Messa a San Biagio di Cento per la festa del Patrono

Il Patrono ci aiuta a contemplare la nostra comunità, perché la ama e la protegge tutta. Fermiamoci, come fece Gesù quando “vide la folla”. La guarda non con distacco, non per usarla o per difendersi, non come un sociologo che raccoglie dati, ma con compassione, cioè facendo propria la sofferenza che le persone hanno nel cuore. Per i cristiani non ci sono “loro” e “noi”, ma sono tutti nostri. Ci aiuta, come sempre, la Parola di Dio. Questo anno lo abbiamo voluto dedicare proprio alla Parola di Dio. Non possiamo essere cristiani senza nutrici di questa. È la Parola che si fa carne oggi, è dall’ascolto della Parola che nasce e si nutre la nostra fede! Spesso pensiamo sia sufficiente dire “Signore, Signore”, ma poi siamo noi che studiamo i modi e non ascoltiamo Lui che ci parla!

Pensiamo così che il problema sia Lui, invece siamo noi che abbiamo orecchie e non ascoltiamo! Ma quando ascoltiamo, cioè quando il seme raggiunge il nostro cuore, sperimentiamo tanta gioia perché è una parola di amore, che ci fa sentire quello che siamo e quello che ci serve, cioè amati. Non siamo un caso, non siamo sperduti nell’immensità, costretti ad affidarsi ad un ignoto destino quando misuriamo la fragilità e la fine. Il Siracide ci dona le parole dei credenti: “Sei stato il mio aiuto e mi hai liberato”. Anche di chi è colpito, di chi si sente assaltato dal male e dimenticato da Dio, in una esperienza che gli fa dire: “Non mi abbandonare nei giorni della tribolazione, quando sono senz’aiuto”.

È la richiesta dei tanti che sono in difficoltà, di chi è nella guerra e al freddo, senza le medicine necessarie, in una trincea o minacciato da una violenza terribile. Non sappiamo quante persone sono morte nei giorni scorsi nel Mediterraneo! È la domanda muta di persone la cui vita non vale nulla, dall’inizio alla fine. Ecco, questo grido Gesù lo ha fatto suo sulla croce: “Dio mio, perché mi hai abbandonato?”. Ecco la bellezza della nostra fede: Cristo Gesù è morto per risorgere, perché il nostro grido e quel grido siano ascoltati. Perché niente può separarci dall’amore di Cristo. Quel grido lo ha fatto Suo per farci sentire il Suo amore e quello del Padre. Questa è la nostra forza. L’amore di Dio che diventa anche dei fratelli. Perché la vita è il chicco di grano. Solo se caduto in terra muore, e solo così vive. Che parola strana per il mondo e anche per noi: chi ama la propria vita, la perde. Noi ci amiamo tantissimo, abbiamo tanto tempo per noi eppure non stiamo bene, perché ci amiamo senza amare il prossimo. Il mondo insiste: pensa a te, vivi come conviene a te e, allo stesso tempo, cerca le tue soluzioni.

Gesù, invece, dice: ama il prossimo tuo come te stesso, mette assieme l’amore per te e quello per gli altri! Prenditi cura di te prendendoti cura degli altri. E quanto c’è da fare! Ce ne accorgiamo quando iniziamo a prenderci cura, non prima. Che ci facciamo del seme della nostra vita? Vivi quando vivi per il prossimo, cioè ama e perdi l’amore donandolo, e così sarai amato. San Biagio ha dato la sua vita per il Vangelo e per il suo popolo. San Biagio proteggeva tutti. Il racconto dice che davanti alla grotta dove si era rifugiato molti animali trovarono riparo e i cacciatori non riuscivano a catturarli perché c’era lui! Un uomo che ama protegge tutti. Al Governatore che lo aveva bastonato perché non si era piegato agli idoli (interroghiamoci su quali sono i nostri, ad iniziare dall’idolatria per il nostro io, il successo nelle varie forme) San Biagio rispose: “Sei pazzo se pensi di poter spegnere in me l’amore per il mio Dio: non sai che lui è dentro di me e mi dà forza?”.

La forza del cristiano è solo questa: l’amore, e non smette di usarla anche se minacciato. Noi non siamo minacciati come tanti cristiani che mettono a rischio la propria vita per amore di Cristo, e quindi di se stessi. Siamo minacciati dalla paura, dall’indifferenza, dal quietismo che dice di non fare nulla. Siamo minacciati dall’orgoglio che suggerisce: se vuoi bene fai la figura del debole, perdi quando invece devi vincere. Così perdiamo, perché chi non ama perde! Spesso ci prende il pessimismo o l’idea che tanto non serve a niente. L’amore serve sempre, anche quando a te non sembra! L’amore è sempre a perdere, perché è dono, gratuito, non è interesse, non ha prezzo. Tante volte pensiamo di avere più problemi noi! Ma il cristiano che ama non è uno che non ha problemi! È uno che aiuta il prossimo nei suoi problemi. La lettera a Diogneto, uno dei primi documenti cristiani dice sui cristiani: “Sono poveri e rendono ricchi molti; sono sprovvisti di tutto, e trovano abbondanza in tutto”. Perché? Perché amano e l’amore rende preziosa la vita, la rende bella in maniera concreta, perché l’amore è spirituale, ma risponde anche alle necessità concrete.

Penso allora alla nostra città. Uno dei problemi più grandi è l’invecchiamento della popolazione. Cosa ci chiede questo? Non lasciare nessuno solo. Madre Teresa diceva: «La solitudine è la lebbra dell’Occidente. Un uomo mi ha incontrata per strada e mi ha chiesto: “Sei Madre Teresa?”. Io gli ho risposto di sì. E lui: “Per favore, manda qualcuno a casa mia. Mia moglie ha disturbi mentali e io sono mezzo cieco. Vorremmo tanto sentire il suono amorevole di una voce umana”. Erano persone agiate. Avevano tutto nella loro casa. Eppure stavano morendo di solitudine, morendo con il desiderio di sentire una voce amica. Come facciamo a sapere che qualcuno come loro non si trovi accanto a casa nostra? Troviamoli e, quando li troviamo, amiamoli, non giudichiamoli. Poi, quando li ameremo, li serviremo. La malattia più grande è essere non voluto, l’essere non amato. Toglie la speranza».

C’è una richiesta di Papa Leone XIV che possiamo prendere sul serio solo se siamo disarmati. E ce lo domandiamo: ma siamo disarmati? Vorrei che la prossima Quaresima fosse per noi un cambiamento, cioè chiedere perdono al Signore e donarlo anche al fratello che ha qualcosa verso di noi. Riconciliarci con Dio e con il prossimo. Altrimenti non possiamo essere operatori di pace. Disarmiamo i cuori, come chiede il Papa, dai giudizi che ci fanno credere che sia sufficiente giudicare invece di amare. Disarmiamoci dagli odi, dalle parole dure, anche dalle non parole, cioè proprio quelle non dette nel non parlare con delle persone, e con quest’ultime che non parlano con noi.

Il Signore, infatti, ci invia nel mondo per portare il suo stesso dono: “La pace sia con voi!”. Ha chiesto Papa Leone XIV: «Diventate artigiani di pace nei luoghi della vita quotidiana. Lì dove le relazioni umane e sociali si fanno difficili e il conflitto prende forma, magari in modo sottile, deve farsi visibile una Chiesa capace di riconciliazione. Auspico, allora, che ogni Diocesi possa promuovere percorsi di educazione alla nonviolenza, iniziative di mediazione nei conflitti locali, progetti di accoglienza che trasformino la paura dell’altro in opportunità di incontro. Ogni comunità diventi una “casa della pace”, dove si impara a disinnescare l’ostilità attraverso il dialogo, dove si pratica la giustizia e si custodisce il perdono.

La pace non è un’utopia spirituale: è una via umile, fatta di gesti quotidiani, che intreccia pazienza e coraggio, ascolto e azione».  La pace, allora, anche per i giovani significa combattere la violenza, per cui non hai bisogno di fare il bullo o, peggio, di girare con il coltello in tasca, perché vai in oratorio e scopri il tesoro che sei e non la forza che fa male. Prego come ci ha chiesto sempre Papa Leone XIV in questo anno francescano: “San Francesco, fratello nostro, tu che ottocento anni or sono andavi incontro a sorella morte come un uomo pacificato, intercedi per noi presso il Signore. Tu nel Crocifisso di San Damiano hai riconosciuto la pace vera, insegnaci a cercare in Lui la sorgente di ogni riconciliazione che abbatte ogni muro. Tu che, disarmato, hai attraversato le linee di guerra e di incomprensione, donaci il coraggio di costruire ponti dove il mondo erige confini. In questo tempo afflitto da conflitti e divisioni, intercedi perché diventiamo operatori di pace: testimoni disarmati e disarmanti della pace che viene da Cristo”. Amen

Chiesa collegiata di San Biagio, Cento
03/02/2026
condividi su