Sento l’angustia di vedere questa casa priva delle figlie di Santa Chiara e di Santa Caterina, anche se ben custodita dai tanti che garantiscono, iniziando da Padre Antonio, la devozione e l’accoglienza. Prego il Signore perché presto possa venire una comunità che dia nuova vita e speranza. Affido questa intenzione all’intercessione di Santa Caterina.
La relazione con il Signore è di amore, perché a Lui solo questa relazione interessa. Non vuole sacrifici, ma misericordia. Gli interessa il cuore, non l’apparenza. Non vuole una relazione strumentale, funzionalistica, non cerca servi che non pensano, ma amici, figli e fratelli. “Forte come la morte è l’amore”. Niente può spegnere l’amore e solo l’amore può vincere il male. Dio ci vuole suoi ma non ci possiede, lascia liberi ma chiede tutto nell’amore. Il legame, la libertà del cristiano, è proprio questo: essere amati e amanti, non oggetti passivi o protagonisti che possiedono l’altro. L’amore è dono e solo quando lo scopriamo donandolo diventa nostro.
Nel mondo di oggi, deformato dal culto idolatrico per il proprio io e dove l’altro serve in funzione di questo, in un mondo dove il prossimo è un numero, un contatto, un’emozione da consumare e non una persona da onorare, la Parola di Dio è una lettera di amore che ci fa sentire amati e ci chiede di amare. “Le grandi acque non possono spegnere l’amore”. E le grandi acque sono quelle che cadono improvvise sulla nostra fragilità personale o quelle che sommergono l’umanità con il diluvio della guerra. Non ci possiamo rassegnare e non possiamo accettare come normale la strage di innocenti. Non è un effetto collaterale che, peraltro, nemmeno provoca sdegno e scandalo quasi come fosse un prezzo scontato da pagare. Santa Caterina ha combattuto contro il male e ci insegna a disarmare il cuore per saper disarmare le mani e i cuori che scelgono la violenza e la forza. Santa Caterina ha combattuto il male con intelligenza e amabilità, senza moralismi, con tanta forza. Santa Caterina ci aiuta a fermarci con Gesù, come Maria, per poi far tutto, ma farlo da persona libera e non perché prigioniera dei tanti affanni che fanno credere importanti e generosi, mentre ci rendono, in realtà, solo egocentrici e fanno perdere l’unico necessario.
Quest’anno celebriamo gli 800 anni dalla morte del Santo di Assisi e, proprio oggi, i 563 anni dal transito di Santa Caterina. Commuove la tanta attrazione che San Francesco esercita, avvicinando al bene, rafforzando la fede, insegnando la via dell’umiltà, della povertà, della semplicità, della pace. Accostandoci alla loro santità – come sappiamo ben diversa dalla perfezione dei farisei – avvertiamo il nostro personale limite, l’inadeguatezza, ma anche la grazia di averli come dono che rassicura, orienta, sostiene. Nel nostro minaccioso tempo di tante tenebre ci aiutano il “Patriarca nella fede” e la “Maestra di spirito”. Tanti sono sconvolti, provati: sono le vittime delle guerre, delle malattie, i nostri fratelli cristiani in Medio Oriente, in tanti Paesi in cui sono oggetto di violenza, costretti a scappare e che vivono nel niente dei campi profughi o perduti nell’immensità angosciante del mare. Anche per loro portiamo il tesoro che ci è affidato della Gloria di Dio e di quanti ce la mostrano con la loro santità che non finiamo mai di scoprire.
San Francesco e Santa Caterina hanno avuto sete di gloria vera, quella che non delude e non viene mai meno! È la parte che non ci viene tolta e che perdiamo solo se non ci mettiamo ai piedi di Gesù ad ascoltare! È la parte che troveremo piena nella Casa del Padre ma che possiamo vivere, e fare vivere, oggi sulla terra! Dante, a proposito di Assisi e di Francesco, parla di Oriente, l’orizzonte immenso da cui è sorto il sole, e a quella luce Francesco può scrivere: «Laudato sie, mi’ Signore, cum tucte le tue creature». Caterina chiama Gesù «sole radiante e foco cocente», «splendore della paterna gloria». Anche lei canta all’inizio del suo trattato “Le sette armi spirituali”: «Ciascuna amante che ama lo Segnore/ venga alla danza, cantando d’amore;/venga danzando, tutta infiammata,/ sol desiderando Colui che l’ha creata». Ecco una relazione di amore e cosa significa vedere nel presente la gioia del futuro.
È difficile raggiungere questa Gloria di Dio? In realtà è quello che cerchiamo e che rende bella la nostra vita. Francesco all’inizio l’aveva cercata nell’essere cavaliere, ma l’ha trovata solo scoprendo che la povertà non è miseria e che quello che gli era amaro diventava dolce e viceversa. Il Cantico delle Creature, e tutte le preghiere di Francesco (che spesso canta in lingua francese a seconda del traboccare dello Spirito nel suo cuore), trovano eco nei “sonetti d’amore” (come lei li chiama) di Caterina. Entrambi ci insegnano a lodare – a noi che nemmeno sappiamo ringraziare per un dono! – e a farlo non perché va tutto bene ma dopo, o durante, le prove. La via dell’amore e della lotta evangelica conduce alla lode e alla pace. «Laudato si’, mi’ Signore, per quelli ke perdonano per lo tuo amore, et sostengono infirmitate et tribulatione». E Caterina incalza: «Quando si trova in maggior angustia e tribolazione, allora abbia più fiducia nel divino soccorso, ricordandosi della dolce promessa che Gesù fece dicendo a noi per bocca del profeta: “Sono con lui nella tribolazione, lo salverò e lo glorificherò”» (III Arma).
Questa forza ci libera dal nostro penoso e ingiustificato vittimismo e ci rende forti nelle vere e inevitabili difficoltà. La perfetta letizia non è esercizio di autocontrollo, o distacco da sé, ma essere pieni di un amore che protegge e difende. Questa è la forza. Francesco ha lasciato un Cantico di lode, che è vera poesia, chiedendo che fosse cantato sempre. Anche Caterina voleva che le sue laudi fossero cantate perché chi le pregava potesse meglio assaporarne il contenuto. Una poesia, o un canto, è un regalo importante perché è qualcosa che permette di trovare parole di gioia, si fissa nella memoria del cuore e resta come compagnia di ogni giorno. Francesco canta nel Cantico la meraviglia lieta della povertà, del perdono, della pace, una preghiera di lode pura che respira ed esulta nella sinfonia del creato. E Caterina, esperta a proprie spese dei diabolici inganni ma anche della «vera e divina visitazione», può aggiungere: “O alta nichilitade, tuo acto è tanto forte, che apri tute le porte e intri in l’infinito”. È la fraternità, il segreto di questa “alta nichilitade” che Francesco e Caterina incarnano e vogliono per i loro fratelli e sorelle, vero intreccio tra povertà e Comunione, cemento della fraternità.
Il Cantico delle Creature finisce con la parola «humilitate». Umiltà non è modestia, scarsa considerazione di sé. Anzi, solo l’umile compie grandi cose, come Maria. In Caterina la parola umiltà è quasi sempre legata ad obbedienza, e per lei la clarissa è «l’umile obbediente». Infatti scriveva: «Ora dilette sorelle, potete stimare che alla vera religiosa sono necessarie battaglie e tentazioni; (…) E perciò non si rattristi la buona e umile obbediente, quantunque le sembri di essere odiata, afflitta e tribolata da qualsiasi parte, e non attribuisca questo a creatura umana, ma anzi, con vera pazienza e fortezza, lo sopporti e sostenga allegramente, come speciale beneficio a lei concesso dall’eterno Padre il quale permette che le accada questo per farla partecipe dell’eredità del suo diletto Figliolo…» (Cap. XVIII, La via della santa religione).
Sembra la parafrasi del capitolo VIII dei Fioretti: «Sopra tutte le grazie e doni dello Spirito Santo, le quali Cristo concede agli amici suoi, si è di vincere se medesimo e volentieri per lo amore di Cristo sostenere pene, ingiurie e obbrobri e disagi; imperò che in tutti gli altri doni di Dio noi non ci possiamo gloriare, però che non sono nostri, ma di Dio, onde dice l’Apostolo: “Che hai tu, che tu non abbi da Dio? E se tu l’hai avuto da lui, perché te ne glorii, come se tu l’avessi da te?”. Ma nella croce della tribolazione e dell’afflizione ci possiamo gloriare, però dice l’Apostolo: “Io non mi voglio gloriare se non nella croce del nostro Signore Gesù Cristo”. A laude di Gesù Cristo e del poverello Francesco. Amen». (I Fioretti, Cap. VIII, FF1836).
L’Angelo disse a Caterina: «Et gloria eius in te videbitur». Vediamo la sua dolce, forte, amabile gloria. Che sia anche così per noi: che tanti possano vedere nella nostra vita, e nel nostro cuore, la Gloria di Dio che esalta gli umili e abbatte i superbi.
