Referendum sulla Giustizia, le ragioni del Sì e del No a confronto
Il convegno ha visto la partecipazione di un alto numero di persone
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Domenica 22 marzo dalle 7 alle 23 e lunedì 23 marzo dalle 7 alle 15, gli italiani saranno chiamati alle urne.
Gli aventi diritto esprimeranno il loro parere rispetto al «Referendum popolare confermativo della Legge costituzionale recante «norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare».
Sull’argomento oggetto del referendum si è svolto il 26 febbraio, un incontro nella sede della Fondazione Lercaro, promosso dall’Istituto «A. De Gasperi» di Bologna in collaborazione con «La rete di Trieste» e il movimento politico «Rete Bianca» sul tema: «Riforma della Giustizia: sì o no? Ragioni a confronto sul Referendum costituzionale del 22-23 marzo 2026».
Davanti ad un pubblico numerosissimo, tanto da superare la capienza dell’Aula Magna, attento e partecipe, si sono confrontati due autorevoli relatori: per le ragioni del «Sì» al referendum Augusto Barbera, presiedente emerito della Corte Costituzionale e per le ragioni del «No» Giovanni Bachelet, presidente del Comitato «Società Civile per il No al Referendum costituzionale». Introdotti dall’avvocato Carlo Giulio Lorenzetti Settimanni, dell’Istituto De Gasperi, che ha spiegato l’origine ne storica del Referendum e quali sono i cambiamenti che la nuova legge, se approvata, porterebbe a diversi articoli della Costituzione, i due relatori hanno esposto con chiarezza le rispettive ragioni.
Barbera ha insistito sull’importanza, a suo parere, della separazione delle carriere fra magistrati requirenti (Pubblici Ministeri) e giudicanti (Giudici), che si introdurrebbe in caso di vittoria dei «Sì». «Una separazione – ha detto – sostenuta già da Giuliano Vassalli, giurista insigne e Ministro della Giustizia negli anni ’80, come conseguenza dovuta dell’introduzione nel nostro ordinamento del Processo accusatorio, che pone sullo stesso piano Pm e Giudice: e come sarebbe possibile che questa parità fosse effettiva, se i due rimanessero, come ora, all’interno della stesso “carriera”?».
Bachelet ha insistito sul rischio, in caso di vittoria del «Sì», di lesione all’autonomia della Magistratura che il «No» a suo parere invece difenderebbe. Il problema che ha evidenziato, sta nella creazione di due diversi Consigli superiori della Magistratura, smontando l’unico attuale , uno per i Pm e uno per i Giudici e sopra di essi di un’Alta Corte disciplinare per tutti i Magistrati. Entrambi i Consigli sarebbero presieduti dal Presidente della Repubblica l’Alta Corte invece sarebbe presieduta da un “laico”, cioè da un non magistrato, nominato dal Parlamento o dal Presidente della Repubblica, quindi dalla politica: creando il rischio di un’intimidazione da parte di quest’ultima verso la Magistratura»
Il confronto è stato intenso, corretto e centrato sui contenuti e non sulle implicazioni politiche.
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