientistica per cui il valore di ciascuno si misura dalle prestazioni, cioè dalla quantità di attività e progetti realizzati”. L’altra il quietismo, cioè di ritirarsi in se stessi rifiutando la sfida dell’evangelizzazione e assumendo un approccio pigro e disfattista. Ogni sacerdote deve “sparire perché rimanga Cristo, farsi piccolo perché Lui sia conosciuto e glorificato, spendersi fino in fondo perché a nessuno manchi l’opportunità di conoscerlo e amarlo”. Solo così tutti insieme operiamo quella vera e propria conversione missionaria di cui il mondo ha bisogno. Non per noi, ma per una folla piena di sofferenza e di domande, a volte inconsapevoli, che ci chiedono di dare noi stessi da mangiare e di costruire luoghi dove vivere in comunione. Dove aiutare a trovare la pace nel dialogo, nel rispetto, nell’incontro.
Aiutiamo i cristiani a disarmarsi, a liberare i cuori dal livore ingiustificato e offensivo, dalla diffidenza, a lavorare per l’unità, senza pregiudizi, e aa amare e a rispettare questa nostra Chiesa che non può essere umiliata da letture malevoli e mondane. E così possiamo essere case di pace, artigiani di pace nei luoghi della vita quotidiana. Papa Leone XIV ce lo ha chiesto. “Lì dove le relazioni umane e sociali si fanno difficili e il conflitto prende forma, magari in modo sottile, deve farsi visibile una Chiesa capace di riconciliazione”. Dobbiamo promuovere percorsi di educazione alla nonviolenza, iniziative di mediazione nei conflitti locali, capendo quali sono e dove sono le radici di tanta violenza, progetti di accoglienza che trasformino la paura dell’altro in opportunità di incontro. Così ogni nostra comunità diventerà una “casa della pace”, dove si impara a disinnescare l’ostilità attraverso il dialogo, dove si pratica la giustizia e si custodisce il perdono.
Ne ha tanto bisogno un mondo che vive l’età della forza. Prego come ci ha chiesto Papa Leone XIV in quest’anno francescano: “San Francesco, fratello nostro, tu che ottocento anni or sono andavi incontro a sorella morte come un uomo pacificato, intercedi per noi presso il Signore. Tu nel Crocifisso di San Damiano hai riconosciuto la pace vera, insegnaci a cercare in Lui la sorgente di ogni riconciliazione che abbatte ogni muro. Tu che, disarmato, hai attraversato le linee di guerra e di incomprensione, donaci il coraggio di costruire ponti dove il mondo erige confini. In questo tempo afflitto da conflitti e divisioni, intercedi perché diventiamo operatori di pace: testimoni disarmati e disarmanti della pace che viene da Cristo”. Amen
